Anche a Benevento l’astensione dal voto ha contato, per il vincitore: “l’indifferenza opera”

- Opinioni di Carlo Panella
Antonio Gramsci nel murales di Jorit a Firenze
Antonio Gramsci nel murales di Jorit a Firenze

Ho già scritto dei numeri forniti delle elezioni comunali di Benevento (leggi qui)e pure del livello della politica del riconfermato sindaco (leggi qui). Qui parlo degli astenuti (il 40% dei beneventani che potevano votare al ballottaggio e che non l’hanno fatto). Invece, degli sconfitti nelle urne e del ruolo di opposizione che sono stati chiamati a svolgere, in Consiglio Comunale e nella società, scriverò la prossima volta.
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Non hanno votato a Benevento 20.342 cittadini sui 50.328, non è andato al seggio il 40,42% che aveva il diritto-dovere di farlo. Non sono tutti assimilabili, questi ventimila. Ci sono quelli che non hanno potuto votare per età avanzata o condizioni di salute, perché occasionalmente fuori sede e impediti o perché stabilmente emigrati altrove per lavoro e studio, benché siano tuttora iscritti nelle liste elettorali di Benevento.
Non è possibile stabilirne il numero, sul totale, ma è doveroso tenerli ben distinti e distanti, da tutti gli altri che, pur potendolo fare, non hanno voluto andare votare. Sui primi non si può e non si deve dire alcunché, se non dolersi per il fatto che non gli è stato possibile esercitare un importante diritto, non sempre esercitabile in Italia (il fascismo lo impedì per un ventennio, alle donne è stato consentito solo dal 1946, nell’Italia liberata dai partigiani e dagli alleati che a rischio della vita “parteciparono”…).
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Sui secondi, ribadito l’ovvio - e cioè che non essendo un obbligo votare potevano senz’altro astenersene – va detto che non solo per le Comunali di Benevento, ma in ogni caso di ballottaggio, chi reputa indifferente l’uno o l’altro candidato in realtà, contemporaneamente, decide di non opporsi a colui che risulterà vincente. E quindi porta con sé la responsabilità di non aver fatto quel che poteva fare per impedirlo.
Esemplificando, in concreto, sarebbe bastato che soltanto 1.600 degli oltre ventimila astenuti fossero andati a votare per Perifano e Mastella avrebbe perso. L’astensione, dunque, ha avuto un peso non piccolo nella riconferma del sindaco.

L’ampia astensione non è stata solo una caratteristica di Benevento e molti si interrogano su come convincere gli astenuti per scelta ad andare o a tornare a votare. Lo si fa spesso blandendoli (quanto diffusa in Italia è la tendenza a lisciare il pelo!), quando non si dà loro esplicitamente ragione per essere rimasti a casa…

Io non mi lego a questa schiera. Espormi e partecipare è stata la mia regola di vita e non mi sono astenuto fin da quando avevo 14 anni, dalla IV ginnasiale (orgoglioso facevo sporgere “Il Manifesto” dalla tasca dell’eskimo, correndo i rischi dell’epoca…). Partecipare alla vita pubblica e civile – come minimo andando a votare – serve soprattutto in questa città per invertirne la rotta: Benevento diventa sempre più depressa, isolata, impoverita. Sono 50 anni che con tristezza ascolto persone che timorose, qui, sussurrano di “non potersi esporre”, per non contrariare o ostacolare chi comanda o può comandare, con la conseguenza paventata di non poter poi andare a chiedergli un aiuto o un favore.


Ma, ammesso e non concesso, che questo nascondersi possa essere compreso in chi vive una condizione di bisogno o di forte precarietà esistenziale e lavorativa, proprio non trovo scuse per chi non partecipa e si schiera finanche al riparo dalla segretezza del voto.

No, io proprio non accetto le ragioni degli astenuti. Capisco l’interesse dei partiti o dei vari “capibastone elettorali” ad accarezzarli, sperando di andare a pescare consensi tra loro, ma dal punto di visita dell’etica civile non possono essere giustificati coloro che si limitano distrattamente guardare o, e sono i peggiori, quelli che poi non essendo intervenuti magari criticano (a mezza voce) o dalle tastiere si lamentano dell’amministrazione comunale.

La mancanza di partecipazione, in particolare, affossa ancor di più le zone arretrate, quelle dove anche gli acculturati - attratti dalla luce del potere (ma senza dirlo o senza dirselo) - elucubrando, finiscono per scambiare un tanghero per il Duca Valentino…

Per quanto mi riguarda, con chiarezza innanzitutto dico che chi non va a votare sbaglia, non solo perché gli assenti hanno sempre torto, ma perché non volendo nemmeno sforzarsi di scegliere “il meno peggio”, se ne infischiano che a vincere possa esser il peggiore. Vengo dalla stagione, e qui ne ribadisco la immutata adesione, della profonda critica a “chi si estranea dalla lotta”… Ancora oggi, nella mutata scena, rimpicciolitasi non poco.

In conclusione s’impongono, dunque, le severe parole, di rara chiarezza ed efficacia, di uno che la Storia d’Italia l’ha fatta davvero, fondando il PCI e non l’Udeur: “Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti. L’indifferenza è il peso morto della storia. L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera...

Odio gli indifferenti anche per questo: perché mi dà fastidio il loro piagnisteo da eterni innocenti. Chiedo conto a ognuno di loro del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime. Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo.

E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti Antonio Gramsci.