Si fa presto a dire nazione. Troppo presto...

- L'Erba Vaglio di Carlo Panella
Bill De Blasio e la sua famiglia
Bill De Blasio e la sua famiglia

Grigio mattino, non proprio benaugurante ma che, nonostante ciò, ha avuto l'ardire di proporsi a Capodanno. E' pure molto umido, perché non può mancare la ciliegina sulla torta della sgradevolezza. Viene quasi difficile ormai evidenziarli questi due elementi: il grigio e la sgradevolezza. Perfettamente coerenti come sono nel contesto, dei tempi e dei posti in cui viviamo. Ancor più consonanti col diffuso ardire nel proporsi di vari improbabili, per ruoli e circostanze: nella nostra piccina Benevento e nella svilita e impoverita Italia.

C'è da stupirsi? Oltre a dolersene, come ogni giorno fanno tanti italiani a voce alta, a mezza bocca ovvero del tutto scorati solo nel proprio animo?

No, non dovrebbe esserci stupore, perché "Noi siamo da secoli calpesti, derisi, Perché non siam popolo, perché siam divisi...": di chi sono e dove si trovano queste parole? Pochissimi sapranno rispondere a questa domanda.

A cominciare dai troppi, forconici e comici, politici e no oggi diventati o reinventatisi nazionalisti. O semplicemente, troppo semplicemente, da quei cittadini che - trovatisi improvvisamente più poveri o letteralmente poveri - hanno cominciato a reclamare le perdute sovranità economica, politica, monetaria, sentendosi d'un tratto, appunto, "calpesti e derisi...".

Quelle parole in corsivo nella domanda sono l'incipit della seconda strofa delle cinque che compongono l'Inno all'Italia di Goffredo Mameli. Tutti o quasi gli italiani conosceranno e avranno cantato, almeno quando gioca la Nazionale di calcio, la prima strofa, quella che quasi tutti immaginano unica: "Fratelli di Italia, l'Italia s'è desta, dell'elmo di Scipio...".

La perdita di sovranità, dunque, è cominciata da tempo e non per colpa dell'euro, dell'Unione Europea o degli immaginati ricchi complottisti saliti sul Britannia nel 1992 (sic!), ma decenni prima: rinunciando gli italiani, per mano propria, a inserire i 4/5 dell'Inno di Mameli nell'inno nazionale... Si ride per non piangere.

Pur con la sua mirabile ironia dissacrante, all'Inno del giovane martire e poeta patriota e quindi all'inno nazionale, un po' di notorietà in più ha dato soltanto Rino Gaetano nella sua preconizzante canzone del 1976 "Sfiorivano le viole" ("Michele Novaro incontra Mameli e insieme scrivono un pezzo tuttora in voga...", ). Almeno qualcuno più curioso, tra i milioni di italiani lasciati all'oscuro sull'intero testo fin da bambini, ha potuto sapere che dell'Inno Mameli ha scritto nel 1847 solo le parole. La musica no. Due mesi dopo a musicarle ci pensò Michele Novaro.

Al grigio e alla sgradevolezza, i beneventani rimasti in città, anche in questo Capodanno, hanno avuto la possibilità di fare, in parte, fronte, ascoltando su Raidue, con gli orecchi e gli occhi spalancati, la Filarmonica di Vienna, stavolta, splendidamente diretta dall'argentino Daniel Baremboim, vissuto in Israele e pure con passaporto palestinese: un vero cosmopolita.Musica eterna bellezza di note di luoghi.

Austria, impero, per guerre perse diventato piccolo Stato, mai ridimensionato, nel tempo e nella storia. Dalla cultura lungimirante, anche nel massimo delle sue espansione ed egemonia. Un esempio, un brano riascoltato stamane, non tra i più noti del repertorio di Johann Strauss figlio, "Egyptischer Marsch". Fu chiesto al musicista austriaco di scriverlo nel 1869, per l'apertura del canale di Suez.

L'Inno di Mameli-Novaro nel 1946 diventò nella sola prima strofa l'inno nazionale della nascente Repubblica Italiana. A leggere la strofa finale dell'intero testo di Mameli, la quinta, che inveisce proprio contro l'impero mitteleuropeo, si può intuire un motivo dell'adozione in ridottissima versione: "Già l'Aquila d'Austria le penne ha perdute. Il sangue d'Italia... bevé... Ma il cor le bruciò".

Quel cuore non è stato affatto bruciato, perché la cultura non è del tempo, del luogo, tanto meno della rinascente, in modo pernicioso, idea di nazione, dietro la quale altri umori, di rabbia e di egoismi immediati e miopi, si celano. Mozart non fu un fiore austriaco ma sarà, per sempre, una gemma del mondo. Come Verdi: anche con il suo "Rigoletto", quell'anno, si celebrò l'apertura del canale di Suez... Another time, another place...
Che poi è anche il titolo d'un film di Michael Radford (il regista del "Postino di Neruda", con Massimo Troisi). Da quella pellicola, su dei prigionieri italiani in Scozia per la Seconda Guerra Mondiale - il frutto maledetto del nazionalismo - citiamo, tra l'altro, un brano interpretato da Giovanni Mauriello, storica e inconfondibile voce della NCCP, che ci riporta al Sannio, al suo autore Alfonso Maria de' Liguori, vescovo di S. Agata dei Goti: Quanno nascette Ninno.

S. Agata, stesso paese da cui è partito, qualche decennio fa, per l'America l'emigrante Giovanni De Blasio, nonno di Bill De Blasio che oggi, Primo Gennaio MMXIV, ha giurato come sindaco di New York. E' il terzo primo cittadino della Grande Mela di origine italiana nella storia.E' stato eletto a stragrande maggioranza, perché assolutamente gradito e per niente grigio. Anzi, con la sua coloratissima famiglia, autentico cittadino del mondo. Oltre ogni nazione.