Il Diario dell'Argonauta. 52 - Della tortura e dell'importanza della comunicazione nelle relazioni interpersonali

- Opinioni di Anteo Di Napoli

Sabato 25 giugno, in occasione della giornata internazionale per le vittime di tortura, nella sala “Giovanni Vergineo” del Museo del Sannio di Benevento, ho partecipato alla presentazione del libro “La settimana santa”, scritto da Luigi Romano, responsabile regionale campano dell’associazione “Antigone”. Il libro, che ho letto tutto d’un fiato in un solo pomeriggio e di cui consiglio la lettura, racconta con la forza di un pugno nello stomaco e una ricostruzione documentatissima, le gravi violenze perpetrate sui detenuti del carcere di Santa Maria Capua Vetere, in piena pandemia nell’aprile 2020, vicende divenute un caso nazionale.

Sono intervenuti Mario Gallo, responsabile della Circoscrizione Campania-Potenza di Amnesty International, Francesco Vespasiano, professore associato di Sociologia della Comunicazione dell’Università del Sannio, Amerigo Ciervo, docente emerito di filosofia e storia del Liceo classico “Pietro Giannone” e presidente dell’ANPI di Benevento, Loris Mariotti, professore di diritto internazionale dell’Università “Federico II” di Napoli.

Ciascuno, con le proprie competenze specifiche, ha raccontato dalla propria visuale il tema difficile e scabroso della tortura, rispetto al quale si tende a girare la testa dall’altra parte, talora associandolo a polverose vicende da libro di storia, mentre invece è attualissimo in molti Paesi del mondo, anche in Italia.

La mia “rubrica-diario” su questo giornale non può trasformarsi negli “atti” del seminario e quindi non proverò a riassumere i singoli, interessantissimi interventi, dai quali ho imparato o approfondito argomenti importanti, nonostante mi occupi di vittime di tortura dal 1991, prima nell’ambito del coordinamento medici di Amnesty International (sono stato responsabile nazionale dal 1998 al 2005) e poi dell’associazione Medici contro la tortura, di cui sono stato cofondatore nel 1999. Per una singolare coincidenza, la mia esperienza di attivista volontario per i diritti umani è iniziata nel 1987, anno di nascita dell’autore del libro, il quale quattordicenne venne alla presentazione di uno dei libri sulla tortura di cui sono stato coautore. Ho partecipato, in rappresentanza di Medici contro la tortura, cimentandomi col tema del seminario “Il silenzio della tortura”, a partire dalla mia esperienza diretta con le vittime, tra anni ’90 e anni 2000.

È proprio una riflessione sulla dimensione del silenzio e della comunicazione che vorrei proporre, partendo dall’argomento trattato, per arrivare alla vita di ciascuno di noi.

Le vittime quasi mai parlano, o quantomeno non lo fanno dal principio. E questo perché il trauma della tortura è “incomunicabile”, per la sua natura “antropogena”, cioè causato deliberatamente da un altro essere umano. Un’esperienza estrema che segna definitivamente le relazioni della vittima, che avrà per sempre il timore che “l’altro” possa essere qualcuno che ripropone la sua sofferenza. È un tema che vale anche per le dinamiche che si verificano in “contesti familiari”, all’ordine del giorno…

Riuscire a stabilire una relazione con la vittima, pertanto, è il primo e più importante obiettivo da conseguire, ma non è facile, anche perché la lingua può rappresentare un ostacolo. L’intervento di un mediatore può aiutare la comprensione semantica del racconto, ma certamente ne inficia l’autenticità più intima. Tuttavia, per chi come me si trovava ad ascoltare, la barriera linguistica era anche una difesa, proprio perché attenuava l’impatto di storie talora terribili. Non a caso, la mia esperienza più forte è stata con una vittima italiana (violenze indicibili subite in Brasile), il cui racconto mi attraversò come una scarica elettrica, effetto che si ripropone ogni volta che lo ricordo (è accaduto anche sabato).

L’importanza della comunicazione nelle relazioni interpersonali è qualcosa che, in fondo, ciascuno può sperimentare, ad esempio quando un rapporto d’amore o d’amicizia entra in crisi. Il silenzio, anche nella dimensione “privata”, è l’ostacolo da rimuovere, perché solo la comunicazione può farci uscire dalla monade del nostro “è giusto così, ho ragione io”, dinamica che lastrica la strada che porta a perdersi.

Negli ultimi mesi, mi interrogo spesso sulla mia natura di persona che “prova gratificazione nel dare” (il volontariato è un esempio), ma mi accorgo che da essa discendono tutte le più dolorose delusioni; contemporaneamente, lotto “titanicamente”, cioè senza speranza in partenza, contro il tempo che mi sfugge, moltiplicando il carico delle mie giornate, per “allargare la vita”, come suggeriva Luciano De Crescenzo.

Pochi giorni fa, ho avuto una chiacchierata con Azzurra, mia giovane e affezionatissima amica. Ne riporto il passaggio chiave. “È importante aspettare, staccare”, mi ha detto. “Alla mia età l’attesa è un lusso, perché ogni giorno in più è un giorno perso. E più stacchi, più muori”, le ho risposto. “In che senso?” “Nel senso che alla mia età il futuro è l’oggi, quindi o acceleri o ti metti sul divano”. “È un altro punto di vista, ma mi piace”, ha concluso.

Ma forse quello dell’età è solo un alibi. Ho ritrovato la foto di una gita scolastica, all’ingresso del Vittoriale degli Italiani, la dimora monumentale che Gabriele D’Annunzio si fece costruire a Gardone Riviera. Sono ritratto davanti al motto: “Io ho quel che ho donato”. Avevo diciassette anni...