Dialoghi, monologhi e specchietti per le allodole: l’impossibile confronto con fascisti, razzisti e no vax

- Opinioni di Teresa Simeone

La prima condizione di ogni dialogo è la volontà di ascoltarsi. Pur dichiarata a parole, però, essa nei fatti è spesso disattesa. E di quanto sia vero ci si rende conto ogni volta che si parla con un estremista, di qualsiasi ideologia. Dopo il momento iniziale in cui chiede pacatamente il confronto, ecco il suo irrigidimento latente che diventa insofferenza patente. E ci si trova invischiati in un vortice di accuse, obiezioni illogiche, fino alle vere e proprie offese.

Mi è capitato più volte di entrare in un turbine di risposte talmente irrazionali e false da non riuscire, per quanto lavoro facessi su me stessa, a conservare a lungo il discorso e sempre con fascisti, razzisti e no vax. L’esordio con cui intervengono, apparentemente innocuo, è lo stesso: “La democrazia è rispetto delle opinioni altrui: noi vogliamo soltanto il dialogo” e, appena ti agganciano, iniziano con lo sciorinare una serie di inconsistenti argomentazioni in un crescendo parossistico di fronte al quale nessun ricorso alla storia (quella documentata sulle fonti, non quella sul “sentito dire”), nessun appello alle battaglie civili, nessun dato scientifico ha valore. Perché, in realtà, ciò che vogliono non è la ricerca di un punto di incontro ma, come facevano gli eristi del IV a.C., vincere nella disputa e dimostrare di essere i più forti. Senza averne, tra l’altro, la competenza dialettica. Proprio a tale fine, invece di cogliere il tuo tentativo di disinnescare quando la conversazione si sta facendo pericolosa, accendono altre micce. E rivelano, poi, il vero volto, che avevano dissimulato inizialmente e che, messi alle strette, non riescono più a nascondere, lasciando tracimare livore e risentimento.

Quel dialogo, che avevano invocato per vincere le resistenze e presentarsi come pacifici interlocutori, diventa l’agone in cui mostrare tutta la rabbia covata e non solo quando è dovuta, comprensibilmente, alle paure degli effetti del vaccino (che sarebbe, invece, un’ottima motivazione se fosse realmente espressa con civiltà), ma per opporsi, a prescindere, contro misure che non si vogliono accettare. Il tono è quello inquisitorio di un interrogatorio, con argomentazioni spesso inconfutabili perché non falsificabili popperianamente e un antiscientismo che diventa odio per tutti coloro che non si allineano con le loro posizioni.

Lo dimostrano i toni negli spazi reali e virtuali. Allo stesso modo, nelle manifestazioni, rispettabilissime laddove condotte nel rispetto delle regole, al di là del malcontento politico, è rintracciabile, tuttavia, una lunga linea di contestazioni che vanno dalla negazione del covid (che ancora alcuni sempliciotti ammettono…), fino all’avversione per le mascherine, l’ostilità per i vaccini e in ultimo per il Green pass. Si può, inoltre, negare la presenza nei cortei di un magma di neofascisti, anarcoinsurrezionalisti, antieuropeisti, antiprogressisti, antivaccinisti e complottisti vari?

I loro slogan, ormai, rappresentano un inventario di riferimenti storici che è veramente ignobile soltanto leggere: dittatura sanitaria; richiami a Orwell, a Chomsky, a Foucault; analogie con le leggi naziste di Norimberga e quelle fasciste del ’38; vergognose sceneggiate con fili spinati e pettorine grigie; appelli alla libertà negata degli insegnanti come il giuramento cui furono costretti i professori universitari nel 1931. Iperbolici devono essere gli esempi, perché iperbolico è l’effetto che si deve suscitare nel paese. Anche se si sfiora il ridicolo, inconcepibile dal momento che non assistiamo a una commedia, ma ci troviamo dentro a una tragedia.

E, allora, con tutta la buona volontà, con tutto il sano spirito socratico, fermo restando che uno dei suoi elementi era l’ironia con cui si smontavano le false certezze dell’interlocutore, come si fa a dialogare con chi, dopo la prima battuta con cui ti contatta, ti risponde che sei un belante, asservito al sistema, incapace di pensiero critico, allineato con il mainstream? Se è qualcuno che ancora cerca di rimanere in un contesto di legalità, perché in altri casi si arriva alle minacce vere e proprie.

Si dialoga per confrontarsi, per conoscere le posizioni altrui e per farsene contaminare se riconosciute come corrette, per provare a costruire ponti di pensiero non per alzare muri insormontabili.

Si dialoga per ricordare l’eccezionalità di una situazione che ha sconvolto l’intero pianeta, non per negare la verità di un’emergenza che ha fatto quasi 133.000 vittime in Italia e più di 5.000.000 nel mondo.

Si dialoga per cercare di capire cosa possa fare ciascuno di noi per evitare il contagio e trovare una via d’uscita.

Si dialoga per provare a evitare che la democrazia diventi oclocrazia, esattamente il rischio che certe piazze evocano.

Dispiace molto perciò dover registrare anche l’inaspettata copertura ideologica di filosofi, uomini e donne del mondo della televisione, esponenti politici, premi Nobel, medici, docenti universitari, giuristi. Dispiace perché, nell’avallare, con cavilli e distinguo sottilissimi, posizioni inaccettabili invece di difendere buon senso e ragionevolezza, non ricordano mai, mai, e questo è molto triste, i morti che questa pandemia ha provocato.
A che si riduce la cultura se non aiuta a diventare migliori, più solidali con chi soffre? A uno sterile e vanesio esercizio di retorica?

E allora, in questa bolla enorme di egoismo spacciata per libertà, in questa esplosione di narcisistica affermazione del proprio Io, di un Io raccapricciante nella sua aridità, che arriva ad insultare una sopravvissuta di Auschwitz, che parla di autoritarismo e agisce senza rispetto per la salute altrui, ciò che emerge è la mancanza di ogni umana compassione. Scompaiono le morti, si ignorano la fragilità degli immunodepressi e la vulnerabilità delle persone anziane, si dissolve la sofferenza dei familiari, tacciono le voci di pietà: si sente solamente il cinismo di una libertà infantile che fatica a uscire dall’egocentrismo e a diventare matura, chiusa com’è nei limiti angusti di un arbitrio che è solitudine, civica, politica, etica.