Scienze e pseudoscienze in pandemia: in troppi affrontano la lotta al virus in modo irrazionale

- Opinioni di Teresa Simeone

La pandemia ha travolto le nostre vite, sconvolgendo assetti già definiti e imponendo un’emergenza che sembra non finire mai sulle nostre esistenze. Nessuno lo avrebbe voluto, è ovvio; molti, però, affrontano la lotta al virus in modo irrazionale, lasciandosi vincere dall’emotività, a volte con aggressività, come se il nemico non fosse la malattia ma chi la combatte. In questo caos, in cui anche chi non sa distinguere, perché non è di sua competenza, un vaccino da un siero e si sente autorizzato da una falsa visione della democrazia a esprimersi come fosse un luminare della scienza medica, era ed è necessario conservare lucidità e chiarezza nell’agire.

Certamente sono stati fatti molti errori, soprattutto di comunicazione, il che ha accresciuto il senso di incertezza nei cittadini e amplificato la sfiducia, in chi già era scettico per natura e per scelta, ma non dimentichiamo che è il metodo scientifico a guidare la ricerca e che esso procede per tentativi ed errori, cercando di arrivare a conclusioni condivise dalla comunità scientifica, rendendole pubbliche e quindi consentendo la rettifica in base alle evidenze che si riscontrano.

In questo, ci sono organizzazioni internazionali come l’OMS che raccolgono il consenso su un procedimento e a cui dovremmo rivolgerci, in cerca di rigore. Nessuno scienziato né alcun filosofo si sognerebbe, d’altronde, di affermare che le proprie scoperte sono assolute: quando ciò avviene siamo in presenza non di scienza ma di pseudoscienza. La prima è un sapere rivedibile, cosa che nessuno oggi potrebbe contestare, a meno che non avesse qualche motivo ideologico a spingerlo.

La scienza, però, non è ideologia. “Pensare che la scienza debba sapere tutto è una sciocchezza. È da sciocchi non accettare i limiti del sapere”, sostiene appunto il fisico Carlo Rovelli, così come non considerare che ogni scoperta ha bisogno dei suoi tempi. D’altronde, quale sarebbe l’alternativa a quella di rivolgersi agli scienziati?

Affidarsi a imbonitori senza scrupoli, a mistificatori o a persone che non hanno alcuno studio alle spalle e fingono di non sapere che guidare un aereo o fare un intervento chirurgico non è impresa possibile a chiunque? E che è frutto di quella scienza che demoliscono?

Non stiamo esagerando, anzi, credevamo che questo fosse un dato acquisito ma purtroppo la pandemia ci ha dimostrato che tutto può essere sempre messo in discussione. Il bisogno atavico di credere in qualcosa, dovuto anche al vuoto lasciato dalla morte di Dio e dalla perdita del sacro, unito a una diffidenza spesso indotta e manipolata ad arte da chi ha tutto l’interesse a destabilizzare il contesto e a cavalcare le paure e il disagio sociale, spinge a riempire tale vuoto con teorie che sconfinano nell’irrazionalità e nella superstizione.

I maghi, gli astrologi e le fattucchiere del passato sono stati sostituiti da nuovi oggetti transizionali e da altri tipi di credenze: ricordate i cerchi nel grano, le scie chimiche, le teorie sulle aure, sui complotti (di cui alcune matrici come i Protocolli dei savi di Sion o il piano Kalergi sono state in voga fino a qualche anno fa), sul legame tra vaccini e autismo?

Oggi sono state “debufalizzate” ma non è scomparsa la paura né quel sentirsi orfano che le genera continuamente, sia pure in forme diverse. Rientrano, appunto, nel vasto campo delle pseudoscienze insieme a quelle dottrine, cioè, come l’astrologia, il creazionismo, la lottologia, la cristalloterapia, la chiromanzia, la pranoterapia, che pretendono di essere riconosciute scienze e che si sottraggono a qualsiasi popperiano principio di falsificazione dal momento che le loro affermazioni non possono essere provate come false.

Come smontare che esista una teiera che gira intorno al sole, secondo la geniale intuizione di Russell, o il sospetto che ci sia un gruppo di affaristi a livello mondiale che cospira per renderci tutti schiavi? Semplicemente non si può, perché sono fantasie che sfuggono a qualsiasi controllo. Ma respinte con la ragione sì.

E la ragione ci chiede di non cedere a paure incontrollabili o ad atteggiamenti fideistici. Quando, infatti, la ricerca contraddice le convinzioni profonde, spesso non se ne respingono solo le conclusioni ma tutto l’impianto metodologico. Se la scienza si rende conto, in seguito alle evidenze che di volta in volta registra, di aver commesso un errore o aver fatto ipotesi non esatte, le corregge, al contrario delle pseudoscienze, che hanno la caratteristica “di rimanere valide e di non cambiare anche se si dimostra sperimentalmente che le basi stesse su cui si fondano sono errate”. Ovviamente non disdegnano di modificare le proprie affermazioni per sfuggire alle critiche. In questo, l’archivio delle possibilità di sollevare dubbi e insinuare sospetti, senza pagare dazio, tra l’altro, è infinito.

Non si nega che motivi per essere critici nei confronti di alcune scelte governative ci siano e siano oggettivi, né che ci sia chi ha addirittura lucrato sulla pandemia, come alcuni scandali legati ad appalti hanno dimostrato. È, altresì, attualissimo il dibattito sul costo delle mascherine ffp2 che sono obbligatorie e dei tamponi.

La confusione generata dai talk show, inoltre, in cui invece che discutere pacatamente si urla per imporre la propria tesi e in cui gli inviti spesso sono finalizzati ad accendere il dibattito e gli ospiti scelti in base al grado di radicalizzazione piuttosto che di equilibrio, così come le dichiarazioni, tra loro contraddittorie, di esimi scienziati, è reale e alimenta una sfiducia che, in un momento così drammatico per la salute e la vita di milioni di persone, finisce per avere dei costi enormi in termini di perdite umane.

E, tuttavia, dobbiamo fare ciò che è ragionevole e ragionevole è vaccinarsi. Vincendo le paure e usando tutte le strategie che si sono dimostrate efficaci. Non c’entra la libertà né alcun appello al cielo ma solo ed esclusivamente la capacità di reagire civilmente a qualcosa che tutto il mondo sta cercando di arginare. Anzi, l’unica azione globale veramente meritoria che si dovrebbe implementare è la vaccinazione gratuita per tutti, soprattutto nei paesi meno attrezzati economicamente i cui abitanti sarebbero felici di poter proteggere i propri figli. E lo si dovrebbe fare gratuitamente e tempestivamente.

Di fronte a traumi collettivi e drammi individuali, come quelli che hanno segnato e stanno segnando questi mesi, come si può, invece che rassicurare e spingere a tutelarsi, indurre a non vaccinarsi? A esporsi senza difese al virus? A negare la validità della scienza medica?

Un conto è avanzare critiche, legittime, sulle modalità di somministrazione, sulle lacune delle ASL, sulle disfunzioni del sistema sanitario, un altro creare le condizioni per non vaccinarsi. È ovvio che non si ammetta facilmente, ma negare valore al green pass porta, per logica conseguenza, a distrarre dal vaccino dal momento che esso è una misura per convincere i riluttanti.

E, infatti, accanto ai giuristi che consigliano come rispondere a chi chiede del proprio stato di salute (ponendo un rifiuto, che tutti possiamo leggere come un copia e incolla che uniforma i No vax, altro che pensiero autonomo!) e suggeriscono di farsi accompagnare da un avvocato quando si è costretti a “subire” la vaccinazione, ci sono medici e operatori sanitari che irrompono in congressi professionali per inveire contro colleghi e danno informazioni solo sugli effetti negativi dei vaccini e intellettuali che offrono loro copertura ideologica.

Come fanno, queste persone, a essere tranquille e a non rendersi conto dell’enorme responsabilità che hanno nei confronti dei più fragili e dei più sprovveduti? Questo rimarrà l’interrogativo più pesante cui una certa cultura dovrà dare risposta quando tutto sarà finito. Perché, prima o poi, finirà. E, nella conta, molti di loro rimarranno in imbarazzo. Non tutti, vista la capacità di rigenerarsi dei più furbi, di chi, nonostante le posizioni contrarie, si è vaccinato, ha ottenuto il green pass, va normalmente al lavoro e non si cura di chi, invece, con le sue parole, ha lasciato indietro.