Il Diario dell’Argonauta. 28 - Ricordi d’un treno e d’una gara: tra Corsi e ricorsi storici

- Cultura Spettacolo di Anteo Di Napoli

Uno dei ricordi più sgradevoli della mia vita da studente universitario fuori sede è quello del viaggio sul rapido Lecce-Roma, che arrivava a Benevento immancabilmente già pieno, in piedi, con le valigie collocate sul pavimento del corridoio, da spostare ripetutamente per consentire il passaggio dei viaggiatori. È noto che sopravvive chi si adatta meglio, così mi resi conto della possibilità di abbreviare il disagio.
Negli anni ’80 i treni erano ancora occupati da militari di leva al rientro in caserma (dopo una licenza), nello specifico quella di Caserta, prima fermata dopo Benevento. Pertanto, collocarsi accanto a ragazzi in divisa dava una ragionevole certezza di sedersi dopo circa un’ora.

Recentemente, mi è tornata in mente la discussione avuta sul treno con un ufficiale, che si infiammò quando dichiarai falso storico il consolatorio “l’esercito italiano inferiore per numero e per mezzi”, invocato per giustificare tutte le sconfitte subite, a partire dalle guerre d’indipendenza.
“Non si ricorda un grande generale italiano dal ritorno di Cesare dalle Gallie”, conclusi, con una battuta che riutilizzai anni dopo, in una trasmissione RAI, condotta da Giordano Bruno Guerri e Cinzia Tani, a cui partecipai in rappresentanza degli obiettori di coscienza, dibattendo col generale Calligaris.

Apriti cielo! L’ufficiale sul treno arrivò a negare il valore militare di tutti i condottieri che gli citai, oltretutto, paragonandoli a un Cialdini o “giù” di lì. Quando arrivai a Napoleone, si immortalò: “In fondo alla fine ha perso”. Gli feci notare che Waterloo non era la finale dei mondiali di calcio e che per il Corso qualsiasi battaglia perduta avrebbe rappresentato “la fine”. In proposito, gli ricordai la risposta data da Napoleone al cancelliere austriaco Metternich che gli chiedeva di ridimensionarsi (cito a memoria): “Il vostro imperatore è l’erede di famiglie che si dividono l’Europa da secoli. Possono essere battuti venti volte e torneranno sempre sui loro troni. Io sono figlio della fortuna e sarà la mia fine quando non sarò più temuto”.

Ho ripensato al concetto di interpretare le sfide della vita come una finale che si ha l’obbligo di vincere, indipendentemente dalle condizioni in cui si disputa. Potrei citare molti episodi della mia vita, in cui ho dovuto “giocare” sapendo che non avrei avuto una seconda possibilità, che invece sarebbe stata concessa ad altri (a loro anche una terza o una quarta se necessario). È più facile camminare sul filo per chi dispone di una rete o è stato calato dall’alto fino al penultimo passo…

Lungi da me paragonare Napoleone Bonaparte e Lorenzo Insigne (troppo banale farlo per la statura fisica), tuttavia proprio il dibattito successivo alla fallita qualificazione del Napoli in Champions League, per la mancata vittoria sul Verona, mi ha fatto ricordare l’episodio del treno.

In molti, soprattutto tifosi del Napoli, hanno considerato l’insuccesso conseguenza della “mancanza di attributi” dei calciatori azzurri, incapaci di cogliere l’occasione propizia e di mostrarsi superiori anche alle ingiustizie subite, in riferimento a una serie di arbitraggi che avevano consentito alla Juventus di non essere già tagliata fuori dalla qualificazione prima dell’ultima giornata.

Come spesso accade in Italia, il calcio è la cartina di tornasole di storture più generali. È giusto accettare l’idea che “bisogna essere più forti dell’ingiustizia”? Sarebbe giusto accettare il risultato di un concorso in un cui un candidato risponda brillantemente a una domanda precedentemente concordata, mentre l’altro inciampi su una domanda resa, anche emotivamente, più complessa dalla consapevolezza del privilegio dell’altro concorrente?

Dovrebbero essere domande retoriche, ma la constatazione dolorosa è che per molti è più rassicurante porsi al riparo dell’ala protettrice del privilegio senza merito.