Il Diario dell'Argonauta. 51 - Marocco: un viaggio tra luce e tramonto

- Opinioni di Anteo Di Napoli

“Al-Mashriq” in arabo vuol dire “dove il sole nasce”, quindi “oriente”, ma anche “luce”, “luminoso”, “alba”. Invece, “Al-Maghreb” significa “dove il sole tramonta”, pertanto “occidente”, “tramonto”, ed è il nome che gli arabi, giunti alla fine del VII secolo, diedero al Marocco, estremo limite occidentale del mondo allora conosciuto, oltre il quale vi era solo l’ignoto dell’Oceano.

Credo che sia il convivere in Marocco delle due dimensioni di luce nascente e morente a spiegare il fascino di questa terra sorprendente, che ha ispirato, non a caso, scrittori, pittori, registi. Chi si aspetterebbe la piatta aridità di un deserto, resta sorpreso dall’incontrare, mentre risale il Paese, l’imponente catena montuosa dell’Atlante (vette oltre i 4.000 metri) che separa a est il Marocco dal deserto e gli garantisce acqua per irrigare pianure verdi e fertili. Non a caso si mangia benissimo, col piatto tipico il “tajine”, servito nell’omonimo recipiente di terracotta dove la carne viene cotta direttamente, accompagnato da verdure e introdotto da magnifiche insalate; la frutta, in particolare le arance, è squisita. Non a caso il Mito colloca in Marocco il Giardino delle Esperidi, dove Ercole compì una delle sue dodici fatiche, al ritorno dalla quale, nei pressi dell’odierna Tangeri, sfidò e uccise Anteo...

Il Marocco, per meglio dire le sue città, su tutte Marrakech, è una meta presa d’assalto dai turisti, mentre dovrebbe essere una terra per viaggiatori. Per spiegare la differenza citerò “Il tè nel deserto”, film di Bernardo Bertolucci ambientato proprio nel deserto marocchino, storia del viaggio “psicoanalitico” di due ricchi coniugi americani in crisi, Port e Kit (John Malkovich e Debra Winger), insieme all’amico Tunner (Campbell Scott), fatto per ritrovarsi e che avrà l’effetto opposto: “Il turista è uno che appena arriva pensa di tornare a casa, Tunner. Mentre il viaggiatore può non tornare affatto”.

Durante il breve tour del Marocco (una settimana) ho desiderato più volte di non tornare a casa, di perdermi nel dedalo senza sole di una medina, tra i profumi di dolci e spezie, o abbandonarsi alle mani sapienti di una massaggiatrice nel caldo umido di un hammam.

Oppure restare in un villaggio berbero della valle di Ourika, alle pendici dell’Atlante, dove la musica del silenzio è accompagnata solo dalle voci di tanti bimbi che giocano senza scarpe, tra gli animali che abitano le loro poverissime dimore, e che ti salutano felici mentre, allontanandoti, mandi loro un bacio. Non c’è niente che mi umilia più della povertà di un bambino, come quelli che, a tarda ora, provavano a resistere al sonno sui marciapiedi di Marrakech, accasciati sugli oggetti che erano obbligati a vendere, contando sulla compassione di chi passava. “Me li porterei via tutti”, ho detto a mia moglie.

A Fes, mentre visitavamo la medina, con viuzze strettissime e buie, siamo finiti per sbaglio in una casa, dove ancora dormivano due famiglie, ammassate, con un odore di corpi da togliere il respiro, nulla se paragonato al puzzo indescrivibile dell’enorme conceria a cielo aperto, per osservare la quale dall’alto (è un “must” per il turista) si viene dotati di foglie di menta per coprirsi naso e bocca.

A Marrakech convivono il lusso degli hotel, lo splendore dei “riad” della Medina, le lussureggianti dimore signorili di stile andaluso, spesso proprietà di facoltosi occidentali (molti italiani) o sede di ristoranti di lusso, l’abbondanza e la varietà di merci dei suq, con la sconvolgente miseria delle minuscole dimore della Mellah, già quartiere ebraico. Un mix che trova la sua sintesi in piazza Jemaa el-Fna, immensa distesa che verso il tramonto pullula di bancarelle di ogni sorta, di incantatori di serpenti e capannelli di persone intorno a musicisti e danzatori che si muovono al suono di ritmi ipnotici. È impossibile perdersi, prendendo come riferimento il minareto della moschea della Koutoubia, altissimo ma non quanto i 172 metri di quello “record” della moschea Hassan II di Casablanca (la sola visitabile per un non musulmano), edificata sull’Oceano, che ho definito “una delle prove dell’esistenza di Dio”. Casablanca, invece, è una brutta metropoli, dove nulla richiama le atmosfere dell’omonimo leggendario film di Michael Curtiz del 1942, interpretato da Humphrey Bogart e Ingrid Bergman, che compete per la palma di più bello della storia del cinema (il film non italiano che ho visto più volte in vita mia).

A proposito di bellezza, in Marocco è ovunque: nelle ninfee fiorite dei giardini “blu” Majorelle di Marrakech (appartenuti a Yves Saint-Laurent che vi fece spargere le sue ceneri), nei cortili delle mederse di Meknes, nelle case azzurre della kasba di Rabat, nei ricami dei tappeti berberi o arabi di Fes, e negli occhi che non danno scampo delle donne...

“A volte penso che questo sia il nostro vero errore: credere di avere tutto il tempo che vogliamo, che il tempo in realtà non esista”, dice Kit, la protagonista del già citato “Il tè nel deserto”. Io sento che il tempo mi sta sfuggendo dalle mani, se lo farà come sabbia o come sementa (così dice un proverbio arabo) dipenderà forse da quanti viaggi riuscirò ancora a fare. "As time goes by" cantava Louis Armstrong in Casablanca.