Il Diario dell’Argonauta.41 - Canzoni, SUV e noi nati negli anni '60, i peggiori...

- Opinioni di Anteo Di Napoli
Piazza Trilussa
Piazza Trilussa

Sabato pomeriggio, approfittando di una tregua concessa da questo autunno plumbeo, dopo una settimana trascorsa su un ottovolante di emozioni, ho proposto a mia moglie un tuffo nella vitalità che solo Trastevere riesce a regalare. L’istituto dove lavoro è collocato nel cuore del rione romano per antonomasia che ogni giorno, proprio all’ora in cui esco, comincia a acquisire le caratteristiche di vita brulicante, dentro e fuori i suoi mille locali, affollati da turisti e da giovani.

Il principale problema che Trastevere pone al frequentatore, occasionale o abituale, è quello del parcheggio, soprattutto di sera e nei fine settimana. Avendo ottenuto l’assenso alla proposta, ho fatto presente che l’unica soluzione fosse arrivare sul Lungotevere già nel pomeriggio. Nonostante questa precauzione, sono riuscito a parcheggiare di fronte a Villa Farnesina (quella degli affreschi di Raffaello, non il Ministero degli esteri, preciso per chi non fosse pratico di Roma) solo grazie alle mie “doti di parcheggiatore”, che “perfino” mia moglie deve riconoscermi, riuscendo a far entrare la macchina in uno spazio che invece ha indotto alla resa chi mi precedeva nella fila appostata per la caccia al posto.

Il principale obiettivo della mia serata era piazza Trilussa, dove musicisti di strada, generalmente bravi, trascinano i ragazzi, quelli assiepati sulle scale della Fontana dell’Acqua Paola e quelli che fanno della piazza una pista da ballo.

Se c’è un modo per farmi ringiovanire in un attimo di almeno vent’anni è inserirmi in un contesto che mi consenta di divertirmi nel mio modo preferito: “Mi piace far canzoni e bere vino, mi piace far casino”, per dirla con l’Avvelenata di Guccini.

Sabato sera sono stato particolarmente fortunato perché i musicisti avevano un repertorio fatto prevalentemente dai “miei cantautori”, molto apprezzati, come ho constatato con piacevole sorpresa, dai ragazzi che riempivano la piazza cantando a squarciagola, più o meno come il sottoscritto, mentre mia moglie continuava a sorridere scuotendo la testa, osservando quel marito che non di rado le tocca “moderare”, tornato “ragazzo” per un paio d’ore.

Non mi divertivo così da tanto tempo, una sensazione vitale e gioiosa che affido di nuovo a Francesco Guccini (Farewell): “Come si sente la voglia di vivere, che scoppia un giorno e non spieghi il perché, un pensiero cullato o un amore che è nato e non sai che cos’è”.

Quando i cinquant’anni hanno infine reclamato i loro diritti, ci siamo spostati di pochi passi, ai tavoli all’aperto di una storica osteria prospiciente la piazza, continuando a goderci lo spettacolo, oltre che la cucina romana proposta.

Proprio al semaforo tra piazza Trilussa e ponte Sisto, il giorno precedente era stato svergognato un mio pregiudizio, coltivato con crescente irritazione, da quando un “Duster” si era incollato al mio scooter, “pompando” a tutto volume un rumore indistinto che presumibilmente il guidatore riteneva fosse musica. Le cacofoniche vibrazioni provenienti dal “suv” immagino abbiano “allietato” anche i residenti (erano circa le 7 del mattino) nel tratto compreso tra Lungotevere Flaminio (sponda cisteverina) e Lungotevere Sanzio (sponda trasteverina).

Sono stato sul punto di farmi trascinare dal mio peggior difetto (sempre a detta di mia moglie), l’irascibilità, anche perché mi sono sentito un po’ come l’automobilista protagonista di Duel (il primo film di Steven Spielberg), che ingaggia un duello a morte col camionista di un’autocisterna.

Al semaforo tra piazza Trilussa e ponte Sisto, quando il “Duster” mi ha nuovamente raggiunto, mi sono avvicinato al finestrino per mettere in chiaro le cose con quel giovanotto dagli ormoni evidentemente fuori controllo. La scoperta che il “giovanotto fuori controllo” fosse un uomo maturo in giacca e cravatta, almeno della mia età, mi ha completamente spiazzato. Siamo ripartiti per separarci definitivamente al successivo semaforo di ponte Garibaldi.

La sorpresa ha aggiunto un nuovo elemento alla mia convinzione che noi nati negli anni ’60 siamo i peggiori di tutti: troppo piccoli per aver partecipato al ’68 e al ’77 (nel bene e nel male), beneficiari di diritti e privilegi conquistati da altri, non abbiamo sviluppato la capacità di orientarci nelle avversità, non avendone mai vissute prima di questa pandemia.

Non a caso anche il vergognoso spettacolo offerto dai “no-vax” è una storia di miei coetanei. Spero che le nuove generazioni, le stesse che sabato sera mi hanno regalato qualche ora di giovinezza, ci spazzino via quanto prima.

Lascio il finale ancora a Farewell: “Ma ogni storia ha la stessa illusione, sua conclusione, e il peccato fu creder speciale una storia normale. Ora il tempo ci usura e ci stritola in ogni giorno che passa correndo, sembra quasi che ironico scruti e ci guardi irridendo”.