L'isolamento per il contagio da covid su un bambino pesa molto di più di quello per la didattica a distanza

- Opinioni di Giuseppina Mancino

Riceviamo e pubblichiamo. Leggo da più parti un acceso dibattito sulla riapertura della scuola; da un lato, alcuni presidenti di regioni invocano lo slittamento della ripresa dell'attività didattica, tenuto conto dell'alto numero di contagi, dall'altro, il Governo e il Ministro Bianchi inflessibili sul rientro previsto come da calendario. Nel primissimo periodo della pandemia ho voluto fortemente la chiusura della scuola, successivamente, ottenuti i dispositivi di protezione personale, avuto maggiori informazioni dalla comunità scientifica sul virus e la pandemia, iniziata la vaccinazione, ho trovato più che legittimo che anche le scuole venissero riaperte.

Responsabilmente, chiamata ad attivare il mio senso civico e a infonderlo anche nei miei figli, ho evitato tutte quelle attività che non era consentito fare, ho rispettato il lockdown e quando è arrivato il turno della mia vaccinazione l'ho fatta io e l'ho fatta fare ai miei figli senza indugio.

In periodo di pandemia tutte le attività gli esercizi pubblici e i servizi hanno dovuto modulare orari ed ingressi al pubblico, solo al sistema scolastico è bastato quel poco di gel disinfettante e un metro di distanza dalle rime buccali per poter tornare ad operare. Non importa se, poi, gli alunni, i nostri figli, rimanevano e rimangono, chiusi dentro un'aula otto ore al giorno, non importa se qual banco dove siedono per studiare si sposta, perché mica è inchiodato a terra, e quindi, si riduce quel metro dalle rime buccali; non importa se quello stesso banco diventa anche tavolo dove consumare non solo la merenda, ma anche il pasto.

A questo punto mi chiedo, ma in quale altro luogo di lavoro si consuma il pasto nel posto dove si lavora. Avete voi mai visto un magistrsto consumare il pasto nell'aula di udienza o l'impiegato sulla propria scrivania? Si spinge molto per la didattica in presenza, ma, in questo periodo di emergenza, occorreva sicuramente attuare un programma che consentisse la didattica in presenza, ma con opportuni accorgimenti: un orario più corto anziché le canoniche otto ore, evitando la mensa.

Ciò avrebbe consentito una minore permanenza nei locali scolastici per lungo termine e avrebbe garantito la didattica in presenza. Personalmente ho sempre investito per me e per i miei figli nella scuola e nella cultura, mi sono sempre fidata delle istituzioni e verso quella scolastica ho nutrito sempre grande rispetto, per chi vi lavora e per il materiale umano che dentro vi cresce, fino a quando il covid non ha colpito i miei figli, dai quali sono stata costretta ad isolarmi in casa per evitare il contagio del resto della mia famiglia.

Vedere il terrore negli occhi di mio figlio, nove anni appena, è stato come morire dentro; vederlo piangere e reclamare una carezza o un abbraccio, bardarci di sacchi della spazzatura per poterci abbracciare è stata la più grande mia sconfitta come madre, perché ho preservato mio figlio dall'essere sgrammaticato, ma non sono stata in grado di evitargli il dolore di essere lontano da me.

Sento e leggo commenti circa la ripercussione psicologica della didattica a distanza ma, ribadendo che questa poteva essere evitata strutturando programmi con orari scolastici più corti, vi chiedo, su di un bambino pesa di più l'isolamento dalla madre e dal resto della famiglia o un mese di didattica a distanza?

E poi, vi chiedo ancora, era così gravoso elaborare un rientro in classe con orario ridotto per salvaguardare la didattica in presenza senza rinunciare alla salute degli alunni e allontanare da loro quanto piu possibile lo spettro dell'isolamento da covid-19? Attendo risposte.