Il Diario dell’Argonauta.40 – La ricerca del “Vello d’oro” è ripartita da Paduli

- Opinioni di Anteo Di Napoli

“Non ti ho mai visto piangere, se non quando morì tua madre”, mi dice ogni tanto mia moglie, riferendosi al mio modo di dissimulare nelle situazioni dolorose. È una frase che ovviamente pronuncia con intenzioni diversissime da quelle di Don Mimì Soriano verso Filomena Marturano, solo per invitarmi a non tenermi tutto dentro. In verità, un canale per esternare molte emozioni l’ho trovato quindici anni fa iniziando a scrivere, fino a pensare al “Diario dell’Argonauta”, poco più di un anno fa, sulla spiaggia di Anzio.

È un momento complesso della vita, in parte atteso, essendo già stato vissuto da tanti, quando alla mia età ti viene presentato il conto delle cose che non hai fatto e avresti potuto fare, del sempre meno tempo che ti rimane per farle, per non parlare di quelle che non potrai più fare.

Questa “aggressione emotiva” si è scatenata senza preavviso all’inizio dell’estate, cogliendomi del tutto impreparato. Ho reagito un po’ confusamente, lanciandomi fuori dalla trincea, consapevole di poter essere falciato nella terra di nessuno, su obiettivi che negli ultimi anni avevo classificato come “scaduti”.

Probabilmente la madre, o il padre (si capirà forse più avanti perché dico questo) di tutte le “battaglie” è stata l’idea di riaprire la casa di Paduli, letteralmente chiusa da vent’anni, dove ho vissuto l’infanzia e l’adolescenza, prima che la mia famiglia si trasferisse a Benevento.

Ho preso la decisione una mattina, dinanzi alla dimora che ospita i miei genitori, uno accanto all’altra, dalla quale lo sguardo raggiunge in un attimo la Piana Romana di Padre Pio e, appena oltre, la Dormiente del Sannio. “Cosa resterà di loro e di me”, mi chiesi.

Pensai che la prima cosa da fare fosse salvare la biblioteca di mio padre, per recuperarla e lasciarla come sua memoria alla comunità dove è nato e vissuto e dove anche mia madre ha insegnato a generazioni di bambini. Impresa titanica, dovendo rimettere insieme e riordinare migliaia e migliaia di volumi, un tempo perfettamente conservati e catalogati, contenuti per buona parte in quell’abitazione, ma non solo. Inoltre, questo comportava il ripristino dell’abitabilità della casa, da ristrutturare completamente. La fase più faticosa, in termini strettamente fisici, di tale processo, avviato in maniera irreversibile, si è completata in questi giorni.

Tuttavia, quando si aprono cassetti chiusi da decenni, ci si espone a dei rischi, specialmente se fai scoperte che ti fanno reinterpretare la figura di tuo padre, concedendogli molte attenuanti per il rapporto non semplice che hai avuto con lui.

Una persona che chiamo “vice-mamma”, non per età ma per la speciale relazione che la lega (indicativo presente) a mia madre, mi ha suggerito proprio una chiave di lettura “paterna” per l’inattesa “tempesta emotiva” vissuta nella settimana che si sta chiudendo.

Senza nessun motivo plausibile, la notte tra sabato e domenica ho avuto un improvviso senso di oppressione, col desiderio di uscire. Ho trascorso la notte successiva completamente in bianco, tanto da prendere presto lo scooter e fermarmi a Ponte Sisto per fotografare l’alba sul Tevere. “E l’alba è un pugno in faccia verso cui tendo le braccia”, ho postato sui social, citando Guccini, per descrivere il mio stato d’animo.

Nel tentativo di darmi una spiegazione razionale, ho “stabilito” di attribuire la responsabilità a una visita medica che dovevo fare martedì, tra l’altro con un amico fraterno, compagno di corso all’università. Mia moglie si è detta perplessa, visto che l’esame diagnostico decisivo aveva già dato esito negativo. Mi ha “rinfacciato” come quel giorno io fossi abbastanza tranquillo, mentre lei era preoccupatissima, tanto da commentare: “Sei più teso prima di un rigore di Insigne che per un esame medico”.

Lunedì sera, un’intervista di Barack Obama mi ha messo ulteriormente in crisi: “Se penso al mio ultimo giorno, la più grande consolazione è sapere che avverrà tenendo per mano le mie figlie”.

Ho trattenuto a stento le lacrime (invecchio) e ho sentito la necessità di riferire l’episodio di Obama a un’amica “non a caso”, che mi ha dato una risposta, tenera e profonda, che auguro a qualsiasi padre, biologico e no, almeno una volta nella vita, e custodisco ovviamente per me solo.

Probabilmente aveva ragione la “vice-mamma” a interpretare l’attuale momento con la sovrapposizione alla classica “crisi del cinquantenne” della “riscoperta del padre”.

In definitiva, potrei definirmi un argonauta che sta attraversando le sue Simplègadi, con il passato e il futuro a rappresentare i due mitologici scogli semoventi che, aprendosi e chiudendosi come una morsa, stritolavano le navi che cercavano di varcare il Bosforo. La ricerca del “Vello d’oro”, tuttavia, è già ripartita.