Virus e filosofia – Insinuare il sospetto per liberare l’umanità e non per spingerla verso il baratro del rischio della vita

- Opinioni di Teresa Simeone

Nel rispondere alle critiche, legittime e per me sempre stimolanti, di Nicola Sguera, intellettuale raffinato che non solo non si sottrae a sollecitazioni ma alimenta dibattiti e crea discussioni, devo fare anch’io delle necessarie premesse per consentire a chi legge di avere le dovute informazioni. Intanto, l’articolazione del pezzo di Nicola su "IlVagli.it" (clicca qui per leggerlo) mi impone di non bypassare i punti analizzati per cui anche il mio intervento non può esaurirsi in poche righe.

L’altra premessa riguarda la natura del nostro, mio e di Nicola, rapporto con il potere, lui con la scelta coraggiosa che fece qualche anno fa, io con l’essermi tenuta lontana da coloro che chiama i “decisori politici”, essendo la mia unica esperienza, mai più ripetuta, nonostante le sollecitazioni che mi sono arrivate a ogni tornata elettorale, quella che ha riguardato la carica di consigliera comunale prima nella maggioranza eletta del mio paese e poi, subito dopo qualche mese, come indipendente, in dissenso con il sindaco e la sua giunta e portata avanti per 5 lunghi anni in completa solitudine. Per ulteriore chiarezza, le mie posizioni nei confronti dei governi che hanno preceduto gli ultimi due (quelli coincidenti con la pandemia) sono state sempre di forte critica sia quando c’era Berlusconi che quando c’era Renzi. Per non parlare di quando governavano Conte e Salvini.

Chiarito questo, passo a rispondere ai punti del colto, argomentato e brillante intervento di Nicola.

Punto n. 1. Inizia con l’affermazione di voler affrontare la questione con un “approccio non manicheo”, insinuando, velatamente, che il mio lo sia. Facile rispondere che il manicheismo che vede in molti e in me è piuttosto chiarezza di pensiero per evitare ambiguità: io sono convintamente a favore della vaccinazione.

Punto n.2. Nicola, nel ricordare la mia posizione, parla di una “visione decisamente idealizzata della scienza” chiedendo, nello stesso periodo, se il metodo scientifico possa considerarsi “avulso da una comunità di ricercatori che fanno parte di paesi, Stati o organizzazioni con precisi interessi economici e geopolitici”. Alla prima critica rispondo che una visione idealizzata è una visione assolutizzata, dunque perfetta, iperuranica, graniticamente intoccabile dal dubbio ma, nel mio articolo, io scrivo esattamente l’opposto e cioè che la scienza è un sapere rivedibile e correggibile: il suo contrario è, appunto, pseudoscienza.
Per quanto attiene alla seconda questione, la mia risposta è no, la scienza non è avulsa da interessi legati ai singoli Stati ma vi sono governi che la strumentalizzano a fini di puro esercizio del potere, come Bolsonaro, Johnson, Trump, Putin che hanno portato le loro popolazioni a vere ecatombi fino a che non hanno cambiato registro, e altri che si sforzano di salvaguardare la salute di tutti, fragili e sani, come molti paesi europei tra i quali l’Italia.

Ci sono riusciti? Non sempre, ma la situazione pandemica era qualcosa di nuovo e di imprevedibile, che ha richiesto risposte veloci non del tutto efficaci. E, ciononostante, considerando le misure adottate, improntate al principio di precauzione, io ho ringraziato la sorte per non essere una cittadina brasiliana, inglese, russa.
Per quanto riguarda il riferimento a Emiliano Brancaccio, quello che Nicola riporta è esattamente il tipo di critica che io sottoscrivo e che non vedo, in questo caso, come un sostegno alla sua tesi: il valente economista, infatti, non mette assolutamente in discussione né la validità della ricerca scientifica né la necessità di un intervento statale, ma punta a evitare di applicare i meccanismi distorsivi di un’economia capitalistica che non tenga conto del bisogno di tutti di accedere al vaccino. E questo con “un investimento pubblico nel settore della ricerca scientifica”. In tal senso la liberalizzazione interesserebbe i brevetti delle case farmaceutiche.

Nel mio articolo, io ho accennato alla necessità di garantire in senso globale l’accesso al vaccino per tutti i paesi non attrezzati economicamente come quelli occidentale. Si può facilmente verificare rileggendolo.
Avrei voluto parlare del progetto Covax (https://unric.org/it/che-cose-covax/) che si prefigge di contrastare il nazionalismo vaccinale e di garantire la protezione contro il covid-19 a tutti, ma mi sono ripromessa, per non appesantire il pezzo, di scriverne in un altro momento.

Punto 3. Nel ribadire ciò su cui siamo d’accordo, e cioè che la scienza è fondata su tentativi ed errori e deve essere popperianamente soggetta alla possibilità di falsificazione, Nicola chiede se la scienza non sia “pregna di ideologia” e poi fa il riferimento alla strumentalizzazione fatta dai nazisti e dai fascisti.

Qui dobbiamo essere molto cauti perché camminiamo su una fune sottilissima, tesa sull’abisso dei paragoni che i no vax e non green pass fanno, giungendo a identificare i governanti con Hitler e le scelte fatte con quelle che hanno condotto ai lager, fino a degenerare nell’osceno spettacolo delle pettorine con le righe grigie e il filo spinato di certi manifestanti.

Cautela perché chi non è attrezzato storicamente e filosoficamente vi cade senza alcuna protezione. Ovviamente la provocazione di Nicola è altra e a questa rispondo. È indubitabile che in alcune epoche della nostra storia (penso al progetto Aktion T4 nazista o alla firma del Manifesto della razza da parte degli scienziati italiani nel 1938, ma anche al progetto Manhattan che vide impegnati scienziati del calibro di Segrè, Oppenheimer, Fermi) la scienza sia stata al servizio di azioni in direzione contraria alla tutela della vita e abbia avuto applicazioni militari; anzi, possiamo dire che la ricerca in questo senso sia andata di pari passo col cammino dell’umanità. Da sempre le scoperte hanno avuto applicazioni belliche e la storia è piena di questi esempi. Non ne sono stati immuni nemmeno il nostro genio rinascimentale, Leonardo, o il padre della rivoluzione scientifica, Galileo.

Ma questo cosa vuol dire? Che per evitare anche l’uso bellico delle scoperte scientifiche si debbano cancellare secoli di progresso in campo sanitario, agricolo, alimentare, ingegneristico o, piuttosto, che bisogna lavorare perché l’uso della scienza sia finalizzato a scopi pacifici? E, in questa pandemia, le sue scoperte sono state utilizzate per distruggere o per salvare vite?

È questo che dobbiamo incentivare: la consapevolezza che il raggio laser può uccidere, se usato per fini di dominio, o salvare, se usato per operare corpi. Faremmo un torto alla filosofia, alla scienza e alla nostra intelligenza, se non riuscissimo a distinguere che un conto è una scienza asservita al potere che non si preoccupa della salute degli esseri umani e un conto una scienza che cerca una cura per un morbo.

Punto n. 4. Nicola scrive, con i distinguo necessari del “sapere aude” oraziano ripreso da Kant (da sempre, come sa, il mio filosofo di riferimento), che l’alternativa non è credere alla magia o alla scienza, ma avere un atteggiamento critico, illuministico, non positivistico.

Esattamente l’atteggiamento che io ho sempre sostenuto, ma senza arrivare alla demolizione della validità del suo metodo. Chi lo fa è nell’ambito delle pseudoscienze, appunto. Non si tratta, per tornare a noi, di essere assolutisti: si può correggere o ampliare l’impianto, ma non confutarlo. È lo stesso metodo, gli ricordo, che applichiamo quando facciamo storia e ci serviamo di documenti: sono prove quelle che portiamo a testimonianza che ciò che diciamo non è frutto della nostra fantasia, dopodiché, concludiamo, se siamo bravi insegnanti, che la ricerca storica non è mai definitiva e che, laddove emergessero documenti di cui non si era a conoscenza e che ribaltano i dati acquisiti, si modificano gli esiti, ma senza accantonare il metodo che continua ad essere valido.

Punto n. 5. Mi domanda, nel riportare la frase nel mio articolo “La ragione ci chiede di non cedere a paure incontrollabili o ad atteggiamenti fideistici” a quale ragione io faccia riferimento e poi conclude, del tutto arbitrariamente, che io parli di ragione dialettica. E come potrei, stimato amico mio? Non so quante volte sono quelle in cui ho spiegato che la ragione a cui mi riferisco non è né quella cartesiana, che pretende di dimostrare col solo ragionamento l’esistenza dell’io, di Dio e della realtà, quindi di tutto senza alcun limite, né la ragione dialettica, quella su cui si fonda una visione idealistica (nel senso tedesco dell’accezione), infinita e tracotante, ma la ragione illuministica, kantiana, finita, critica e conscia dei propri limiti.

Quest’ultima non produce idolatria né tecnolatrie né fanatismi perché è proprio lo strumento, se correttamente utilizzato, per evitarli. Anzi, anche un estimatore del mondo magico-ermetico come Bruno accolse il nuovo modello copernicano e difese, nel nome di una ragione libera, il concetto di un universo infinito e aperto e Voltaire, dopo il terremoto di Lisbona del 1755, non esitò a mettere alla berlina l’ottimismo leibniziano. Per dire del ruolo dissacrante rispetto al pensiero dominante, alla tradizione, all’apparato religioso di alcune prese di posizione.

Punto n. 6. Nicola mi fa scrivere che io consiglierei di non fare discussioni per evitare polemiche. E subito dopo aggiunge che il sale della democrazia è il diritto/dovere di critica. Come dargli torto?
In realtà, il diritto di critica, che ho fatto salvo anche a proposito di “perniciose” manifestazioni del popolo no vax e no green pass, include anche il “mio” diritto di critica, che è allo stesso modo legittimo, contro posizioni che ritengo insostenibili. Continua mettendo in guardia da una sofocrazia della scienza che imporrebbe alla politica le misure immunitarie da prendere. Beh, mi pare normale che gli esperti, sulla base dei dati che raccolgono e registrano sul territorio nazionale, diano indicazioni, se interpellati, su cosa fare in presenza di un morbo che interessa tutti. Poi sta alla politica dare loro il peso che ritiene opportuno.

Punto 7. Nicola sostiene che molti, invece di “incoraggiare un libero flusso di conoscenze, hanno contribuito alla costruzione di un mondo binario opponendo i populisti, accusati di negare il virus, ai progressisti, preoccupati della vita e della salute ‘a qualunque costo’.” Cosa vuol dire? Che per evitare polarizzazioni si sarebbe dovuto lasciare spazio libero ai populisti senza nessuna voce critica nei loro confronti? E non essere “preoccupati della vita e della salute a qualunque costo”?

Ma certo che bisogna preoccuparsi della salute e della vita delle persone! E a qualunque costo. A qualunque costo, Nicola. Aggiungo che, a mio avviso, se ci si trova nel pieno di una tempesta, su una nave che rischia di affondare col suo carico di passeggeri, è prioritario, non secondario, attivarsi per metterne in salvo il maggior numero possibile. Se esistesse un diritto del singolo a salire sulla scialuppa senza o con giubbotto di salvataggio si disquisirà una volta che è al sicuro.

Cosa sarebbe successo se si fosse dato ascolto a chi metteva in dubbio l’importanza del vaccino? Chi fa filosofia è obbligato per sua natura a proiettarsi al di là dell’immediato e a chiedersi: “cosa succederebbe se”? È un obbligo che deriva dalla visione globale tipica del suo sguardo.

Punto n. 8. Sul punto in cui richiama, smarcandosi, un paragone sull’influenza e sul covid, per poi sostenere che non è la peste, dissento in maniera ferma. Egli insinua, sottilmente, che il morbo che stiamo subendo non sia qualcosa di grave. Intanto nel ricordare l’etimo del termine “pandemia” finisce per affermare che quella da SARS-CoV-2 non lo è.

Ma come? Interessa tutto il mondo, ha fatto 5 milioni di morti, forse di più e non è pandemia? Né tanto grave da dover preoccupare i governanti? Anzi “nella stragrande maggioranza dei casi, questo virus – scrive – può avere conseguenze solo su organismi già indeboliti, dall’età avanzata oppure da fattori di comorbilità”?

Intanto se i morti sono inferiori a quelli della peste è perché non siamo più nel Trecento né nel Seicento. Gli ricordo che il batterio della peste fu scoperto solo nell’Ottocento da Alexandre Yersin e che fino a quell’epoca essa aveva imperversato perché non si era stati in grado di isolarne l’agente patogeno e di trattarla. Non solo, ma se oggi le morti non sono quelle che nel Trecento ridussero di un terzo la popolazione europea è grazie agli sviluppi della ricerca.

Tutti gli epidemiologi concordano, inoltre, che, senza il vaccino, con la variante Omicron così contagiosa, ci sarebbe una strage. Credo che se Nicola stesso è arrivato a fare la terza dose è perché le ha ritenute tutte e tre valide.

Per quanto riguarda il fatto che interessi solo persone fragili, non rispondo perché sono sicura che non possa voler dire né che il covid colpisca solo anziani (dato assolutamente inesatto) né che non si configuri come una malattia grave (altrettanto inesatta), dando ragione a chi, nello sminuirne la pericolosità per tutti, ne attenua, in qualche modo, la letalità. Anche se fosse così, e non lo è, sarebbe meno preoccupante?

Continua facendo riferimento alle conseguenze del confinamento, all’aumento delle disuguaglianze, accelerate dalla decadenza del sistema sanitario. È vero. Su questo sono in accordo con lui: l’isolamento ha creato situazioni tristissime di solitudine, aggravando la condizione di fragilità psicologica di molti che, costretti in casa, deprivati dei rapporti sociali, hanno vissuto momenti di abbandono. Ha anche fatto emergere e aggravato le disparità: mi viene in mente la critica di Boccaccio quando, ai poveri costretti in città dal diffondersi della peste, contrapponeva la condizione dei ricchi che potevano riparare nelle loro ville di campagna.

Sicuramente c’è chi ha vissuto meglio la pandemia rispetto a chi non ha potuto lavorare, ha perso la fonte di sostentamento, si è visto ridurre lo stipendio. È qualcosa su cui si deve intervenire. Non capisco, però, dove sia la responsabilità della scienza e perché ne scriva come se io avessi sostenuto il contrario.

Punto 9. In riferimento alle teorie complottistiche, anche in questo caso le condanna in premessa ma poi sembra strizzare loro un occhio quando sostiene, generalizzando, che i decisori politici sfruttano la pandemia a proprio piacimento. Mi sarebbe piaciuto che avesse ricordato come a cavalcare posizioni negazioniste siano stati proprio quei sovranisti populisti che hanno cercato di volgere a proprio vantaggio la favola della scarsa pericolosità del virus per continuare le loro politiche economiche, anteponendo le aperture, ritardandole o evitandole, alla salute dei cittadini e sacrificando al dio denaro milioni di vite umane.

Certo, quindi, che molti governanti hanno strumentalizzato la pandemia! Lo hanno fatto tutti? C’è chi ha provato ad arginare la diffusione del virus. C’è riuscito? Qualcuno meglio, qualcun altro meno bene. Di certo non coloro che hanno messo in dubbio le indicazioni dell’OMS.

Punto 10. Alla fine di un periodo in cui parla di sindemia (la parola pandemia gli è proprio ostica!) e chiede se in futuro si persista nella fase emergenziale e nell’affidarsi sempre alla scienza (“ostaggio dei potentati economici”, scrive in modo assertivo) conclude che ben vengano le critiche e cita l’articolo di Maurizio Montanari. Quest’ultimo, però, ha difeso la libertà di dissentire, non il contenuto del dissenso.

Bella la sua difesa di Agamben e Cacciari perché, vivaddio, ha scritto, pensano. Eppure, la critica che Montanari fa a Recalcati non è nel merito di ciò che l’allievo di Lacan sostiene ma nell’appoggio che ha sempre dato a Renzi e alla Leopolda. Cioè contesta a Recalcati di aver agito politicamente in maniera non accettabile nel mentre non riconosce le implicazioni politiche delle affermazioni di Cacciari e Agamben, le cui posizioni, invece, si muoverebbero in un universo di pura speculazione e di pensiero non allineato. Subito dopo, Montanari si lancia in un’apologia del pensiero critico dei due filosofi con una serie di invocazioni che si concludono con: “Dio salvi chi sta dalla parte opposta al padrone”.

Ora, chiedo a Nicola, nel caso della pandemia, chi è il padrone? L’odiato Draghi, le potenti Big Pharma, l’onnisciente OMS o il mio prossimo, l’altro di cui devo avere cura? Certamente l’intellettuale deve essere controcorrente, ma Pasolini, che egli cita, invitava a essere liberi, a non cedere al consumismo, non certo a mettere a rischio la propria e l’altrui vita.

D’altronde, senza andare troppo indietro nella storia, il coraggio intellettuale è stato quello di un Emile Zola che difese Dreyfrus contro il governo francese pagando col carcere, quello dell’antifascista Gramsci che scontò lunghi anni in prigione uscendone irrimediabilmente segnato nel corpo fino a morirne, quello di Aleksandr Solženicyn, condannato a otto anni in un gulag per aver criticato Stalin o quello di un Agamben, un Cacciari, un Freccero e un Mattei? Cosa rischiano?

Non l’aggressività dei Si vax, nemmeno lontanamente paragonabile a quella di parte dei No vax che riempiono di insulti chi non la pensa come loro, arrivando a minacciare medici, scienziati, virologi e giornalisti. Andiamo!
Ridimensioniamo l’”audacia” di questi uomini che scrivono certamente quello che pensano, ma lo fanno in una democrazia dove le loro persone e le loro idee sono assolutamente garantite.

Punto 11. Il diritto di critica va esercitato, ammonisce Nicola, verso chi detiene il potere e non verso i cittadini, considerati untori e responsabili del fallimento delle politiche di contrasto al virus. Anche questo, sia pure con le parole eleganti di una dialettica che Nicola padroneggia, mi sembra l’argomento di molti scettici della prima ora nei confronti della gestione di una pandemia che non è riconosciuta come tale.

Fuori d’ambiguità, io invece credo che quella della responsabilità dei cittadini sia un argomento pretestuoso che ha fondamento in un vittimismo populistico che vuol far apparire il CTS e il governo come carnefici e coloro che non hanno accettato la pandemia, il covid, le mascherine e tutto il resto come perseguitati.

È ovvio che alle restrizioni seguano i controlli. D’altronde, siamo esseri responsabili, non infanti che devono essere continuamente blanditi. Non solo, ma anche una misura come il green pass che invitava a vaccinarsi senza imporlo è stata percepita come propria di un regime dittatoriale. E, in modo incoerente, si è chiesto, dagli stessi intellettuali che si lamentavano della poca libertà del pass verde, l’obbligo vaccinale che invece renderà, perché si sta andando in quella direzione, meccanica l’accettazione del vaccino, di fatto riducendola, la libertà. Un obbligo giuridico, Nicola lo sa meglio di me, va nella direzione contraria all’autonomia che è fondamento, invece, della moralità. Con l’obbligo nessuno potrà dire di aver scelto men che meno che la sua sarà stata una scelta etica.

Per quanto riguarda le riflessioni sullo scempio della sanità pubblica e sugli errori politici sono assolutamente d’accordo con lui, senza se e senza ma. Condivido le critiche alle politiche governative, soprattutto precedenti, che, in generale, hanno il peso di aver favorito il servizio privato, di non aver potenziato il servizio sanitario aumentando gli organici, rallentandone l’efficienza.

Allo stesso modo, non si può negare, insieme alle disfunzioni, la mole di lavoro che sta gravando sugli operatori del settore.

Punto 12. Anche sul ruolo degli intellettuali condivido le osservazioni di Sguera: noi stessi abbiamo più volte criticato il sistema di potere e le politiche che, invece di sostenere il pubblico, lo ha umiliato e assimilato al privato, “aziendalizzandolo” e dimenticando che lo Stato non può agire solo in vista del PIL ma nella direzione di migliorare la qualità di vita dei suoi cittadini.

Punto 13. Nicola conclude augurandosi un mutamento radicale della nostra società e l’abbattimento del capitalismo. Il capitalismo, però, dovremmo contrastarlo prendendo posizione a favore dei lavoratori che sono sempre più sfruttati, contrastando l’erosione dei diritti acquisiti con dure lotte, recuperando la dignità e la sostanza del loro lavoro. Preservando la loro vita, non fomentando scetticismo sull’utilità dei vaccini o sulla funzione benefica, benché non esente da imperfezioni, della ricerca medica.

Per quanto riguarda il compito del filosofo di insinuare il sospetto, ricordo che i suoi maggiori maestri, secondo la felice definizione di Ricoeur, lo hanno introdotto per liberare l’umanità dallo sfruttamento capitalistico (Marx), dalla cappa di una religiosità opprimente (Nietzsche), dai tabù che impedivano la piena espressione del sé (Freud) non per spingerla verso il baratro del rischio di vita. Sarebbe auspicabile dubitare di tutto e non prendere posizione: è la scelta che hanno fatto tanti per non compromettere amicizie e rapporti.

Per me la filosofia è soprattutto etica, per cui ciò che ritengo giusto è prioritario rispetto a ciò che è conveniente per il singolo.

Credo che bisogna avere il coraggio di parteggiare, come fa anche Nicola, senza comode equidistanze e diplomazie che salverebbero relazioni ma non intelligenze o dignità. Un conto, tuttavia, è dissentire dal potere, un altro è avvalorare l’idea che le misure per contenere il pericolo siano forme di dittatura. Chi parla di insopportabile sacrificio della libertà in periodi di sofferenza e di lutti come questo ha una visione arrogante del sé, del tutto slegata dalla collettività. È un Io che fa fatica a diventare Noi. Che non vuole cedere parte dei propri diritti.

Camus, caro a me e a Nicola, ne “La peste”, si identifica con Rieux, un medico, uno scienziato, perché di fronte all’emergenza di salvare vite lo ritiene un ruolo fondamentale. Levinas sostiene che è nel pensiero dell’Altro che nasce la moralità, Marcel si apre al Tu nel superare il recinto egoico, solo per citarne alcuni, di filosofi.

Libertà dell’Io o libertà di tutti? Egoismo nel vivere i propri diritti come sacri e intoccabili o solidarietà nel contemplare anche quelli degli altri? È questa la domanda cui ognuno risponde secondo la propria sensibilità, la propria intelligenza, la propria capacità critica. Secondo la visione del mondo e il compito che attribuisce alla filosofia.