Il Diario dell'Argonauta. 26 - Con Battiato come colonna sonora, la cura dall’età giovanile alla maturità

- Opinioni di Anteo Di Napoli

L’estate 1982 fu quella del mio primo amore, dell’Italia campione del mondo di “Pablito” Rossi, ma anche l’estate del travolgente successo (primo 33 giri italiano a vendere 1 milione di copie) della “Voce del padrone” di Franco Battiato. Le sette indimenticabili canzoni, che si spandevano nell’aria dai juke-box e dalle autoradio, resero popolarissimo il cantautore siciliano, presumo “suo malgrado”, che avevo già scoperto un paio d’anni prima con “L’era del cinghiale bianco”.

Quella musica, così differente dal consueto, e quei testi infarciti di citazioni che, in era “pre Wikipedia”, diventavano una sorta di caccia al tesoro per il sottoscritto, allora adolescente, lo fecero entrare nel mio ristrettissimo pantheon, fatto di cantautori con i quali sono cresciuto, a “overdosi”.

Sarà per questi lontani riferimenti che da un paio di decenni non aggiorno il “mio repertorio” e non riesco a provare afflato per personaggi, popolarissimi sui social, che mi dicono facciano i musicisti, anche quando si fanno paladini di battaglie che condivido...

Oggi che si è immerso per sempre nell’Oceano di Silenzio che “scorre lento / Senza centro né principio / Cosa avrei visto del mondo / Senza questa luce che illumina / I miei pensieri neri”, ho pensato che tali versi descrivano il rapporto di Battiato con la musica: così come la sintesi di tutti i colori dello spettro visibile è il bianco, allo stesso modo il Maestro ha cercato il Silenzio attraverso la sintesi di tutte le sue più che eclettiche esperienze musicali.

L’eclettismo è stata la cifra della sua arte (si è cimentato anche nella pittura e nel cinema), ma anche dei suoi sterminati interessi, dalla filosofia teoretica, alla mistica sufi, tutto riconducibile a un unico filo: “E ti vengo a cercare / anche solo per vederti o parlare / perché ho bisogno della tua presenza / per capire meglio la mia essenza”, ricerca finalizzata a “Emanciparmi dall’incubo delle passioni / Cercare l’Uno al di sopra del Bene e del Male / Essere un’immagine divina / Di questa realtà”.

Oggi che sono un uomo di mezza età, non più in cerca di “un centro di gravità permanente”, sempre più spesso sono assalito da altri suoi versi: “I desideri non invecchiano, quasi mai, con l’età / Se penso a come ho speso male il mio tempo / Che non tornerà, non ritornerà più”.

Saluto il Maestro, tuttavia, con un ricordo bellissimo. Una sera di primavera del 1998, parlai in macchina della mia futura moglie, che avevo da poco conosciuto, con Peppe, amico siciliano caro che allora frequentavo assiduamente (poi ci siamo purtroppo persi di vista). A un tratto, lui accese lo stereo della macchina, inserì una musicassetta e mi disse: “È il nuovo disco di Battiato. Ora ascolterai la più bella canzone d’amore mai scritta”. Era “La cura”.

Quando tre anni dopo mi sposai, al musicista che chiedeva la scaletta per la festa, risposi: “Suona quello che vuoi, purché tu apra e chiuda con “La cura”.

Solo mia moglie può dire se in questi anni ho mantenuto quelle promesse. “Ti porterò soprattutto il silenzio e la pazienza”, certamente no. Spero mi riconosca l’impegno per realizzarne altre: “Supererò le correnti gravitazionali / Lo spazio e la luce per non farti invecchiare / Ti salverò da ogni malinconia / Perché sei un essere speciale / Ed io avrò cura di te / Io sì che avrò cura di te”.
Addio Maestro!