Il Diario dell’Argonauta. 24 - Il tempo delle vittime e la biasimata sortita di Grillo

- Opinioni di Anteo Di Napoli

Il video di Beppe Grillo in difesa del figlio Ciro, accusato, insieme a alcuni suoi amici, dello stupro di una ragazza, ha suscitato reazioni di condanna quasi unanimi per l’attacco ai magistrati, ma soprattutto per il tono riservato alla vittima (presunta) e per il tentativo di banalizzare l’episodio. Per un leader politico, che ha costruito il suo successo sull’assalto intransigente agli avversari, talora esposti al linciaggio mediatico anche per la concessione di un pass in una Zona a Traffico Limitato, potrebbe trattarsi del suo “9 termidoro”, se mi si perdona l’accostamento, quasi “blasfemo”, tra Grillo e Robespierre.

Una delle sue affermazioni merita un approfondimento, perché incontra un pregiudizio abbastanza diffuso, che considera meno credibile una violenza non immediatamente denunciata (dopo una settimana in questo caso).

Quasi trent’anni fa, con un gruppo di amici e colleghi costituimmo l’associazione di volontariato “Medici contro la tortura”, per assistere vittime di tortura, indipendentemente dalla provenienza. Il più importante insegnamento ricavato da tale esperienza è che esiste uno specifico “tempo della vittima”. Ci sono persone che hanno impiegato anni per far emergere le violenze subite e decidersi a parlarne.
Nel mio piccolo, non ho memoria di vittime che ne parlino immediatamente, anche con figure professionali cui si rivolgono per aiuto, tanto più se la violenza subita è forse la più incomunicabile, quella sessuale.

Mi è tornato in mente il caso di una adolescente africana, che a 14 anni aveva assistito allo sterminio della sua famiglia e subito lo stupro dei soldati per giorni. Quando la vidi per la prima volta era seminascosta dietro l’assistente sociale, rannicchiata su se stessa, in una sorta di “posizione fetale ortostatica”.
Nessuno avrebbe potuto dire che avesse una voce. Il suo silenzio durò mesi, attraversò il deserto della solitudine. Poi, un po’ alla volta, tra sofferenze e cadute, riscaldata dai raggi di chi la fece sentire finalmente protetta, quel fiore calpestato schiuse i suoi petali alla luce da cui rifuggiva.

Ho un ricordo indelebile della prima volta che la vidi ridere, in un bar dove eravamo entrati con le operatrici. Nell’addentare voracemente un cornetto, feci fuoriuscire la nutella, sporcandomi il giaccone. Scoppiò a ridere, uscì dal suo guscio e si avvicinò per pulirmi.

Una storia a lieto fine con una morale molto amara: questa ragazza tornò alla vita perché non fu lasciata sola, ma quante donne lo sono, isolate dal pregiudizio, soprattutto maschile ma non soltanto, che fa sì che il primo passo del lungo percorso sia dover dimostrare di essere veramente una vittima.