La Resistenza armata ha liberato l'Italia dall'invasore straniero e dal fascismo. L'ANPI rimane una risorsa

- Opinioni di Carlo Panella
Partigiane e partigiani italiani
Partigiane e partigiani italiani

Il 25 Aprile è la festa della Liberazione dell’Italia. Si celebra la vittoria della lotta armata dei partigiani italiani – la Resistenza - contro l’invasore tedesco, al cui servizio si erano posti i repubblichini fascisti italiani, quelli ancora al seguito di Mussolini fedele a sua volta ai nazisti occupanti. La Resistenza si svolse soprattutto nell’Italia del Nord ancora occupata dallo straniero, fu composta da italiani di orientamento politico comunista (in maggioranza), socialista, azionista, liberale, laico, cattolico e anche monarchico. I combattenti partigiani, in pratica dei guerriglieri, usarono armi leggere, recuperate in vari modi, strappate ai tedeschi, o ricevute per via area da inglesi e statunitensi. La loro azione ha fatto sì che la liberazione dell’Italia non sia avvenuta solo per l’azione militare degli eserciti Alleati, ma anche per le azioni militari di italiani.
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La Resistenza, dunque, guidata dal Comitato di Liberazione Nazionale formato dai partiti antifascisti costretti alla clandestinità dalla dittatura di Mussolini, fu innanzitutto una guerra e di liberazione nazionale.
A provare ad accostare strumentalmente la parola pace alla Resistenza nella costituita Repubblica italiana, nata anche dal sacrificio di quei combattenti, sono stati e sono gli esponenti della destra, soprattutto di quella postfascista: vorrebbero festeggiare il 25 Aprile non più la Liberazione dallo straniero invasore e dal fascismo, ma appunto la “pacificazione” nazionale.
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Questi sono i fatti, incontrovertibili. Perché ricordarli, allora oggi nel 77° anniversario della Liberazione?
Perché, alcuni, oggi, per ragioni politiche (di opposizione all’invio di armi ai resistenti ucraini invasi dall’esercito russo e per un antiamericanismo a prescindere) stanno provando a dare un quadro fuorviante di ciò che è stata la Resistenza, quasi fosse stata un movimento pacifista di tipo gandhiano.

E’ ovvio e banale dirsi ed essere per la pace e contro la guerra. La guerra è il male assoluto. Se però uno stato aggredisce un altro e lo sta distruggendo, in persone e cose, indiscriminatamente, e gli aggrediti chiedono aiuto, innanzitutto armi, per potersi difendere, la questione vera (e seria) non è più l’astratto essere per la guerra o per la pace (perché la pace ormai non c’è più), ma se aiutare concretamente gli invasi o non farlo lasciandoli sopraffare.

Aiutarli, inviando armi e ponendo sanzioni all’aggressore invasore per cercare di fermarlo senza aumentare lo scenario di guerra, ci costa e ci costerà; non aiutarli, sperando che l’armata russa finisca la sua devastante operazione al più presto, non ci costa o può costare molto meno.
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Spazio per immaginate terze vie diplomatiche che portino miracolosamente se non alla lontanissima pace almeno a una tregua o a un cessate il fuoco ora non ce n'è: qualche leader europeo, qualche autorità religiosa, l’Onu per quel che conta ci hanno provato, ma non hanno trovato ascolto nell’aggressore che vuol vincere la guerra, essendo militarmente molto più forte dell’aggredito, benché stia stentando tanto sul campo, per la tenace resistenza degli ucraini.

Ci si proverà ancora a fermare con le azioni diplomatiche Putin, ma per ora si può solo tentare di costringerlo a farlo evitando che si ostini a ottenere la resa senza condizioni degli ucraini che comunque sono disposti anche a trattare.
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Chi è antifascista, chi si richiama ai valori ancora vivi della Resistenza armata all’invasore straniero, non può aver dubbi sul da farsi in questi casi. Armi ai resistenti, ché queste chiedono loro al mondo, e netta e generosa scelta di campo a ogni livello contro l’invasore.

Purtroppo, la benemerita associazione ANPI nelle sue ultime esternazioni si è comportata diversamente, apparendo con tanti suoi distinguo, con i tanti se e ma, come equidistante e contraria al sostegno anche armato ai resistenti. Solo dopo le inequivocabili parole del Presidente Mattarella, alla vigilia del 25 Aprile, il presidente dell’ANPI Pagliarulo ha corretto il tiro, dicendosi al fianco degli ucraini e contro l’invasore e tentando di far passare la doppiezza del suo atteggiamento iniziale per una forma di delegittimazione dell’ANPI. Vera o immaginata che sia, essa non sarebbe stata assolutamente possibile, se le parole pronunciate poche ore fa dal suo attuale presidente fossero state scandite dall’inizio.

Pagliarulo però non molla del tutto e ancora insiste nel precisare che le bandiere della NATO alle manifestazioni del 25 aprile “sarebbero inopportune”. Ora, a mia memoria (e non sono un giovincello) non si è mai vista una bandiera NAT0 a una manifestazione di popolo in piazza: perché, dunque, lo paventa?

Per una sorta di riflesso incontrollato, probabilmente. Pagliarulo infatti è il cossuttiano Pagliarulo, cioè, epigono di quella componente assolutamente minoritaria del PCI, filosovietica, che mai ha tollerato l’evoluzione verso la democrazia occidentale di quel partito. Non solo al momento del cambio del nome, ma da decenni prima!

Chi scrive, oltre a essere stato antifascista fin da ragazzo (quando era rischioso esserlo e non avendolo mai smesso, nella lunga e diuturna attività giornalistica), è stato a suo tempo nel PCI, partito che dunque ha ben conosciuto. E ben ricorda la opposizione di Cossutta e dei suoi a Berlinguer mentre il segretario si distanziava sempre più da Mosca; e rammenta la loro reazione alle parole del leader sardo quando nel giugno del 1976 disse che, nel perseguire la propria strategia politica, il PCI si sentiva più al sicuro sotto l’ombrello della NATO che sotto quello del Patto di Varsavia, composto dall’URSS e dagli stati europei satelliti. Cossutta la prese malissimo e la sua opposizione interna al PCI divenne sempre più dura, fino alla rottura con la scissione del PRC.

La storia ha già detto come andarono le cose. Poche ore dopo quelle parole di Berlinguer il PCI raggiunse nelle urne delle Politiche la cifra record del 34% dei voti. La prematura scomparsa del segretario nazionale e la imparagonabile statura dei suoi successori ne hanno poi determinato una molto meno gloriosa fine…
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Il 25 aprile, anche questo 25 aprile, però, dovrà essere la festa di tutti gli italiani, di ogni estrazione politica. Di quelli che cantano “Bella Ciao” non meccanicamente ma condividendone il significato, innanzitutto letterale…

Quelli che ovviamente – come tutti gli intelligenti – sono per la pace, ma che, se scoppia una guerra e questa è purtroppo in atto, tra invasori e aggrediti sanno con chi stare e lo dicono senza indugi e lo praticano.
Errare è umano, ma l’ANPI per quel che tale associazione ha significato e potrà significare va comunque apprezzata e non avversata: l’antifascismo e la Resistenza prima di tutto. Viva l’Italia liberata !