Il gufare scaramantico del tifoso giallorosso e l'utile esempio da seguire per chi va in campo

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Il presidente del Benevento Calcio Oreste Vigorito
Il presidente del Benevento Calcio Oreste Vigorito

C'è sempre un punto di rottura, anche per chi manifesta la fede più incrollabile. Si prenda il paradosso che costringe l'appassionato, e in fondo anche il 'tifoso' doc, a piazzarsi dinanzi a uno schermo con il non recondito scopo di 'tirare i piedi' a un avversario, insomma di augurarsi che lo stesso perda perché ne tragga giovamento la squadra del cuore, in palese debito d'ossigeno.

La visione – ad esempio - di Cagliari-Roma del tardo pomeriggio del 25 aprile è 'quel' punto di rottura. La negazione, invero, dei valori più genuini dello sport. Il segno che serve un periodo di disintossicazione. Che il senso di riconoscibilità d'una gerarchia tecnica e tattica è sceso oltre il livello di guardia.

Perché guardare l'approccio dei sardi alla gara, leggere negli occhi e percepire nei cuori degli atleti in campo la voglia contagiosa di 'farcela', apprezzare la salda conduzione dalla panchina ha incrinato certezze ormai non più dimostrate. E ha costretto a crudeli confronti.

Al punto, questo sì, d'augurarsi che il Benevento si trasformi nel Cagliari. Ne colga il fruttuoso esempio, ne assimili l'ardore agonistico, ne mutui la fiducia.

Perché ciò che il campo, finora senza alcuna pietà, ha rimandato è solo l'eco men che flebile della squadra del girone di andata. E, se davvero è indispensabile liberarsi delle tossine del tifo, e lo è, converrà - oggi – mondarsi dal peccato accecante dell'acriticità, rispettare la legge dello sport in oggettività e ricordare che la più seria candidata alla retrocessione è proprio la compagine giallorossa: con merito, in questo preciso momento.
A meno di non tornare a dare un corpo al fantasma che s'aggira spaventosamente sul rettangolo di gioco.