La scuola nel tunnel: vent'anni di 'controriforma' l'hanno di fatto integrata nel modello tecno-economico vigente

- Opinioni di Nicola Sguera*

Ricordo con piacere lunghe discussioni con Maurizio Salomone Megna, architetto con varie curiosità intellettuali. Ho letto, dunque, con attenzione le sue riflessioni in cui stigmatizza l’ignoranza dei politici odierni mettendola in relazione con «il decadimento della scuola» (leggi su IlVaglio.it). Salomone Megna ritiene, dunque, che una corretta gestione della cosa pubblica (che significa sostanzialmente, a suo avviso, fare leggi migliori e scritte anche meglio) possa accadere solo a patto che vi sia una «rivoluzione nella scuola».

Per anni ho ritenuto anch’io che una “riforma dei saperi” (magistralmente tratteggiata da Edgar Morin in molti suoi libri) fosse precondizione necessaria ad una riforma della società. Oggi non ne sono più convinto. Il ventennio alle spalle, che inizia per l’Italia con la riforma Berlinguer (2000), ma ideologicamente è annunziato dal “Libro Bianco” di Delors (1993), ha visto sì una trasformazione radicale della scuola italiana ma ispirata sostanzialmente ad un modello aziendale e ad un principio competitivo. Questa trasformazione, la più profonda dai tempi della riforma Gentile, non ha avuto una coloritura politica. È stata portata avanti da governi di centro-sinistra e di centro-destra. D’altronde, nel trionfo del pensiero unico, del “pilota automatico”, è difficile pensare che si potessero fronteggiare paradigmi confliggenti.

Dunque, secondo gli auspici del cattolico e socialista Delors, il sistema scuola è stato spinto vigorosamente a farsi funzionale alle esigenze economiche della società europea perché essa potesse competere nel mondo globalizzato.

È tempo di bilanci.

Questa inesausta spinta riformatrice della e nella scuola ha sortito effetti positivi o negativi? A mio parere del tutto negativi, anzi nefasti, ma perfettamente in linea con le attese e con il pensiero dominante. La scuola non deve produrre teste “ben fatte”, capaci di pensiero critico, autonome (come nel celebre adagio kantiano sull’illuminismo). Si badi: non sto dicendo che la scuola di prima faceva questo, ma sicuramente era strutturata in modo che – per eterogenesi dei fini – quasi sempre producesse tale effetto, pur non essendo strutturata per farlo. Ma d’altronde, e vengo al punto centrale, nell’epoca in cui trionfa una razionalità “strumentale” potrebbe accadere diversamente? I grandi pensatori del XX secolo ci insegnano che uno dei portati del nichilismo è il trionfo della tecnica (in tutti gli ambiti, ivi compresa, dunque, la scuola). Salomone Megna coltiva la bellissima illusione che la scuola sia uno spazio miracolosamente separato, che possa, autonomamente, dotarsi di strumenti con cui cambiare il mondo. Non è, invece, essa parte integrante di una società oramai sovranazionale che necessita di bravi esecutori di ordini e consumatori capaci di ottemperare i rituali quotidiani della religione neoliberista e ipercapitalista (qualcuno ricorda, io con divertito orrore, le “tre i”)?

Lo stupore con cui la stampa nazionale ha commentato il recente sciopero (che con qualche giorno di anticipo ha coinvolto anche il mondo della scuola, con numeri, purtroppo, minimi di aderenti) lascia intendere che oramai non c’è più spazio, neanche astrattamente, per il conflitto. D’altronde, questa Unione Europea non è un gigantesco dispositivo di spoliticizzazione (come ci insegna Wolfgang Streeck)?

Dunque, ricordato che la scuola a causa del processo riformatore ha mutato pelle ed è divenuta funzionale ad esigenze calate dall’alto (senza alcun coinvolgimento reale degli operatori della scuola, per altro), stante il mantra “l’Europa lo vuole”, e che essa in ogni caso non è luogo separato ma parte integrante di una realtà socio-economica, a mio avviso il cambiamento che l’amico Salomone Megna auspica (a patto che esso non sia semplicemente corretta gestione dell’esistente ma sua reale trasformazione in direzione della giustizia sociale e della democrazia partecipativa in un mondo sempre più iniquo e post-democratico) potrà avvenire solo se a cambiare sia l’intera società. La qual cosa, e lo dico con infinita tristezza, chiusasi la parentesi “populista” che in tutta Europa sembrava voler mettere in discussione lo stato di cose esistente, normalizzati ovunque i soggetti politici che, spesso confusamente, avevano cercato nuove parole d’ordine, mi pare assai improbabile.

Ma se, come ci ha insegnato Benjamin, «la storia è oggetto di una costruzione il cui luogo non è il tempo omogeneo e vuoto, ma quello pieno di “attualità”», non dobbiamo mai smettere di sperare che, inatteso, un cambiamento non pensato da tecnocrati (uno dei quali guida ora il nostro paese con plauso bipartisan), possa accadere. E non dobbiamo mai smettere di lavorare perché esso accada, testimoniando altre possibilità nella nostra quotidianità e tornando ad un duro lavoro di comprensione del nostro tempo. Ritengo, infatti, che ci sia stato un vero e proprio “tradimento dei chierici”, e che urga un nuovo pensiero “critico” per supportare nuove prassi trasformative dell’esistente.

*docente liceo classico di Benevento "P. Giannone"