La Solot in scena con Dürrenmatt. Il Teatro respira al Mulino Pacifico

- Cultura Spettacolo di tiziana nardone
Radiodrammi, foto di Vincenzo Fucci
Radiodrammi, foto di Vincenzo Fucci

La finzione protagonista dell’esistenza. Pure quando si accetta di squarciarla o quando la si grida agli occhi altrui, l’ipocrisia sopravvive. E soverchia. La vita, con le abitudini, le sue incapacità e vigliaccherie, lì a gongolare: tutto torna a essere. Meglio, a non essere.

La Solot, Compagnia Stabile di Benevento, all’interno di Racconti per Ricominciare 2021 (festival diffuso di percorsi teatrali dal vivo e itineranti, in Campania, organizzato da Vesuvioteatro.org con il coordinamento artistico di Giulio Baffi e Claudio Di Palma) ha portato in scena, e lo farà fino a domani 6 giugno, π—₯π—”π——π—œπ—’π——π—₯π—”π— π— π—œ, liberamente ispirato a La panne di Friedrich Dürrenmatt, a cura di Michelangelo Fetto, con Assunta Maria Berruti, Michelangelo Fetto, Antonio Intorcia, Massimo Pagano e Riccardo Intorcia.

“Ci sono ancora delle storie possibili, delle storie per scrittori?” si chiede Dürrenmatt prima di costruirne magistralmente una, nel suo romanzo del 1956, dove la giustizia statale viene mostrata incapace, in nuce, d’acclarare la verità umana. “Noi giudichiamo senza riguardo alla miseria delle leggi e dei commi”, diranno i protagonisti.

Chi sono? Alfredo Traps, rappresentante di articoli tessili, nella sua lussuosa automobile che smette di funzionare; la panne del veicolo gli farà trovare ospitalità nella casa di un giudice in pensione (la signora Werge, nell’adattamento radiofonico, nel testo invece personaggio di sesso maschile, ndr); questi offrirà gratuitamente l’alloggio e la cena accompagnata da vini inebrianti, insieme a tre suoi amici (un ex pubblico ministero, Kurt; un ex avvocato Kummer, un ex boia Pilet). Il loro passatempo? Ricelebrare i più importanti processi storici.

Traps stesso ne viene coinvolto divenendo presto imputato senza accorgersene: si confessa ammettendo il profondo rancore nutrito per il suo ex-datore di lavoro, Gygax, la relazione extraconiugale con la consorte di lui, la confessione del tradimento che provocherà l’infarto e la morte di Gigaux. Alfredo Traps, dietro le parole del PM Kurt, scopre così di avere compiuto un delitto: una verità etica, non fattuale che nessun tribunale civile potrebbe mai statuire, nella netta differenza tra concatenazione e azione. Un delitto che merita “ammirazione, stupore, rispetto, degno, anzi, d'essere annoverato fra i più straordinari del secolo”. Un delitto capace di rendere più eroica, più preziosa la sua mediocre vita. E quando il suo avvocato difensore mirabilmente smonta le accuse del PM (“Traps confessa attratto dalla potenza di un gesto che mai saprebbe compiere. C’è qualcuno tra noi il cui pensiero non si discosti da quello che poi realmente compie?”), lui no, ribadisce con fermezza la sua colpevolezza seguendo il boia e accettando la pena di morte. Pilet, mostrata la ghigliottina, lo farà solo accomodare nel letto. Il mattino dopo, la vita di Traps, riconsegnatagli l’auto riparata, riprenderà come sempre.

Cosa fa Dürrenmatt? Grida al riconoscimento della colpevolezza: un sospiro di sollievo dopo tutta una vita passata a giustificare quanto si è o non si è saputo fare. Un suicidio, omaggiato da un processo altrui. Una giustizia che non amministra ma ammaestra, da mezzo pubblico a mezzo di espiazione personale. Le giustifiche, in forma e carne nell’avvocato difensore, pur ben argomentate, vengono spazzate via dalla volontà di “essere”, in via conclusiva, veri. Una verità che porta alla morte di quello che non si è stato. Salvo la tragica e crudele farsa dell’esistere, che ricomincia il giorno dopo. La perdita del senso nei mille rivoli quotidiani, un inganno, nell’attesa che finisca ciò che i più mai principiano.

Fin qui Dürrenmatt in cui Michelangelo Fetto, condirettore della Solot e autore dell’adattamento, innesta il suo paradosso, dando vita a una meta-narrazione. Gli attori, Assunta Maria Berruti, Antonio Intorcia, Massimo Pagano, Riccardo Intorcia e lo stesso Fetto personificano interpreti impegnati nella trasposizione radiofonica dell’opera. Tra una pausa e l’altra di registrazione, vediamo comporsi il mosaico della loro vita, Fetto artista dalle velleità umoriste mal riposte, la Berruti impelagata in una relazione sentimental-clandestina con Antonio Intorcia e Massimo Pagano il buontempone simil-superficiale.

La quotidianità dei quattro struttura i personaggi in poche battute. La più forte è quella della Berruti che, nel ripudiare la caratterizzazione della donna concubina, nell’intesa ridanciana, ilare mal sottaciuta, maschile e da caserma, scuote i giardini del Mulino Pacifico, luogo ospite, di rinnovato fermento militante.
Bentornata Solot.