Il Diario dell'Argonauta. 37 - Cronache napoletane: un viaggio d’amore

- Cultura Spettacolo di Anteo Di Napoli

Abbiamo scelto di trascorrere a Ischia il nostro recente ventesimo anniversario di matrimonio, una delle isole dell’impareggiabile golfo di Napoli, non facendoci mancare una puntata nella “Capitale”. Mancavamo da Napoli dalla fine di febbraio 2020, quando avevamo assistito a Napoli-Barcellona. La pandemia aveva appena raggiunto l’Italia e aleggiava una cappa da ingresso nell’ignoto.

È probabile che inconsciamente la nostra scelta sia stata anche frutto del desiderio, speriamo non troppo prematuro, di tagliare dalla pellicola della nostra vita un’esperienza che mai avremmo concepito possibile, facendo ripartire il film da dove era stato interrotto.

Appena il tempo di lasciare le valigie in hotel e di fare un carico glicemico con una graffa, a stento contenuta in due mani, e subito di corsa verso via Emanuele De Deo, nei Quartieri Spagnoli. A cercare cosa? Lo sapeva già chiunque.

“Scusate, mi potreste indic... (seconda persona plurale, perché siamo meridionali)”. “Sì, la terza traversa a sinistra, poi salite sempre e arrivate”.

L’informazione, confermata dall’intervento spontaneo di numerose persone, si è arricchita di sempre maggiori dettagli. Un signore ci ha anche suggerito un percorso diverso per la discesa che ci avrebbe consentito di omaggiare pure Totò…

Mentre percorrevamo la salita di via De Deo, abbiamo iniziato a sudare sempre più copiosamente per il caldo umido, reso opprimente dall’assenza di ventilazione nei vicoli.

Mi è tornato in mente il monologo di Filumena Marturano, quando spiega all’avvocato Nocella “i determinanti sociali” che l’obbligarono a avviarsi alla prostituzione: “Avvoca’, ’e ssapite chilli vascie... I bassi... A San Giuvanniello, a ’e Virgene, a Furcella, ’e Tribunale, ’o Pallunetto! Nire, affummecate... addò ’a stagione nun si rispira p’ ’o calore pecché ’a gente è assaie, e ’a vvierno ’o friddo fa sbattere ’e diente...”.

E allora ho trovato molto più profonda e meno blasfema la considerazione di una signora che, affacciata a un balcone, ci ha detto: “Vengono tutti, come se andassero da Padre Pio”.

In cima alla salita, al numero 60 di via De Deo, vi è una sorta di “tempio” a cielo aperto, costruito intorno al grande murale dedicato a Maradona, dipinto dall’artista Mario Filardi nel 1990 sulla facciata di un palazzo, in occasione del secondo scudetto del Napoli.

Dopo la morte di Diego, il luogo è diventato meta di un continuo pellegrinaggio da parte di chi, come il sottoscritto, lo ha amato e gli deve eterna riconoscenza per la felicità ricevuta, ma anche tappa quasi obbligata per i turisti. “Ognuno ll’adda fà chesta crianza; ognuno adda tené chistu penziero”, per dirla col Principe De Curtis. Tuttavia, nel discendere verso via Toledo, percorrendo via Trinità degli Spagnoli, non siamo riusciti a individuare il luogo suggerito per l’omaggio a Totò.

In compenso, ci siamo trovati davanti al magnifico Palazzo Zevallos Stigliano, sede di rappresentanza di un’importante banca, che ospita un museo, il cui fiore all’occhiello è “Il martirio di Sant’Orsola”, l’ultimo dipinto di Caravaggio, realizzato un mese prima della sua morte improvvisa e ancora misteriosa. Nel corso di una nostra precedente visita l’opera era assente, perché prestata a una mostra, ma stavolta abbiamo potuto completare il trittico dei “Caravaggio napoletani”, dopo aver ammirato in anni precedenti la “Flagellazione di Cristo” e le “Sette opere della Misericordia”, conservate, rispettivamente, a Capodimonte e al Pio Monte della Misericordia.

Si richiama esplicitamente al Genio lombardo lo street artist Jorit, anche per la scelta di prendere persone del popolo come modelli per figure sacre. È stato così anche per il gigantesco San Gennaro, dipinto su un muro di Forcella, che abbiamo visto recandoci al Duomo, domenica 19 settembre, festa del Patrono di Napoli e della Campania, nato a Benevento. Esserci trovati a Napoli proprio in questo giorno non poteva essere solo un caso.

La sera precedente abbiamo assunto informazioni in un ristorante di Chiaia (sensazionale la “genovese”): “Voi andate alle 8,30, il miracolo si potrà verificare alle 8,35 o alle 12, dipende”. Con rispettoso scetticismo, siamo giunti sul sagrato del Duomo alle 9,45, giusto in tempo, perché il miracolo della liquefazione del sangue di San Gennaro si è verificato alle 10,01.

Quando l’Arcivescovo di Napoli, Domenico Battaglia, è uscito sul sagrato per mostrarci l’ampolla, a un palmo dai miei occhi, ho provato una sincera e forse inattesa emozione. Probabilmente perché, come ha detto in una notevole omelia, in quell’ampolla c’era il troppo sangue innocente fatto versare al popolo napoletano.