Trovarsi improvvisamente in un luogo immenso e irriconoscibile dove si parla una lingua incomprensibile e non aver paura, anzi...

- Zoom di Anna Maria Panella

Un po' Kafka, un po' Metropolis : un evento casuale e misterioso fa approdare il protagonista del romanzo, Budai, in una città che sembra una delle tante megalopoli contemporanee. Budai è un linguista diretto a Helsinki proprio per un convegno di linguistica. Ma, sceso dall'aereo, in piena notte e alquanto confuso, si ritrova catapultato in un albergo dove si accorge della stranezza della situazione in cui si è venuto a trovare. Il linguaggio delle persone del luogo, beffarda nemesi per un esperto linguista, è assolutamente incomprensibile. "In qualunque lingua parlasse [ Budai ] e per quanto ripetesse e perfino urlasse la parola informazione tutti si esprimevano nella stessa incomprensibile maniera, una sequenza di suoni chioccianti e apparentemente inarticolati : ebebe o epepe, etete o cose simili: il suo orecchio fine, addestrato a cogliere le varianti e le sfumature più sottili, non riusciva a distinguere altro che un borbottio gracchiante".

Anche la città in cui è approdato è indecifrabile ma, in questo caso, per mancanza di una precisa identità: "Doveva essere una grande città, questo sembrava assodato, una metropoli, uno di quei centri urbani di livello mondiale, dove non era mai stato. Per il momento non intuiva nemmeno in quale parte del globo potesse trovarsi, in che direzione e soprattutto quanto lontano da casa... Era una città densamente popolata, su questo non c'era dubbio, una densità maggiore di ogni altro luogo che avesse mai visitato, ma era difficile stabilire quale razza o gruppo etnico fosse prevalente. Le condizioni meteorologiche non sembravano fornire alcun indizio: il tempo era secco, freddo, invernale proprio come febbraio dalle sue parti. Nemmeno i cibi che vendevano nei negozi rivelavano molto del clima locale, erano alimenti che si trovavano ovunque... Neppure la moda differiva dai canoni del mondo civilizzato".

Tutto è familiare ma tutto disorienta. È l'esperienza psicologica che Freud definisce come il Perturbante, l'inquietante nascosto nel familiare. Ciò che dovrebbe rassicurare perché noto, invece, per la presenza di qualche elemento inconsueto, indecifrabile, minaccioso, angoscia.

Budai è come un naufrago perso in una marea di folla che riempie a dismisura ogni luogo anche l'enorme albergo in cui è approdato: "Scese a gettare uno sguardo nella hall, da cui poteva tenere d'occhio gli ascensori. Il gigantesco atrio era riempito da una folla enorme che, a quanto pareva, non diminuiva neanche a notte fonda: le persone si appisolavano sulle poltrone oppure si trascinavano qua e là mezzo addormentate. Davanti alla receptionist c'era una lunga fila, dove figuravano molti nuovi arrivati con le loro valigie".

Senza i riferimenti abituali, alla deriva, in una situazione senza ritorno, scattano in lui meccanismi fondamentali di sopravvivenza, dalla lotta all'adattamento, in un processo regressivo che è il solo vantaggioso in certe condizioni.

Il racconto che si snoda tra distopia e iperrealtà attiva nel lettore sentimenti sopiti, molto legati al vivere contemporaneo. L'oppressione della società di massa, l'incomunicabilità, la perdita dei punti di riferimento. Ma, in modo non del tutto paradossale, sollecita un sentimento opposto, anch'esso molto umano, radicato nel desiderio di cambiamento e di abbattimento dei confini di sicurezza: la spinta a perdersi senza paura, a fondersi in un grande insieme come parti docili di un Tutto.

E, a questa attrazione cede in un punto Budai: "Per tutta la sua esistenza Budai aveva vissuto in città, per lui era l'unica cornice di vita compatibile con il suo lavoro, le sue abitudini, i suoi svaghi, e aveva sempre subito il fascino delle grandi metropoli del mondo. E sebbene le proporzioni di quella città lo atterrissero, e di fatto lo tenessero prigioniero, non poteva negarne l'imponente bellezza. Da lassù sentì quasi di amarla".
- Ferenc Karinthy, Epepe, Adelphi.