La didattica digitale integrata (DDI), così com’è concepita, è un’aberrazione pedagogica, e non si può perseverare

- Opinioni di Teresa Simeone

Riceviamo e pubblichiamo. Quando, un anno fa, è scoppiata la pandemia, siamo precipitati in un baratro di cui non riuscivamo a vedere il fondo ma da cui pensavamo che nel giro di qualche mese, anche se faticosamente, saremmo usciti. Immediatamente fu chiaro che, a causa del lockdown, avremmo vissuto un tempo sospeso e una scuola deprivata di socialità.

Il primo pensiero è stato chiederci che cosa avremmo potuto fare per gli altri noi che eravamo fortunati a non essere stati contagiati. Noi che non eravamo medici né virologi ma solo dei semplici insegnanti, abituati a dibatterci tra Kant e Schopenhauer, Ovidio e Sofocle, il teorema di Pitagora e l’indeterminismo di Heisenberg, la guerra dei Cent’anni e la rivoluzione francese. Come avremmo potuto essere d’aiuto in una situazione di generale sofferenza? Restando vicini ai nostri studenti, - è stata la risposta - garantendo continuità al loro quotidiano, ascoltando la loro ansia e cercando di contenerla.

Sin da subito ci siamo messi all’opera: raccontare in poche righe cos’è stato l’anno scorso è impresa impossibile. Ventiquattro ore su ventiquattro in connessione con dirigente, staff di collaboratori, colleghi, per imparare a vivere on line, noi che abbiamo sempre modulato il rapporto sulle note di un’umanità che si nutre di contatti, fisicità, strette di mano, sorrisi e sguardi negli sguardi dei nostri alunni.

Siamo stati trascinati in mondi a noi estranei tra Zoom e Cisco, Jitsi e Google suite: un’overdose di tecnologia, file audio, video, in corsa spasmodica contro il tempo esterno e lo stress interno. Volevamo fare la nostra parte, a costo di non dormire, di stare tutto il giorno attaccati allo schermo del pc e, quando andava in tilt, al cellulare, lasciandoci ingoiare da Whatsapp e FaceTime. Sono stati mesi di ansie da prestazione e superlavoro, spesso inefficace e sterile. Ma c’eravamo. Sentivamo di fare ciò che andava fatto, anche se con competenze e capacità non adeguate. Non ci lamentavamo; non l’abbiamo fatto neppure quando, dopo che per mesi ci era stato ripetuto di non fare pressione sui ragazzi con interrogazioni e verifiche, improvvisamente, a poche settimane dalla chiusura, è piombata la richiesta di valutazioni sull’apprendimento, pena l’invalidità dell’anno scolastico. Un carico suppletivo per gli studenti e un tour de force paradossale per dei professionisti ai quali, in tempi normali, si chiede di programmare con mesi di anticipo anche un semplice compito in classe. Ma noi: testa bassa e lavorare.

Non abbiamo protestato neppure quando, con i decessi che aumentavano e le paure che crescevano nei nostri studenti, si continuavano a pretendere schede, planning minuziosamente aggiornati, report settimanali e mensili. Ma come? Con i camion che portavano le salme al crematorio, noi, invece di confortare i nostri ragazzi, dovevamo disperdere energie e tempo in una burocrazia incapace di liberarsi da se stessa? Perché si sa, in ogni contesto, vale lo stesso antipedagogico, ma categorico monito: “Le carte devono stare a posto!”. Le carte.

E di nuovo alle prese con le relazioni di fine anno, con i PIA e i PAI, con i Documenti del 15 maggio da presentare, a chi e perché?, dal momento che i membri della commissione di esame erano gli stessi che l’avevano compilato? Ovviamente una risposta c’è sempre: bisogna lasciare traccia di quanto fatto dalla classe, anche se ogni studente ha il suo diploma con la certificazione delle competenze. E ancora: testa bassa e lavorare.

Ci siamo rimboccati le maniche e abbiamo soffocato l’indignazione: di fronte a chi operava in prima linea contro il covid e rischiava la vita e gli affetti per tutti noi, come avremmo potuto protestare?

Le incombenze, però, invece di diminuire, aumentavano e nuove “carte” non sostituivano ma si aggiungevano alle solite. Un crescendo di kafkiana irragionevolezza. Certo, lo facevamo presente; certo discutevamo anche animatamente; certo denunciavamo l’assurdità della situazione ma poi, guardando all’emergenza, per evitare di infettare le già sanguinolente ferite interne, finivamo per cedere. E di nuovo: testa bassa e lavorare.

E, infine, gli esami. Svolti in un clima surreale. Andati bene, soprattutto per i ragazzi. Fortunatamente.

Durante l’estate si sono riaperti i tam tam: tra quelli che inneggiavano alla dittatura sanitaria in atto con l’appello al “liberi tutti!” e chi invitava alla prudenza e al rispetto delle regole, ci si è avvicinati, senza grosse ambasce, convinti probabilmente che il virus, “clinicamente morto” a detta di illustri dottori, fosse scomparso del tutto, alla riapertura delle scuole, senza, però, un piano che tenesse conto delle altre variabili di contesto. Le scuole sono sicure, abbiamo ripetuto anche noi, insieme a dirigenti e collaboratori che si erano impegnati al massimo perché lo fossero. Ed era vero, ma non per i trasporti pubblici e le zone adiacenti agli istituti scolastici. E, dopo appena 15 giorni, ci hanno di nuovo “rimesso a casa”. Stavolta però - perché eh, le parole sono importanti - in DDI, non in semplice DaD! Didattica digitale integrata, il che significa, nella pratica, didattica mista. Bene, abbiamo accettato questo e anche il 50% fino al 75% di presenza a scuola degli studenti. E qui arriva l’ultima “invenzione”: non il 50% della popolazione scolastica, per cui metà classi in presenza e metà classi a distanza ma, all’interno della medesima classe, il 50% in presenza e l’altro da casa. Una proposta fatta in un paese che sconta la mancanza di reti digitali stabili, con sacche di deficienza tecnologica impressionanti.

Eppure, il livello dell’insegnamento che s’impartisce nelle scuole italiane è alto. In qualche caso, altissimo. E questo grazie a chi? Ai ministri che hanno fatto di tutto per smantellarla con tagli e “razionalizzazioni”? Ai governi che hanno tentato di equiparare gli istituti alle aziende che devono allevare produttori, non formare teste pensanti? Ai politici che ci hanno costretti a trasformarci in venditori, scatenando una competizione umiliante tra istituti per assicurarsi iscrizioni ed evitare il ricatto del taglio degli organici? No, solo al lavoro silenzioso degli insegnanti che, checché se ne dica, hanno un’etica professionale rigorosissima, che li porta a caricarsi sulle spalle riforme non volute da loro ma di cui hanno sempre dovuto pagare il costo.

È solo questa etica che impedisce di non lasciarsi andare al lassismo e al cinismo; è solo questa etica che obbliga a studiare senza mai fermarsi per dare il meglio di sé ai propri studenti; è solo questa etica che ci spinge ad accompagnare intere classi in viaggi in Italia e all’estero, esponendoci a rischi che solo dei folli accetterebbero; è solo questa etica che ci impegna a trovare le soluzioni più delicate per ovviare ai mille inconvenienti quotidiani che capitano in un contesto non di cose, ma di persone; è solo questa etica che ci fa accettare ciò che la dignità e il pensiero critico, che ruggiscono ma che dobbiamo far tacere, non potrebbero mai avallare se non per un fine superiore e cioè il rispetto per chi ci è affidato; è solo questa etica che ci esorta a scrutare fino in fondo nei nostri studenti, consapevoli del potenziale emotivo e intellettivo della cui attivazione ci sentiamo responsabili.

Non basta più, però. Né è possibile continuare in questo modo. Nemmeno nell’emergenza. Perché è inutile, oltre che faticoso.

Insegnare bene è già difficile in condizioni normali, figuriamoci con metà classe in aula e l’altra metà a casa; con connessioni che cadono; documenti che non possono essere condivisi; esercizi di matematica che non si sa come debbano essere svolti; studenti che annaspano disperatamente nel silenzio della rete e docenti che cercano in ogni modo di superare la frustrazione per una didattica che è mortificata, una funzione che è dequalificata, un’umanità che è dimezzata!

Non è questo insegnare, non è questo apprendere. La pandemia ha stravolto vite e appannato lucidità: sbagliare è possibile, ma perseverare è insensato. È necessario pensare al più presto a una soluzione che aiuti studenti e docenti a ritrovarsi in un rapporto di autentica crescita formativa. La DDI, così com’è concepita, è un’aberrazione pedagogica, un palliativo formale e inefficace per dare l’illusione di fare scuola, per tacitare ribellioni in potenza senza guardare alle mortificazioni in atto. È una scelta che a tutto risponde tranne che al fine di garantire confronto, dialogo, arricchimento. Resta la presenza a metà, incompleta, come incompleta è ancora la visione sulla scuola.

Teresa Simeone