Il Diario dell'Argonauta. 50 - Viaggi interiori o come una pietra su un piano inclinato

- Cultura Spettacolo di Anteo Di Napoli

Martina è una mia collega da alcuni anni, ma dalla scorsa estate condividiamo la stanza al lavoro. È la persona con la quale trascorro più “tempo effettivo” e un po’ alla volta è diventata una sorta di radar sensibilissimo dei miei stati d’animo, che riesce a interpretare basandosi sui miei silenzi, sul mio tono di voce, sui miei sospiri. “Tutto bene? Che hai?”, sono state domande con cui hanno esordito molte nostre chiacchierate, anche se non di rado le mie risposte sono state altri silenzi o dei “niente” ancor più eloquenti.

Martina è un punto di riferimento e la sua presenza mi rassicura, tanto che quando non lavora in sede (ha due figli piccoli e talora beneficia del lavoro a distanza) mi sento più vulnerabile. Donna di grande intelligenza e brillantezza, ha la capacità di “smontarmi” con una battuta ironica o darmi delle chiavi di lettura illuminanti rispetto alle cose che mi accadono.

Parliamo di tutto, anche di argomenti particolarmente “sensibili”, legati a “questioni di cuore”. Giorni fa, ad esempio, si parlava dell’estrema cautela che ci si deve imporre nel giudicare la vita altrui in tali ambiti. Le dicevo di poter affermare con assoluta certezza che mai nella vita andrei a cercarmi un’avventura o una scappatella. Ma che a me, come a chiunque, potrebbe accadere di innamorarmi, cosa totalmente diversa dalle situazioni precedenti, e in tal caso nessuno avrebbe il diritto di giudicare. Martina conveniva. “Temo” i suoi giudizi, stimandola molto. Credo che la cosa sia reciproca, perché mi chiede consigli su alcune scelte e cerca il mio sostegno per situazioni che la deludono.

La “coabitazione” ha coinciso con uno dei periodi più inattesi e complessi della mia vita, durante il quale, secondo mia moglie, io avrei subito una metamorfosi, tale per cui quella esteriore costituirebbe una sorta di rappresentazione di quella interiore.

Non so se sia proprio così. Certamente ho raggiunto la consapevolezza riassunta dall’epitaffio che leggemmo sulla tomba di Nikos Kazantzakis (l’autore di “Zorba il greco”), durante un viaggio a Creta, una dozzina di anni fa: “Non spero in nulla. Non temo nulla. Sono libero”. Intendiamoci, si tratta di una condizione interiore tutt’altro che lieta, ma che allo stesso tempo consente scelte che in altri tempi non avrei fatto, perché paralizzato dai dubbi, dalla paura di aver qualcosa da perdere.

È lo stato d’animo che mi ha indotto a scrivere soprattutto (ovviamente non tutto) del mio mondo interiore negli ultimi mesi. “Like a rolling stone” di Bob Dylan (considerata dalle riviste specializzate la canzone più importante nella storia del rock) è stata per anni l’esordio delle mie giornate. Si racconta il rotolare in basso di una ragazza, abituata agli agi e alle proprie sicurezze, come una pietra su un piano inclinato. Il testo è concepito come un crescendo di invettive che culminano in quella definitiva: “When you got nothing, you got nothing to lose / You’re invisible now, you got no secrets to conceal” (Quando non hai niente, non hai niente da perdere / Sei invisibile adesso, non hai segreti da nascondere).

Forse proprio perché per Martina “non ho segreti da nascondere” riesce a spiazzarmi con delle domande apparentemente fuori contesto. Ieri, mentre stavamo lavorando alle risposte ai revisori di un nostro articolo scientifico, ha percepito che mi “ero assentato” e mi ha chiesto a bruciapelo: “Ma ti ha fatto veramente bene questo viaggio?”. Si riferiva al mio recente tour del Marocco, di cui scriverò prossimamente. “Sì e no”, le ho risposto. “Sì, perché è stato un viaggio bellissimo. No, perché ritrovavo dappertutto quello da cui fuggivo”. Una risposta che richiamava fin troppo l’aforisma di Michel De Montaigne, spacciato come proprio da Lello Arena a Massimo Troisi nel film “Ricomincio da tre”: “Chi parte sa da che cosa fugge, ma non sa che cosa cerca”.

Forse viaggiare è quel che più amo in assoluto, ed è sempre stato centrale nella mia vita. I lettori di più antica data sanno quanti viaggi ho raccontato. Forse perché il viaggio, per definizione, è una metafora della vita stessa. Non a caso le due più grandi opere letterarie di tutti i tempi, l’Odissea e la Divina Commedia, raccontano di un viaggio.

Arrivo ad affermare che il cuore di una persona risiede presso quella con la quale sogna viaggi. Lascio la chiosa ai versi di “Vorrei” di Francesco Guccini: “Vorrei con te da solo sempre viaggiare, scoprire quello che intorno c’è da scoprire, per raccontarti e poi farmi raccontare il senso d’un rabbuiarsi o del tuo gioire … E lo vorrei, perché non sono quando non ci sei, e resto solo coi pensieri miei ed io”.