Il compito degli intellettuali è quello di esercitare il sospetto e di ricordare che la scienza non è neutrale

- Opinioni di Nicola Sguera

Una serie di premesse per evitare equivoci: ho fatto tre dosi di vaccino, mai messo in discussione come argine principale alla diffusione del virus. Sono stato tra i primi (credo) a criticare le prese di posizione di Agamben (pur ritenendolo uno dei pensatori più importanti del nostro tempo, https://www.sonarmagazine.it/2020/03/22/il-caso-agamben-che-scambia-covid-19-per-una-banale-influenza-e-un-complotto/).

Dunque, quello che scriverò non può neanche lontanamente essere ascritto alla galassia “no-vax”. È più che altro un tentativo a partire dalle (come sempre) preziose riflessioni di Teresa Simeone, svolte su IlVaglio.it (clicca qui per leggerle), di immaginare un approccio non manicheo e, soprattutto, più “politico” alla vicenda epocale che tutti stiamo vivendo.

La tesi esposta da Teresa è che, nella lotta al virus, molti mettono in campo un’irrazionalità fuori controllo, frutto di ignoranza e presunzione, ritenendo che democrazia significhi libertà di parola per tutti, arrivando ad affermazioni che incrinano la compattezza con cui bisognerebbe “combattere” questa “guerra” scatenata da un nemico invisibile, questo “cigno nero” imprevisto e imprevedibile. Sono affermazioni (in buona parte) condivisibili.

Quello che, invece, mi sento di non condividere è la visione decisamente idealizzata della “scienza” che la Simeone esplicita (e che è presente in tutti i suoi eccellenti contributi, oltre che sul «Vaglio» anche su testate nazionali come «Micromega»): «È il metodo scientifico a guidare la ricerca». Ma siamo davvero sicuri che le cose siano andate così in questi anni? E, mi chiedo e le chiedo, il metodo scientifico è avulso da una comunità di ricercatori che fanno parte di paesi, Stati o organizzazioni con precisi interessi economici e geopolitici? In sintesi, è davvero possibile coltivare ancor oggi l’idea di una scienza (dove è importante anche enfatizzare l’articolo: non è preferibile declinare al plurale?) “neutrale”? Si badi: il punto non è ricadere in un manicheismo inutile (essere per o contro la scienza) ma riservarsi la possibilità di una critica (epistemologica ma soprattutto politica) alla scienza o meglio alle scienze, situate sempre in precisi contesti. Ad esempio, per restare alla vicenda che ci riguarda, sarebbero stati identici i risultati di una scienza mossa dalla competizione (perché condizionata da interessi economici) a quelli di una scienza prodotta da un accordo tra Stati e potenze, finanziata pubblicamente nella sua ricerca e i cui ritrovati fossero stati messi gratuitamente a disposizione di tutti gli abitanti del pianeta? Questo chiedevano alcuni economisti nel 2020, tra cui il “beneventano” Emiliano Brancaccio (https://www.sanitainformazione.it/politica/coronavirus-brancaccio-universita-del-sannio-acquisire-e-rendere-subito-pubblici-i-brevetti-di-ricerca-delle-aziende-farmaceutiche/).

Il problema, dunque, non è, a mio avviso, come scrive Teresa, un metodo fallibile fondato (popperianamente) su “trials and errors” (cosa su cui siamo tutti d’accordo, immagino). Insomma, è chiaro che posta in tali termini non si possa che darle ragione. Ma io credo sia necessario avere e veicolare una ricostruzione della scienza (delle scienze) più “complessa”, in cui non ci si nascondono – e non vale appellarsi all’emergenza perché questa è, appunto, una strategia di chi esercita il potere, e rischia di essere una condizione “endemica” dell’umanità avvenire – le incrinature, le crepe, le contraddizioni “umane, troppo umane”.

«La scienza non è ideologia». Potremmo discuterne (ma non ora e non qui). Ma, in ogni caso, essa non è pregna di “ideologia”?

Quelli nazisti o fascisti che scrissero mostruosi manifesti non erano scienziati? E chi lo negasse a quale “scienza” potrebbe appellarsi? Alla sua idea pura e iperurania?

Spero che tale “provocazione” non venga equivocata (sarebbe ben triste). Sto solo dicendo, con un esempio evidente (e doloroso) che la scienza è figlia del proprio tempo e dei luoghi, delle culture, delle società, delle economie in cui nasce. Questo contesto all’amica e ottima collega Teresa Simeone: una visione idealizzata, essa sì costruita in vitro, della scienza. È chiaro che il “profano” non deve avventurarsi in terre a lui sconosciute, ma questo non deve impedire la possibilità di una critica (lo ripeto: politica) della scienza (delle scienze). È troppo facile crearsi un oggetto polemico facile da abbattere.

L’alternativa non è tra credere alla magia o alla scienza, ma avere o non avere un atteggiamento critico (illuministico, non positivistico) nei confronti di quest’ultima, fedeli al monito kantiano dell’«osa sapere». E questo non significa credere che la “casalinga di Voghera” sia, sul piano della conoscenza disciplinare, sullo stesso piano del virologo o dell’epidemiologo che ha dedicato tutta la sua vita alla studio. Lo ripeto, per evitare equivoci: i meriti della scienza occidentale sono straordinari (ed essa andrebbe studiata nelle scuole: sì, studiata storicamente, accanto anche a tutte le altre scienze prodotte nel corso della civiltà umana, come scriveva Thomas Kuhn nel sempre fondamentale La struttura delle rivoluzioni scientifiche, che immunizza da una visione troppo idealizzata del sapere scientifico).

«La ragione ci chiede di non cedere a paure incontrollabili o ad atteggiamenti fideistici». Quale ragione, chiedo a Teresa? Anche in questo caso: esiste un’unica ragione (un unico modo di intendere la ragione)?. La ragione dialettica si identifica con quella strumentale, ad esempio? La ragione stessa non è stata sottoposta dal grande pensiero filosofico, soprattutto novecentesco, ad una rigorosa opera di decostruzione che ha smontato il feticcio “cartesiano”, moderno, sopravvissuto per tanti secoli? E la filosofia (o gli altri saperi) che praticano tale lavoro “critico” sono tacciabili di “irrazionalismo”? Io credo di no.

Al contrario, ritengo che proseguano, innovandolo, il lavoro kantiano di scoprire possibilità ma anche limiti di uno strumento insostituibile ma che se assolutizzato rischia di produrre (e lo fa continuamente!) una forma di idolatria e di fideismo pericolosissima, soprattutto quando essa diventa indistinguibile dalla tecnica, e anzi viene da essa guidata (e da questo punto di vista una sana ripresa del pensiero francofortese pare auspicabile). Ad esempio, quello che Evgenij Morozov ha definito «soluzionismo tecnologico», cioè l’illusione (perniciosissima!) che la tecnica troverà soluzione a tutti i problemi che essa stessa ha prodotto. E a scanso di critici anche in questo caso diciamo: la tecnica occidentale.

È vero che Teresa scrive: «Non si nega che motivi per essere critici nei confronti di alcune scelte governative ci siano e siano oggettivi, né che ci sia chi ha addirittura lucrato sulla pandemia, come alcuni scandali legati ad appalti hanno dimostrato». Però subito dopo afferma che le discussioni spesso sguaiate (ma è possibile oggi davvero un “agire comunicativo” nel senso habermasiano?) ingenerano sfiducia, e lascia intendere, dunque, che sarebbe opportuno evitare polemiche.

Io credo, al contrario, stante le premesse fatte in apertura, che sia quanto mai doveroso esercitare il diritto/dovere di critica, non temere le manifestazioni di chi pensa diversamente, che da sempre sono il sale della democrazia. Non possiamo credere che esistano ambiti che non possono essere oggetto di pubblica discussione! Altrimenti la democrazia diventa una rinnovata forma di “sofocrazia” di ispirazione platonica in cui, al posto dei filosofici, ci sono tecno-scienziati che (per altro spesso in disaccordo tra loro!) suggeriscono le misure “immunitarie” di volta in volta da prendere.

E per questo suggerisco a tutti la lettura di un libriccino (La democrazia in Pandemia, Carbonio editore, 2021) della filosofa francese Barbara Stiegler, pur non condivisibile integralmente, accanto a quello di Richard Horton (Covid-19. La catastrofe, Il pensiero scientifico, 2020). Ci insegnano prima di tutto che le parole sono importanti, e che quella in atto non è una pandemia ma una sindemia, i cui morti sono vittime di un sistema sanitario smantellato per motivi economici e di un approccio alla salute sbagliato (e qui bisogna recuperare l’insegnamento di Ivan Illich, divenuto bandiera dei “no-vax”, e straordinario critico degli eccessi della medicina moderna): «Molti esperti in questo caso hanno rivestito un ruolo inquietante da garanti. Invece di incoraggiare un libero flusso di conoscenze, hanno contribuito alla costruzione di un mondo binario opponendo i “populisti”, accusati di negare il virus, ai “progressisti”, preoccupati della vita e della salute “a qualunque costo”. In questo mondo semplicistico dove si affrontano due campi, ogni forma di sfumatura e di discussione critica sulle misure prese si è gradualmente estinta, e con essa la pluralità delle voci nel mondo della conoscenza […]

Ora, mentre il Covid-19 non è certamente un’influenza, non ha in realtà nulla in comune con la peste, le cui modalità di trasmissione sono servite da modello per i calcoli degli epidemiologi, gettando nel panico i governanti. A differenza di ciò che il termine “pandemia” suggerisce nel nostro immaginario, un male che colpirebbe tutti e in qualsiasi momento (è il pan- dal greco pándēmos che significa “l’intero popolo” e, in questo caso, “l’intera popolazione mondiale”), nella stragrande maggioranza dei casi, questo virus può avere gravi conseguenze solo su organismi già indeboliti, dall’età avanzata oppure da fattori di comorbidità.

Il carattere straordinario di questa epidemia, dunque, è meno endogeno al virus come entità biologica che alle circostanze sociali e politiche che esso rivela e che, inoltre, il confinamento ha aggravato durevolmente, aumentando le disuguaglianze, accelerando la decadenza del sistema sanitario e abbandonando una gran parte dei pazienti a se stessi (fino a lasciarli morire soli e senza cure - “restate a casa”, è stato detto loro - per non infettare gli altri”» (Stiegler).

Le idee complottistiche sono folli. E vanno condannate senza se e senza ma. Ciò nonostante, memori di quanto scritto da Noemi Klein (Shock Economy. L’ascesa del capitalismo dei disastri, 2007), dobbiamo sempre ricordare che i decisori politici (a proposito: la globalizzazione non aveva vanificato i poteri statuali? Come mai gli Stati si riscoprono capaci di esercitare un bio-potere quasi assoluto sulle vite dei cittadini e non sono stati in grado di tenere a freno i selvaggi spiriti del neo-liberismo globalizzato?) utilizzano le catastrofi a proprio giovamento.

La sindemia che stiamo attraversando, come la “grande recessione” scoppiata nel 2007, sarà solo una fase transitoria dopo la quale tutto tornerà come (o peggio di) prima? Oppure (qui l’urgenza della critica, anche feroce, dura, senza sconti) persuaderà a cambiare tutto perché l’approccio non sia sempre emergenziale e perché non ci si debba affidare (con fede!) alla comunità scientifica (spesso suo malgrado “ostaggio” di potentati economici)? E, quindi, ben vengano le critiche! Lo ha scritto molto bene lo psicoanalista Maurizio Montanari, rispondendo a Massimo Recalcati, il quale aveva attaccato duramente Agamben e Cacciari (https://www.ilfattoquotidiano.it/2022/01/04/recalcati-attacca-agamben-e-cacciari-ma-nessuno-gli-chiede-conto-di-telemaco/6444368/).

Montanari, oltre a ricordargli le sue responsabilità come intellettuale “organico” al renzismo, scrive: «Dio salvi chi esercita il suo ruolo di intellettuale consapevole di andare controcorrente, fregandosene dei luoghi comuni o dell’audience. Dio salvi come il sale della democrazia chi utilizza la propria scienza per mostrare che esiste un modo differente di vedere le cose, prendendosi i rischi di essere contestato, attaccato, insultato. Dio salvi chi sta dalla parte opposta al padrone. Dio salvi chi antepone la parola ‘contraddittorio’ a ‘monologo’. Dio li salvi perché in questa guerra al Covid sono miei avversari, ma pensano. E non fuggono. Dio li salvi perché essi rappresentano tutto quello di cui in quest’intervista non c’è traccia: il valore sacro della parola dissonante, non appiattita». D’altronde, gli Illich o i Pasolini non hanno sempre fatto questo? Non sono stati pensatori letteralmente “controcorrente”?

Il diritto di critica va esercitato soprattutto per evitare che chi detiene le leve del potere economico, e dunque informativo, renda senso comune che esistano “untori” cui accollare la responsabilità del fallimento nelle politiche di contrasto al virus. Non che non lo siano, per carità! Ma di fronte allo scempio della sanità pubblica e ai grossolani errori della politica, che ha sempre privilegiato la dimensione economica e il PIL sul “buen vivir” pare un peccato non veniale ma sicuramente più comprensibile (vuoi per ignoranza, vuoi per presunzione). Per fare un paragone: sarebbe come dire che la crisi del 2007 è stata colpa di chi chiedeva i prestiti per le case, non avendo certezze sulla restituzione, e non del sistema finanziario che rendeva possibile questa follia.

Io credo, e lo dico all’amica e collega Teresa, di cui ho una stima assoluta, che oggi il compito degli intellettuali (anche di quelli “minori” o “minimi” come me) sia quello di esercitare il sospetto (senza diventare complottisti), di additare percorsi alternativi (senza diventare disfattisti), di ricordare sempre e a tutti che la scienza non è “neutrale”, che vive dentro dinamiche politiche ed economiche, come tutto ciò che è umano, che le catastrofi quando vengono richiedono impegno di tutti e sforzo comune, ma che il loro impatto può essere prevenuto o ridotto facendo scelte diverse prima.

Altrimenti davvero non avremo imparato nulla, e, al prossimo shock (economico, medico, ecologico), dovremo affidarci (fideisticamente!) ai decisori politici, sempre più “assoluti”, e alla tecnica (economica, medica, energetica) per stabilire cosa vogliamo essere, non essendo che uomini. Quel che dobbiamo evitare, come scrive la Stiegler, è che, in un ambiente degradato, inquinato e ormai contaminato, dove le crisi diventeranno croniche, il mondo della ricerca ci insegni non a lottare contro le cause che producono la crisi, ma ad adattarci ad esse e, così facendo, a ricondurle inalterate.

È evidente che, perché questo accada, è necessario (ed è questo che non si vuole diventi senso comune, ed è questo che, invece, tutti noi dovremmo reclamare, gridandolo nelle piazze reali e virtuali) un mutamento radicale della nostra società e l’abbattimento di quella religione idolatrica (Walter Benjamin) che è il capitalismo nella sua feroce, inumana, distruttiva “variante” neoliberista e globalizzata (eh, sì, anche le organizzazione economiche hanno le loro varianti più o meno contagiose, più o meno mortali).