2 agosto da non dimenticare: nel 1980 fascisti e servizi deviati dello Stato fecero la strage di Bologna

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Il 2 agosto del 1980 saltò in aria la stazione di Bologna. Ecco una delle date di un calendario civile, prima ancora che politico, impossibili da cancellare: dai libri di storia e dalla memoria, individuale e collettiva. Era sabato, le 10.25 segnate da un orologio perennemente fermo da allora, eppure in grado di scandire il tempo al presente. C'era aria di vacanza, e di quelle vacanze del popolo della sala d'attesa di II classe, sudate un anno sano. La bomba in una valigia lasciata sotto una panca con la perizia del disinteresse per la vita umana (dai 3 anni di Angela Fresu agli 86 di Antonio Montanari) provoca 85 morti e 200 feriti, e lacera il tessuto democratico dell'Italia.

Restiamo ai fatti delle responsabilità accertate. Come ci ricorda il sito Mappe di Memoria: “Condannati all’ergastolo, come esecutori materiali della strage, i neofascisti dei Nar Giuseppe Valerio Fioravanti, Francesca Mambro – oggi entrambi liberi – e l’allora diciassettenne Luigi Ciavardini: giudicato in altro processo in quanto minorenne all’epoca dei fatti, è stato condannato a 30 anni.

Condannati per calunnia aggravata (ovvero per il depistaggio delle indagini) il capo della loggia massonica segreta P2 Licio Gelli (10 anni), gli ufficiali del Sismi Pietro Musumeci, iscritto alla P2 (8 anni), e Giuseppe Belmonte (7 anni), il collaboratore dei servizi segreti Francesco Pazienza (10 anni). Non giudicabile, in quanto deceduto durante il processo, il generale Giuseppe Santovito (capo del Sismi, anch’egli iscritto alla P2)”.

Depistaggi, servizi, braccia armate di identificazione certa: il campionario classico dell'eversione nera sorretta dalla lucidità insana degli apparati per fare di questo Paese un Paese altro a 'democrazia' limitata, con quel pizzico di nostalgia da ventennio che non guasta mai.

Stato forte, pensiero forte: le belle gioie amanti dei 'distinguo' e il narciso degli aspiranti uomini di potere s'interroghino, oggi, sulle priorità, e se consegnare o meno di nuovo questo Paese, per la prima volta dal dopoguerra, a una destra erede della peggiore tradizione culturale e politica che si ricordi.