L'Impostore e l'univocità del giudizio sul rapporto che lega la verità alla finzione

- Zoom di Anna Maria Panella

Un gran bel libro da leggere, L'Impostore di Javier Cercas, edito da Guanda. Conferma il pensiero di chi ritiene che il miglior romanzo è quello che incrocia una storia individuale con la grande storia collettiva. Ma questo non è un romanzo. La vicenda narrata è più che vera. Eppure sa di romanzo. Di più, questa oscillazione tra realtà e finzione non solo è il cuore del racconto ma segna l'andamento della narrazione che, mentre dà conto della verità dei fatti, li mette in dubbio. L'Impostore del titolo è Enric Marco.

"Marco era un ottuagenario di Barcellona che per quasi tre decenni si era fatto passare per deportato nella Germania hitleriana e per sopravvissuto ai campi di concentramento, aveva presieduto per tre anni la grande associazione spagnola dei sopravvissuti, la Amical de Mauthausen, aveva tenuto centinaia di conferenze e concesso decine di interviste, aveva ricevuto importanti onorificenze ufficiali e aveva fatto un discorso al Parlamento spagnolo a nome di tutti i suoi presunti compagni di sventura, finché, agli inizi del 2005, si era scoperto che non era un deportato e che non era mai stato prigioniero in un campo nazista. La scoperta l'aveva fatta un oscuro storico di nome Benito Bermejo...".

L'Impostore e la sua vita d'artificio diventano per Cercas (che tenta la ricostruzione della verità dei fatti a stretto contatto col protagonista) un corpo a corpo con l'ardua impresa di definire e afferrare i concetti di realtà e di finzione. Tra i tanti interrogativi che tormentano l'autore, l'iniziale è quello più sentito e storicamente più dibattuto: comprendere vuol dire giustificare? Ripercorrere la vita di Marco a partire dalla sua infelicissima infanzia, individuare le cause della sua assurda menzogna equivale ad assolverlo? Scrupolo non da poco per lo scrittore spagnolo che gli ha a lungo impedito di comporre l'opera come confessa nel formidabile incipit:

"Io non volevo scrivere questo libro. Non sapevo esattamente perché non volessi scriverlo, oppure lo sapevo ma non volevo riconoscerlo; o non del tutto. Il fatto è che per più di sette anni mi sono rifiutato di scrivere questo libro...Non volevo scriverlo perché avevo paura. È questo che sapevo fin dall'inizio, ma che non volevo riconoscere o che non osavo riconoscere; o non del tutto. Quello che so soltanto adesso è che la mia paura era fondata".

Ma quali sono gli aspetti di questa paura? Del primo si è già detto. A questo se ne affianca almeno un altro che sorge da dubbi legati proprio all'atto del narrare. Il romanziere non è anch'egli un mentitore? L'arte non è in fondo una finzione? Se a spingere Marco all'impostura sono stati un insano narcisismo e la volontà di 'comparire nella foto' non è anche la letteratura una forma socialmente accettata di narcisismo?

"Come il Narciso del mito, come il Marco reale, il romanziere è del tutto insoddisfatto della propria vita; non soltanto della propria, ma anche della vita in generale, e per questo la ricostruisce a misura dei suoi desideri, mediante le parole in una finzione romanzesca: come per il Narciso del mito e per il Marco reale, la realtà uccide e la finzione salva il romanziere, perché la finzione non è che un modo di mascherare la realtà, un modo di proteggersene o perfino di guarirne...Ma a differenza di Marco i grandi romanzieri, che in cambio di una menzogna fattuale offrono una profonda e perturbante ed elusiva e insostituibile verità morale e universale, Marco offre soltanto un discorso edulcorato, fallace e debordante di sentimentalismo...pura menzogna... Ciò che ha fatto si può fare nei romanzi e non nella vita; perché le regole dei romanzi e quelle della vita sono diverse. Nei romanzi non solo è legittimo mentire; è obbligatorio: quella menzogna fattuale è il modo per arrivare alla verità letteraria...nella vita, invece, come nella storia o nel giornalismo mentire è un vizio maledetto, come lo chiama Montaigne, una bassezza e un'aggressione e una sporca mancanza di rispetto e un'infrazione alla prima regola di convivenza degli esseri umani".

Questa è la risposta di Cercas ed è un punto fermo. Ma, non è definitiva la sua esplorazione intorno alla dialettica immaginazione - realtà. Su tutto il libro infatti aleggia (e non poteva essere diversamente in terra di Spagna) l'ombra di don Chisciotte che sollecita altri dubbi e rende meno univoco il giudizio sul rapporto che lega la verità alla finzione.