Le elezioni comunali di Benevento - Quella lista di appassionati non candidati

- Opinioni di Nico De Vincentiis

Caro Carlo, caro direttore, prima che si ufficializzino le liste dei candidati al nuovo Consiglio comunale, se mi consenti, vorrei proporre alcune riflessioni, non so se utili o in grado di essere condivise, che però raccontano di una passione inevitabile nei confronti della città.

Appunto: le alleanze, le liste. Molte fotocopie e poche novità, tra persone semplicemente in fuga dall’anonimato e qualche anelito coraggioso neutralizzato dalla frase, un po’ stupida, che “pur di cambiare le cose bisogna purtroppo fare dei compromessi”; poi i soliti minestroni fintamente alternativi al piatto unico dove tutti fino all’ultimo avranno cercato di tuffarsi, quello più sicuro della “nutriente” dieta Mastelliana. La composizione di liste coraggiose e controcorrente è stata in molti casi disinnescata dalla puntuale tentazione di ascoltare quella sottile ma insistente voce interiore: “Chi me lo fa fare!”. Clamorosa la vicenda dei Cinque Stelle che plasticamente mostra la tirannia di un sistema agonizzante, fondato sulla logica da partito, ma che tira dritto verso una meta che evidentemente non è ancora la morte.

Nei raggruppamenti più folti si ritrovano i soliti “massimalisti” del voto (sempre di meno); i cacciatori di diritti ordinari trasformati in favori; giovani catturati dall’aria che tira e con troppe rughe sul cuore; qualche sparuto cognome che evoca cose importanti ma fuori mercato; tecnici in debito di incarichi; raccoglitori seriali di voti rionali; i Robin Hood con residenza a Nottingham; imprenditori borderline; presidenti di ordini professionali placidamente assisi all’interno dell’arcipelago di liste dell’imperatore. Qualcuno, senza storia e senza griffe, si prende il lusso di passare in poche ore in tre liste diverse. E Narciso passeggia tra le varie formazioni.

Tardivo il tentativo sul filo di lana di proporre (anche in soccorso dei valori fondativi e originari dei grillini) liste con un discreto tasso di autonomia.

Il cortocircuito democratico

Indipendentemente dal giudizio che potrebbe accompagnare queste discese in campo c’è comunque da ringraziare tutti quelli che con la loro scelta di candidarsi assicurano almeno forma alla democrazia. La sua sostanza però resta ciò che accade tra una elezione e l’altra, tempo in cui si determina purtroppo un profondo cortocircuito.

Negli spogliatoi del vero cambiamento ci si è continuati infatti a riscaldare per potere giocare la partita ma al fischio dell’arbitro è mancato ancora una volta il “numero legale”. Appassionati ma non candidati. È questo il massimo del cambiamento possibile in città?

Per capire quanta e quale considerazione si abbia dei fattori profondi di cambiamento nella fondamentale vigilia della sfida del Recovery, cito tre esempi. Il sindaco uscente, Clemente Mastella, in una delle sue sortite si rivolge ai giovani: “Potrei farne a meno, ho già pronte troppe liste, ma sono pronto ad accogliere giovani che volessero impegnarsi per la città”. Al capitolo identità e appartenenza, scrive una pagina indimenticabile l’altro candidato Luigi Diego Perifano che, percorrendo la famosissima Calata Olivella, esclama: “Non pensavo esistessero luoghi così belli in città” (cosa ne sarà domani dei fondi destinati alla valorizzazione dei beni culturali?). Uno dei principali supporter del candidato Angelo Moretti dichiara convinto alla stampa: “Appena ho ascoltato le proposte di Civico 22 ho subito aderito a questo splendido progetto politico che cambierà la città e sosterrà i giovani” (infatti per lui un ricco contratto all’interno del Consorzio dell’imprenditore). Il coordinatore della campagna elettorale del sindaco uscente descrive il lavoro di queste settimane: “Abbiamo costruito liste con gente che ha voti fin sopra i capelli!”.

E i programmi? Quasi un fastidio lungo il percorso elettorale. Per capirne l’inutilità, all’interno del perimetro dei valori espressi da un sistema arenatosi nella palude dell’immortalità al potere, basta ascoltare al telefono uno dei massimi dirigenti del Comune all’interno della sala di attesa di uno studio medico specialistico: “Per la prima volta nella mia vita sono costretto a fare la fila”.

Ecco la sintesi della cultura del “vado da dove vengo”, quel mondo parallelo costruito a misura dei pochi nel quale tutti finiscono per illudersi di appartenervi. Uno stato di emergenza etica che ci si ostina purtroppo a non dichiarare facendo mancare quel necessario sforzo comune, pentito e consapevole, per una svolta nel servizio al bene comune. Questi semplici esempi colti al volo descrivono una pervicace volontà di lasciare scorrere la vita democratica nei margini di manovra di una politica soffocante e pervasiva che controlla tutto, scarta sistematicamente i valori-ostacolo e disinnesca il dialogo sul futuro con acrobatici luna park.

Le autocertificazioni

Intanto il sindaco uscente si ritrova a dovere rivendicare solo poche inaugurazioni e per lo più opere avviate dalla precedente amministrazione (ponti sul Sabato, ascensore in via del Pomerio, ecc.), risolto problemi di assoluta ordinarietà, controllato compulsivamente il meteo, e naturalmente avviato l’iter di progetti da verificare chissà quando. Ma ha installato ovunque cartelli (non proprio di grande qualità) con impressa l’autocertificazione di “Città d’arte e cultura”, titolo mai acquisito e per il quale si sta appena avviando l’iter per la presentazione della eventuale candidatura. Questa città d’arte al momento a chi dovesse cogliere l’invito a visitarla propone l’assoluta precarietà dello stato di conservazione dei tesori culturali e la sciatteria in cui versa la cosiddetta buffer zone Unesco. La creazione del drappello di ispettori ambientali volontari da quasi realizzata è slittata puntualmente nella ipotetica agenda delle cose da fare, e si passa intanto disinvoltamente dall’evanescente e ricorrente furore folcloristico al più grande “affreschicidio” della storia, quello degli affreschi Sabariani, scoperti 15 anni fa e lasciati probabilmente a sbriciolare sottoterra. Mentre i vergognosi dehors, da mercatino dell’usato, dopo cinque anni di inutili battaglie sono ancora al loro posto a rappresentare la cifra decadente del centro storico. Sul quale incombono progetti di dubbio gusto come l’illuminazione di piazza Roma, troppo cinicamente falsa e invasiva (evidentemente concepita per assecondare l’ansia pirotecnica dell’Amministrazione) per credere che sia stata davvero approvata dalla Soprintendenza. Così non stiamo difendendo e custodendo la bellezza, non sappiamo descriverla e abbiamo perso le coordinate per poterla attraversare insieme.

In tema di governo con l’alibi di avere dovuto dichiarare il dissesto finanziario (autorevoli fonti della Corte dei Conti più volte ne hanno escluso la necessità), al netto dell’asfissiante burocrazia e della scarsa propensione ad accelerare sui progetti, è illuminante la “solitudine delle opere prime”. Per tre volte la prima realizzazione annunciata dietro l’angolo dalle varie Amministrazioni (Pepe 1, Pepe 2, Mastella 1) resta ancora neanche avviata. Nell’ordine si tratta della sistemazione della piazzetta dei cosiddetti giardinetti della Prefettura; l’arredamento dello spazio pedonale intorno alla Rocca dei Rettori; la ripavimentazione e l’organizzazione del parcheggio di piazza Piano di Corte).

La macchina senza motore

Mancanze da accostare a un profondo nodo irrisolto, quello della qualità delle competenze a disposizione del Comune che ha prodotto pesanti “KO tecnici”, spesso macchiando percorsi che si sarebbero voluti nelle intenzioni di ben altra qualità e trasparenza. Sonore bocciature per gli uffici competenti e studi di progettazione. L’ultima, quella della illuminazione delle mura longobarde, ampiamente pubblicizzata tra le imminenti realizzazioni, è stata decretata dalla Soprintendenza che ha bloccato l’opera mettendone a rischio il cospicuo finanziamento (Percorsi della Storia nell’ambito dei PICS) ma già con le casse comunali costrette a sborsare una ingente somma di danaro per saldare la fattura puntualmente presentata dai “bocciati”. Il sospetto, nel mancato avvio dei cantieri della recente e promettente programmazione (quasi 20 milioni di euro), è che di bocciature potrebbero esserne arrivate altre. Nella recente storia altri due “c’è lo fatta!” strozzati in gola: l’edificio Gabetti & Isola di piazza Duomo per il quale, come noto, l’ultimo finanziamento di 7 milioni di euro era stato revocato all’Amministrazione Pepe-Del Vecchio per il ritardo nelle procedure previste; la mancata candidatura a capitale della cultura (sempre la precedente Amministrazione) a causa dell’approssimativa relazione di presentazione.

La selezione, possibilmente trasparente, delle competenze tecniche deve essere considerata prioritaria alla vigilia del pacchetto forse più consistente di finanziamenti mai concessi negli ultimi decenni. La qualità di professionisti e dirigenti comunali sarà decisiva per soccorrere una classe politica non esattamente tra le più brillanti, e costituirà un indicatore delle ambizioni reali della città.

Credo che ancora una volta non si sia trovato il modo di candidare al vertice del Comune personalità in grado di avviare e controllare con competenza le dinamiche di governo della macchina comunale prevenendo incidenti di percorso e rispettando quanto più possibile le varie tempistiche.

Che tempo che fa

È evidente che i mali siano alla radice, in quella scientifica strategia dell’appiattimento sul basso che consente un più facile accesso ai “segreti dell’urna” (si sa già dove una certa cultura orienterà la mano dell’elettore) e una navigazione tranquilla nei mari dell’effimero. Non mi meraviglia dunque l’assoluta sintonia tra politici, candidati e cosiddetta società civile nella valutazione di episodi che avrebbero dovuto far saltare dalla sedia e invece esaltati come profetici. Performance non agganciate alla filiera dello sviluppo mortificano continuamente il concetto di strategia lasciando metabolizzare dalla comunità scelte senza visione, frutto evidente della sostituzione della dimensione politica con un sistema elettorale (o diversamente elettorale) permanente in cui non serve spiegare, ragionare, confrontarsi, condividere ma incassare il poco e subito prodotto da ogni minima goccia di effervescenza.

Non è così che si disegna un riscatto economico, tantomeno oggi con gli aiuti europei alle porte.

L’aria non è cambiata. Il “niente sarà come prima”, annunciato frettolosamente in questa pandemia, è continuamente smentito come nel caso delle modalità di approccio alla competizione elettorale: mercato scambiato per “tavoli”, caminetti maleodoranti, allineamenti sgangherati, giostre di sigle e clonazioni industriali. Forse finanche accordi preventivi tra forze avverse. Qualsiasi candidatura, a partire da quelle a sindaco, nasce essenzialmente dalla capacità di ricatto sul corpo elettorale.

La rivoluzione è lontana, troppi i fiancheggiatori del sistema di potere con una percentuale di coraggiosi sempre più risicata. Ci si smarca a volte dal contesto asfissiante della politica conosciuta e subita ma si difetta poi in trasparenza e democrazia, oppure in qualche caso tentando la carta (ormai un bancomat quasi esaurito) dell’utilizzo strumentale dei valori religiosi.

Non so se io possa definirmi un coraggioso ma spero di avere compiuto e di compiere sforzi quotidiani in direzioni decisamente diverse da quelle per le quali la classe riflessiva ha ancora troppe cose da farsi perdonare; debole nella proposta e nella denuncia (quelle dei giustizieri solitari hanno lo stesso tempo di lettura di uno spot e non incidono realmente sulle coscienze), sempre a metà del guado per non perdere il proprio turno nell’irrilevanza sostanziale anche se condita da qualche lustrino implacabilmente inutile.

Avrei dovuto contribuire con più decisione a fare decollare le ragioni del cambiamento, formare con maggiore convinzione una platea di cittadini-elettori in grado di esprimere eletti degni di questo nome. Continuo a pensare che occorra un servizio di pedagogia civica permanente molto più che immersioni stagionali in questa politica. Non mi pento di avere declinato perciò proposte di candidatura in varie stagioni della storia locale preferendo di iscrivere la mia penna e le mie parole al servizio della comunità attraverso una cultura giornalistica che informando si assumesse il dovere di formare la cittadinanza, e con l’animazione continua di quei piccoli focolai di speranza che si nascondono sotto la cenere.

Sono un appassionato non candidato? Formalmente sì, ma non credo di avere aggirato le sfide di quella modernità, in ”agguato” per alcuni o necessaria ma difficilmente governabile per altri. L’ambizione non è mai stata quella di “essere eletto” ma riuscire ad eleggere in maniera responsabile e matura. Due paradigmi che non si sono consolidati negli anni lasciando così l’immagine di un corpo elettorale esattamente coincidente con i suoi rappresentanti. Eccola la parità di genere, l’integrazione degli sconfitti, dall’una e dall’altra parte.

Quel maledetto elastico

Per quanto mi riguarda spero di appartenere ancora alla specie degli appassionati sintomatici, pronti a condividere percorsi di crescita e di utilità e che sperano di trasformare le parole grosse in parole piene. Sono perfettamente dentro alla grave responsabilità collettiva di contribuire ad abbassare il livello delle attese dei cittadini. Tanti i colpevoli, i politici scientificamente programmati e i cittadini che non hanno fatto il proprio dovere. Penso che tutti dovremmo interrogarci sulle gravi mancanze e operare una revisione profonda del rapporto con le nostre responsabilità. Dai maestri istituzionali agli amministratori e ai politici, dalla classe docente agli uomini di cultura, dalla Chiesa alle famiglie, dai produttori di novità agli imprenditori. Non siamo riusciti a urlare a noi stessi la parola “basta”, a percepire come insopportabili le ingiustizie e le sopraffazioni, l’arroganza e la prepotenza, lasciando così che la rabbia non si trasformasse in indignazione e non la rendesse dunque produttiva.

Caro Carlo, ringraziandoti per l’ospitalità, devo sinceramente confessare che, avendo sette anni fa avviata l’esperienza del laboratorio di azione civica “Rete Campus”, con il quale tentiamo tuttora strenuamente (anche stavolta abbiamo proposto le nostre considerazioni e un programma con novanta idee progettuali per la città) di contenere sotto una soglia vitale il tasso di distrazione sui temi del territorio, sui disegni strategici e sulla convergenza costruttiva delle competenze, sarebbe stato quasi doveroso promuovere in questa tornata elettorale un drappello realmente controcorrente, nei metodi e nella sostanza, per marcare la differenza. Una lista “senza vincolo di successo”, autenticamente autonoma e con la forza della debolezza che appartiene alle minoranze, con la quale proclamare che un diverso modo di condividere i percorsi politici è possibile, ma soprattutto coniugare visione con condivisione, testimoniare l’urgenza di quelle che ritengo siano le vere transizioni preliminari al digitale e all’ecologia: dialogo e bene comune.

Non è stato possibile, anche per l’ennesima ondata di contagi da “fino a un certo punto”, quel maledetto elastico che puntualmente ci fa rimbalzare all’indietro mettendo in ginocchio le nostre migliori intenzioni a scapito naturalmente della crescita dei territori e delle città.

La diligenza europea

Luoghi che saranno presto attraversati dalla diligenza dei finanziamenti per la ripresa e la resilienza, inevitabilmente assaltata da tutti ma messa in salvo nei depositi del potere in attesa di definire le quote parti per la distribuzione. Vorrei ricordare che, pure in assenza di questa “proprietà nutritiva”, il consiglio comunale che ha appena concluso la sua attività è stato capace, per interessi banali, di modificare almeno dieci volte la sua geografia interna quasi da rendere necessario l’utilizzo del navigatore satellitare per trovare un consigliere laddove l’avevamo lasciato. Figurarsi cosa potrà accadere nell’immediato futuro.

Non è allora esattamente una semplice provocazione quella di un Governo di Unità Locale, anzi dovrebbe essere proprio questo lo spirito con il quale far nascere e sviluppare la prossima assemblea comunale. Sarebbe la condizione necessaria, forse l’unico slancio performante, sincero e responsabile, per ribaltare le gerarchie dei “valori in corso” in una fase decisiva e forse irripetibile per lo sviluppo del territorio.

Spero che nei prossimi anni si apra un varco decisivo alla partecipazione reale dei cittadini (peraltro prevista a sufficienza nello statuto comunale), al di là dei pletorici e rituali coinvolgimenti di facciata. Ma soprattutto che la principale cattedra di civiltà torni ad essere l’ente locale con le sue scelte e la sua visione.