Il Benevento non si rinchiuda nelle sue paure e non si faccia più debole di quel che può essere

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Filippo Inzaghi
Filippo Inzaghi

Il turno di serie A, secondo del girone di ritorno, insegna che la salvezza, per restare ai casi giallorossi, va costruita facendo riferimento alle proprie forze, innanzitutto. La cui valutazione non può rispondere alle certezze che, in modo preconcetto, favoriscono una interpretazione favorevole dei risultati: infatti, l'Atalanta magari non era proprio quello spauracchio insormontabile che è apparso a Benevento, se è vero che il Torino non ha lesinato in caparbietà e voglia di risalire da un baratro e magari il Sassuolo è una rivelazione un bel po' oscillante, se è vero che lo Spezia ne ha disposto giocando e soprattutto credendo e di conseguenza facendo meglio (per tacere dell'Udinese).

L'impressione è sempre quella, che talvolta il Benevento giochi 'frenato' in testa - e quindi nel cuore e nelle gambe -, non si esprima al meglio delle sue possibilità. O, nel caso del bicchiere mezzo vuoto, che le sue possibilità siano, al massimo, proprio queste, tali da dover patire sofferenze fino alla fine.

Nel primo caso occorre che ci si vaccini contro l'inconcludenza offensiva e l'incapacità a gestire un risultato favorevole senza pagare in concentrazione difensiva: quindi si approdi a una ridefinizione di gioco e di assetti non certo impossibile che parta da una maggiore considerazione di sé stessi. Perché anche il dopo-gara coi blucerchiati ha salutato un commento tecnico (di Inzaghi) quasi... consueto: “Sampdoria più forte, ma dovevamo chiuderla” (Corriere dello Sport on line). Se le cose stessero davvero così, non si capisce quali siano gli avversari alla portata dei giallorossi, fermo restando che – ad esempio - pure col Crotone o con lo Spezia s'è rimediato un bel paio di sonore scoppole.

Nel secondo caso, invece, è corretta l'interpretazione diffusa del 'mattoncino' che il pari interno con la Sampdoria ha portato alla costruzione della salvezza: per cui il traguardo finale sarà solo il frutto di un arrembaggio e il cuore a ballare in gola per novanta minuti più recupero, la norma in ogni incontro tra quelli (quali?) ritenuti alla portata - per cui gli esempi di reazione citati, quelli di Torino e Spezia, rimarrebbero, di fatto, solo miraggi che svaniscono perché in campo si manifesta un Benevento rinchiuso nelle sue paure e dunque piccolo, piccolo.