Tra la DAD e la DDI ci sono di mezzo gli studenti. Si riparta da loro e dalla relazione con gli insegnanti

- Opinioni di Maria Rita Simeone

Riceviamo e pubblichiamo. Do seguito alla lettera aperta pubblicata dalla stimatissima Prof.ssa Teresa Simeone, che ho avuto modo e piacere di conoscere, per essere stata docente di Storia e Filosofia nel percorso liceale di mio figlio. Sono stata, anzi, stimolata a intervenire sull’argomento proprio in virtù delle sue lucide deduzioni, di cui condivido appieno i contenuti.

Fermamente convinta che il “lamento” non sia un diritto poiché finalizzato all’autocompiacimento dei soggettivi convincimenti ma senza costrutto alcuno, ritengo, invece, sia preciso dovere manifestare le personali doglianze (qualora si abbiano!), uscendo “allo scoperto” e al di fuori della solita cerchia di parenti e conoscenti. Dunque, sono qui a dire della mia esperienza sulla “Dad” e, ora, sulla “Ddi”, pur non calpestando le aule scolastiche (ma di tribunale: sono un Avvocato).

Ho avuto modo di monitorare l’andamento della “Didattica a Distanza”, nella mia duplice veste di genitore e di rappresentante di classe, sin dallo scorso anno. Ho visto muovere i suoi primi passi – nelle difficoltà connaturate agli esordi – e affrontare le criticità organizzative e tecniche, legate, spesso, a connessioni troppo lente e inadeguate. Ho ascoltato genitori e docenti che ne hanno evidenziato, di volta in volta, difetti e pregi.

Sono nate “piattaforme” e “aule virtuali” che hanno consentito alla “Didattica a Distanza” (questa sconosciuta!) di impiantarsi abbastanza saldamente e di entrare a far parte della nostra, nuova, quotidianità.

Molti l’hanno accettata come il male minore, come unica alternativa al dramma emergenziale epidemiologico che si stava profilando e che, da subito, è esploso nella sua crudezza.

Ho visto, allora, i miei figli chiudersi nelle rispettive stanze, pronti a interfacciarsi con i compagni e con i docenti, al di là dell’inerte monitor. Certo, è mancata, come ora manca, la socialità, il momento di ricreazione collettiva dove ci si scambiano opinioni e, perché no, anche i “foglietti” con le versioni o gli esercizi di matematica, dove nascono gli amori e i vagheggiamenti teneri dell’età adolescenziale.

Su questo, non vi è dubbio e non è mia intenzione profondere lodi su questo sistema di insegnamento e apprendimento che abbiamo dovuto accettare! Tutti. Docenti, discenti e famiglie! Un modo per andare avanti, per evitare il nulla, mettendo in pratica il famoso detto “far di necessità, virtù”.

Per non dire, poi, dell’enorme sforzo di adeguamento dei docenti o, almeno, di molti di loro, pressati nell’inseguire e attuare circolari e direttive sempre nuove e sempre al servizio del loro, importantissimo, compito di educatori, fin troppo spesso svilito e avvilito. O dei dirigenti, esauriti nell'operazione di quadrare il cerchio degli orari, di misurare al centimetro gli spazi, in classe, così da garantire le distanze previste e altro ancora. E così, sia!

Oggi, a metà del nuovo anno scolastico, alla “Dad” si è inteso sostituire la “Ddi”, acronimo che sta per “Didattica digitale integrata”. Che, in sé, vuol dire tutto e niente. O meglio, a mio avviso, niente!

La “Ddi” prevede la lezione in presenza del 50% della classe. Ergo, il rimanente 50% permane “a distanza”, a casa. Con turnazione a cadenza tridua, cioè di tre giorni consecutivi pro parte e in alternanza.

Cose da brividi! Vien dato da chiedersi quale mente “illuminata” abbia mai potuto partorire un sistema così aberrante. La domanda è a risposte multiple e, forse, poco ortodosse. Forse, una mente ben lontana dagli ambienti scolastici e dalla complessa dialettica fervente tra docenti e studenti ancor più messa alla prova.

Attuando la contorta metodica, si sta creando confusione e disorientamento, a discapito di una continuità seria nell’apprendimento. Con questo mostruoso sistema, temo si stia instillando il germe della frustrazione e disattenzione, con indubbie ripercussioni sul profitto e, soprattutto, sulla psiche dei discenti ulteriormente suddivisi.

Oltre alle argomentazioni teoriche, comunque rappresentative di un punto di vista soggettivo, passiamo a una visione “pratica”.

Ad esempio, nel caso di compito in classe, fatto a turno ovviamente (e già questo…), il 50% che rimane a casa, cosa farà? E i docenti, chi e cosa seguiranno? Chi è seduto dietro il banco, come è giusto sia, oppure chi è seduto avanti al monitor, a casa, come è altrettanto giusto sia?

E gli elaborati stessi? Dovranno, per forza di cose, essere diversi. Ma il grado di difficoltà? Si sfuggirà all’eterno rebus “sarà più complicato il nostro, di oggi, o quello dell’altro gruppo, di domani?”. Con il punctum dolens del voto da attribuire.

Lascio con questi interrogativi e concludo con l’auspicio che i prossimi “pensamenti” (più che “provvedimenti”) ci piovano dall’alto come manna e non come evangelici semi di zizzania.