Il Diario dell'Argonauta. 32 - Cilento, azzurro Napoli, Bruscolotti e il sorriso di un’amica

- Cultura Spettacolo di Anteo Di Napoli
Castellabate
Castellabate

Se mia moglie e io potessimo scegliere un luogo dove trascorrere, a partire da domani, il resto della vita non avremmo dubbi nell’individuare il Cilento, anche confidando sul “decreto” del re di Napoli, Gioacchino Murat, che, affacciandosi il 12 novembre 1811 dal belvedere di Castellabate (reso celebre dal film “Benvenuti al Sud”), proclamò: “Qui non si muore”!

La concentrazione di tesori naturalistici, artistici, archeologici, storici, è tale che nel 1998, il Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni, è stato incluso nella lista Unesco dei territori considerati Patrimonio dell’Umanità. Basti pensare al sito archeologico di Paestum (VII secolo a.C.), il più importante della Magna Grecia, con l’annesso Museo Nazionale che custodisce la celebre “Tomba del Tuffatore”; oppure alla Certosa di San Lorenzo a Padula, fondata nel 1306, la più grande e famosa d’Italia. Abbondano anche i cosiddetti “tesori immateriali”: la Scuola filosofica di Elea, fondata nel VI secolo a.C., che ebbe come massimi esponenti Parmenide e Zenone, Giganti del Pensiero Universale; ma anche la dieta mediterranea, le cui caratteristiche e i benefici effetti furono studiati e descritti a Pollica dal ricercatore americano Ancel Keys.

Potrei continuare a lungo, ma credo di aver dato motivazioni più che sufficienti per giustificare la mia affermazione iniziale e per spiegare perché il Cilento sia generalmente una terra di belle persone.
Non fa eccezione la mia amica Francesca, originaria del Vallo di Diano, che ho conosciuto a Roma quando era ancora una specializzanda di pediatria. Il guizzo vivacissimo dello sguardo e la qualità rara di rapportarsi al prossimo con un sorriso trascinante, anche quando affronta momenti molto difficili, mi hanno fatto coniare per lei l’appellativo di “Luminosa”.

Sa del mio tifo per il Napoli e pochi giorni fa mi ha inviato la foto del conterraneo Giuseppe Bruscolotti, leggendario terzino destro azzurro, ritratto assieme a suo zio. Per “ricambiare”, le ho spedito un breve filmato di Napoli-Anderlecht del 1977 (semifinale di andata di Coppa delle Coppe), ritenuta la sua partita migliore, durante la quale, non solo rappresentò per il formidabile attaccante della “Grande Olanda” Rob Rensenbrink il “Pal ‘e fierr” contro cui andò a sbattere, ma riuscì anche a segnare il gol della vittoria azzurra sulla compagine belga. La sua carriera si concluse ben prima della nascita di Francesca, che però mi ha più volte raccontato di come il nonno materno le parlasse della “Mascella di Sassano” con occhi che si illuminavano di orgoglio per il celebre concittadino.

A poche ore dalla finale degli Europei, Francesca ha postato una foto del 2018 che la ritraeva a Wembley, prima di una Inghilterra-Italia, giocata pochi giorni dopo la scomparsa di Davide Astori, vista con l’amica del cuore Arianna. Spronava gli azzurri a “correre con lo stesso cuore e riportare il calcio a casa”, con esplicito riferimento alla sicumera inglese del “football is coming home”. In risposta le ho inviato la foto postata da una tennista britannica che le assomiglia, con indosso la maglia dei tre leoni, scattata a Wembley. “Separate dal tifo”, le ho scritto, giocando sulla “somiglianza” e confermando il mio approccio “soft” alla finale.

Non avrei potuto immaginare che la sfida, ma soprattutto il post partita, avrebbero suscitato in Italia toni da Inghilterra “perfida Albione” che, forse non a caso, non si registravano dai tempi delle “inique sanzioni” per la guerra di conquista fascista dell’Abissinia.

Il sottoscritto di tutto può essere sospettato tranne che di essere un filo-inglese, non fosse altro per il ruolo determinante che ebbero nella fine dell’indipendenza napoletana. Durante un indimenticabile tour della Scozia, volli visitare un sito “sacro” per gli scozzesi, il campo di battaglia di Culloden, dove, il 16 aprile 1746, ebbe luogo l’ultimo tentativo di riprendersi l’indipendenza dall’Inghilterra.

Ancor più al di sopra di ogni sospetto il mio rapporto con l’Inghilterra calcistica, essendo io prima un “adepto di Maradona” e poi forse qualcos’altro. Un ricordo indelebile di quel viaggio in Scozia fu la scoperta nella cittadina di Ayr dello “Hand of God Sport Bar”, la cui insegna rappresentava il gol di Maradona agli inglesi con la “mano de Dios” (quattro minuti prima del “gol dei gol”).

Tuttavia, proprio l’amore per Maradona mi impone di intervenire almeno sui commenti relativi ai fischi di Wembley all’inno italiano. Quasi nessuno, dal pulpito italiano, ha ricordato come questo ripugnante comportamento fu inaugurato l’8 luglio 1990 allo Stadio Olimpico di Roma, quando l’inno argentino fu subissato dai fischi, prima della finale mondiale con la Germania. Maradona, vero obiettivo dei fischi (essendo tra l’altro anche capitano del Napoli campione d’Italia), si ribellò piangendo e gridando “hijos de puta”. La reazione di Maradona, non l’uragano di fischi all’inno di un Paese con metà della popolazione di origine italiana, divenne per giorni oggetto di esecrazione da parte degli opinionisti e di scherno da parte dell’opinione pubblica. Disgustato, per anni ho seguito il calcio con scarso interesse, recuperato solo per amore del Napoli.

Anche per questo ringrazio Francesca del ricordo della “bandiera azzurra” Beppe Bruscolotti: 511 partite con la maglia del Napoli (superato solo da Marek Hamsik) di cui è stato capitano, prima di cedere volontariamente la fascia a Diego Armando Maradona. Scusate se è poco...