Riflessioni, analisi e confessioni nel Pensiero in sorgente: presentato il libro di Nicola Sguera

- Cultura Spettacolo di Teresa Simeone

L’ultima fatica letteraria di Nicola Sguera, Pensiero in sorgente, edito da Delta 3, con la bellissima foto in copertina di Pasquale Palmieri che ritrae il rabdomante di Mimmo Paladino, presentato lunedì 4 aprile a Benevento nell’Auditorium del Collegio De La Salle, è un libro importante. Raccoglie, in forma asistematica, riflessioni, analisi e confessioni. È soprattutto autobiografico: in ogni pagina, in ogni riferimento filosofico, letterario, poetico, cinematografico c’è Nicola, con la sua personalità multiforme, gli interessi pluridirezionali, lo slancio inarrestabile a scendere nella parte più profonda e autentica delle problematiche che affronta, fino alla loro scarnificazione, che poi è anche la propria. Oneste e commoventi le memorie familiari in cui, con rara generosità, si offre nudo ai suoi lettori.

Provo a rispondere all’invito fatto nell’intervento conclusivo con annotazioni che nascono da un rapporto di antica e leale amicizia e da un idem sentire comune, pur nelle differenze di tipo filosofico-politico- esistenziali che ci distinguono.

Intanto, credo, com’è testimoniato dalla sua scelta universitaria, che Nicola sia soprattutto un poeta, un poeta raffinato che ha incontrato la filosofia verso la quale nutre un rapporto ambivalente di amore-odio: da un lato ne comprende e ammira la complessità, dall’altro ne condanna la razionalità. Ma la filosofia è razionalità. Anche quando, con riferimento a Talete, suggerisce che abbia la responsabilità di aver reciso il legame tra mhytos e logos, dimentica che è proprio nel tentativo di emancipazione da una lettura mitica presenti nelle varie cosmologie che si dà inizio al filosofare. E, tuttavia, non riconosce all’inimicus Plato di aver utilizzato, nel servirsi di uno strumento scelto per muoversi ai limiti del pensabile, oltre le possibilità della ragione, proprio quel mito la cui nostalgia invece Nicola rivendica.

Il suo libro è un costante, spietato attacco alla filosofia: non perde occasione, da Talete a Platone, da Cartesio a Bacone, arrivando all’illuminismo e all’idealismo, di considerarli i responsabili del male nel mondo, di aver creato la metafisica, aver gettato le basi di un prometeismo tracotante e pericoloso e di aver consentito un progresso che confligge con la sua visione naturocentrica. Terribile è la perentorietà con cui scrive, sedotto dalla stessa violenza che vi immette, “E quindi a celebrare il funerale di questo lungo equivoco chiamato ‘filosofia’”. È intrigato dalla complessità del pensiero teoretico, ma il suo amore è per la poesia. Ed è un amore escludente che non lascia spazio a quella filosofia che pure ha scelto di insegnare. È vero: nel suo atteggiamento antifilosofico c’è filosofia, c’è il filosofare come procedimento che semina dubbi, ma questo, a lungo andare, se non apre sentieri da percorrere che non siano quelli da lui indicati della poesia (la quale, pur avendo a volte contenuti filosofici, non è filosofia) diventa suicida e finisce per indurre l’idea che il filosofare si risolva solo nel compito di smontare certezze. Le proprie. Nicola identifica la filosofia con Platone, Cartesio, Bacone, Hegel, verso il cui razionalismo e il cui storicismo prova un rancore, di matrice heideggeriana, che lo porta a non allargare lo sguardo oltre quei confini.

L’unica possibilità che intravede, insieme ad Heidegger e a Leopardi, è quella di un pensiero poetante e di una poesia pensante in cui, però, la centralità è unicamente per la lirica. Ovvio che incanti quando recita versi e afferma che la loro bellezza salverà il mondo ma la filosofia non è l’ancella della poesia, quella che serve a darle la patente di sapere completo. La filosofia è dialettica, rigore logico, pluralità di voci; la poesia è una voce, una sensibilità, un individuo. La prima è argomentazione, la seconda espressione senza, ovviamente, contraddittorio. La cura del verso, la ricerca della frase che evochi suggestioni, la scomposizione provocatoria delle parole con l’uso di parentesi che tolgono/aggiungono significati diversi tradisce la volontà di intrigare, di richiamare sensi nascosti, di aprire spiragli su mondi lontani dalla lettura convenzionale. In questo è un maestro difficilmente superabile. Non è un mistero, d’altronde, che a Nicola piaccia provocare. Lo fa continuamente e sapientemente. Usa espressioni forti, acuminate, a volte dando l’impressione che sia innamorato del suono delle belle parole che riesce a costruire/decostruire senza preoccuparsi di come possa essere interpretato.

Se analizziamo i temi che tratta, non si può non rilevare che la sua evoluzione non ha subito, come confessa quando scrive di essere rimasto sempre fedele a “un nocciolo autentico” immutato nel tempo, particolari cambiamenti rispetto al Nicola più giovane, se non nella consapevolezza della maturità che deve concedere qualcosa alle conquiste della scienza (ma pochissimo!) e alla presenza di un umano che non può certo eliminare dal pianeta. Anche nelle pagine di questo libro, ricche di pathos e di “furore eroico antiprogresso”, emerge una visione antirazionale nella cui radicalità è difficile riconoscersi, pur ammettendo la bontà di alcune di quelle critiche, peraltro da molti, ma con toni meno assolutistici, condivise. L’anti-umanesimo, l’anti-progressismo, il concetto di democrazia diretta, il rapporto di condanna/utilizzazione della tecnologia, il ripudio pressoché totale della scienza, l’esaltazione della natura con conseguente demonizzazione dell’uomo, l’elogio di Epimeteo e il biasimo per Prometeo, l’esaltazione del conflitto senza una soluzione conciliatrice non possono essere accettati da chi, pur nell’analisi critica che ciascuno di noi ha attraversato (chi non ha studiato e apprezzato Anders, Thoreau, Illich? Chi da giovane non è rimasto affascinato da Heidegger?) rimane convinto che, per quanto l’uomo si sia a volte dimenticato della bellezza della natura, è in ogni caso un essere che ha diritto ad esistere quanto e come tutti gli altri viventi. L’espressione che riporta nel libro: “L’uomo è divenuto il ‘tumore’ di quella Terra-Madrepatria che dovrebbe custodire” è terribile. Si capisce che l’iperbole è voluta e che nasconde anche la volontà di provocare ma considerare l’essere umano un cancro per la Terra, Terra di cui fa parte e che esiste indipendentemente da lui, minacciata, è vero, ma non tanto da dipenderne per la sua sopravvivenza, è la più radicale forma di anti-umanismo che si possa configurare. E accettare.

La peculiarità dell’essere umano è che in lui non agisce solo la componente biologica ma la parte che si chiama cultura e che è alla base del tentativo di reagire all’ambiente circostante, per salvarsene e per viverci meglio. Non può farne a meno: quando l’uomo ha incominciato a deviare un corso d’acqua per irrigare un campo o a costruire un acquedotto per trasportarla o a catturare la forza del vento per macinare il grano non ha disobbedito al proprio statuto identitario ma gli ha dato seguito. Esattamente come quando ha iniziato a disegnare nelle grotte, a inventare un codice di comunicazione, a scrivere una poesia. È cultura e la cultura per esprimersi deve necessariamente farlo nella natura. Non tutto ciò che è cultura, d’altronde, è un danno per il pianeta. Certo deve rispettare un limite invalicabile, certo deve evitare la distruzione del patrimonio comune, certo non deve dimenticare di non esserne il proprietario ma il custode, ma non può immaginare se stesso come un vegetale che non agisca, in qualche modo, secondo le proprie disposizioni. E questo perché non è un vegetale. È proprio nel rafforzamento dell’intelletto e nel potenziamento della sensibilità ecologica, che nasce anche dalla riflessione sui mali futuri, che può trovare la strada per evitare le aberrazioni. Fermo restando che se la Terra morirà è perché sta invecchiando, come il Sole da cui dipende e il cui raffreddamento ne deciderà la sorte. Se saccheggeremo il pianeta, invece, saremo noi a morirne.

Le analisi spietate di Heidegger sulla presunzione dell’ente, l’invito a immergersi suggestivamente nella natura di Thoreau, l’appello alla lentezza e alla decrescita di Latouche sono state importanti nel mettere in guardia dalle distorsioni ma non sarebbe il caso di iniziare a proporre soluzioni più concrete e meno utopistiche? D’altronde è senz’altro vero quello che scrive a proposito del filosofo di Messkirch: è stato uno dei pensatori (Sguera scrive, da innamorato, che è l’unico pensatore del Novecento) più prolifici e fecondi di frutti. Eppure come dimenticare che, tra costoro, Anders, Arendt, Jonas hanno reciso il cordone ombelicale, anche in modo violento, e hanno preso altre strade? Le scelte che anche i grandi maestri fanno non sono ininfluenti nel cammino di chi li ha avuti. Con onestà (e come potrebbe essere altrimenti!) Nicola riconosce la debolezza di Heidegger nel cedere al nazismo ma la configura come una forma di vanità, il tentativo per un intellettuale di trovare una via per le proprie ambizioni. Sa bene che non è solo questo, che dietro la scelta di aderire al nazismo ci sono motivazioni tanto profonde da sopravvivere anche alla decisione di lasciare una posizionalità attiva: pagò, certamente, con una solitudine disperante che lo stesso Jaspers, il cui giudizio era stato determinante nell’interdizione dall’insegnamento, cercò di evitargli chiedendone, poi, il rientro all’università! Non si era mostrato altrettanto generoso Heidegger col suo vecchio maestro Husserl. Ma questa è un’altra storia. Heidegger, comunque, meritava di continuare ad insegnare perché è stato un gigante del pensiero, un esploratore di sentieri e un inventore di categorie ontologiche che tutti noi utilizziamo, benché algido e incapace di vera empatia, e, soprattutto, come scriveva Anders, moralmente mediocre.

Mi ha molto sorpreso la forza con cui Nicola, nel libro, ha confessato la propria fede che, giustamente, distingue dalla religione; dopo la pausa atea, è tornato credente e fervente, mistico, cristiano: nell’utilizzare i concetti, di derivazione agostiniana, di creato e di creatore, non solo esprime una spiritualità profonda ma anche in linea con la tradizione. La provocazione, anche in questo caso, è sentirsi un eretico ma, in realtà, non potrei riconoscere un ortodosso più evangelicamente autentico del Nicola di oggi. Non credo di fargli torto se scrivo che la sua eresia è più la rivendicazione di una posizione aprioristicamente dissidente che non la constatazione di essere oggettivamente fuori da qualcosa. Quando reclama chiese perché senza chiese non ci sono eretici sta chiedendo la libertà di avere uno spazio senza recinti in un mondo in cui i recinti devono starci per consentire di accettarli o di oltrepassarli, fedele, d’altronde, alla visione eraclitea di un mondo che si involve nei contrari e da essi rinasce. Vuol dire che dobbiamo vivere il conflitto? Non per la fede, a quanto pare, se scrive, sorprendentemente: “Urge entrare nel mare aperto, nell’Abbandono (mistico, francescano) al potere rigenerativo dell’Amore e della Grazia.”, spingendosi a dire che questo tempo esige dei santi, non dei professori di teologia e di politica (e a questo punto meno che mai di filosofi).

Non si può chiudere la lettura del libro senza far riferimento alle pagine in cui rievoca, in modo severo, eppure profondo e autentico, la figura del padre. Pagine di alta, altissima umanità. E coraggio. Il più bell’omaggio, fatto di durezza e tenerezza, che un figlio possa fare a un padre, cercato, allontanato, accolto e finalmente ritrovato. Come assolutamente nobili sono quelle in cui motiva il suo percorso da “carnivoro” a vegetariano e poi vegan e in cui si entra in contatto con la sua capacità empatica di soffrire la sofferenza del mondo, capacità che è anche il motivo del rapporto che ha con i suoi studenti e che risponde a quell’erotica dell’insegnamento che Recalcati e Galimberti hanno impresso nelle loro riflessioni e che Nicola mette in pratica, con tormento e con successo, ogni giorno nelle sue lezioni.