Non basta il collante antimastelliano, bisogna cambiare il modo di governare al Comune di Benevento

- Opinioni di Luca Coletta

Riceviamo e pubblichiamo: In vista delle elezioni comunali di Benevento di primavera impazzano totoliste e totosindaco per individuare alternative ai protagonisti e ai posizionamenti attuali. Denominatore comune è un generico antimastellismo ammantato di stereotipate promesse di magnifiche e progressive sorti per la comunità sannita. Insomma nulla di nuovo e poco di concreto.

In realtà collante ideale di una proposta politica alternativa sarebbe il riconoscere, non senza un minimo di autocritica, l’esistenza di modalità, indirizzi di fondo e prassi nella gestione della cosa pubblica che si ripresentano puntualmente nelle esperienze di governo cittadino, generando danni cui non si pone corretto rimedio fino a quando non se ne aggrava la portata.

Si veda la vicenda dei pini del Viale degli Atlantici. La relazione del tecnico incaricato dal Comune per l’analisi della stabilità e delle condizioni fitosanitarie degli stessi, conclusasi con la prospettazione del contestato abbattimento di 24 piante (in realtà 21, visto che tre inserite nella lista nera già sono state abbattute o decapitate), contiene un’impietosa elencazione delle cause, individuate nella tanto carente quanto inidonea manutenzione, in errati interventi sulla struttura dei marciapiedi e delle aiuole, nell’assenza di controlli sui lavori afferenti i sotto-servizi.

Non meno significativa è la parte in cui si indicano le misure da attuare in futuro per favorire la conservazione degli alberi in buona salute, anche attraverso soluzioni che ne rendano compatibile la “pacifica” convivenza con marciapiedi e manto stradale.

In sostanza vengono suggerite quelle misure e azioni che avrebbero dovute essere intraprese nel tempo, secondo un approccio lungimirante e organico alle questioni, senza dover sacrificare i pini in nome della manutenzione dei marciapiedi e della sede viaria, divenuta nel frattempo da ordinaria “straordinaria”.

Stesso concetto per la vicenda dell’imponente progetto edificatorio di cd. Housing Sociale in località Santa Clementina, ritornato d’attualità dopo la sentenza del Tar Campania che ha annullato la delibera n. 9/2014, con la quale il Consiglio Comunale ritenne non più sussistente l’interesse pubblico, dopo averlo invece riconosciuto con la precedente delibera n. 56/2012.

Il rovello è come sia stato possibile dichiarare ab initio di pubblico interesse un’enorme operazione edilizia (quasi 400 appartamenti e locali commerciali, piscina e così via) in area esterna al perimetro urbano, che lo stesso Piano Urbanistico Comunale classifica come Zona E1 e, quindi, verde vincolato, inedificabile, oltreché di grande rilevanza archeologica.

Il tutto mentre si approvava un PUC palesemente sovradimensionato, per di più in una città che già allora presentava un’offerta di unità abitative sproporzionata rispetto alla domanda.

La logica oramai stantia della cementificazione a oltranza e del connesso scarso interesse per il verde e l’ambiente, che si scorge dietro siffatte scelte, non è molto differente da quella che ispira il pervicace intento di distruggere in un sol colpo 350 alberi della zona alta, costituenti una sorta di parco naturale, così come il contestato intervento edificatorio sull’area del campo La Salle o la demolizione dell’ex Palazzo Inps per far posto all’ennesimo, inutile palazzone, sull’assunto, già difficile da spiegare secondo buon senso, che trattasi di area degradata.

O ancora, l’eccessiva arrendevolezza rispetto alle istanze di riclassificazione urbanistica delle aree interessate dalla decadenza dei vincoli espropriativi, come se fosse ineluttabile conferirgli una suscettività edificatoria residenziale o commerciale. Oppure le linee di indirizzo della Variante Generale al Puc in gestazione che, se attentamente lette, rivelano in controluce intenti di fatto ben diversi da quella riduzione del consumo di suolo, pur programmaticamente indicato come obiettivo principale.

Ma ancora, alle stesse logiche rispondono anche le modalità di composizione della giunta, agganciate esclusivamente al consenso elettorale, personale o di lista, e a criteri da manuale Cencelli in salsa sannita.

Per quanto, dove l’attuale amministrazione ha compiuto il capolavoro definitivo è con la nomina dell’assessore all’Urbanistica: un generale della Finanza in pensione, certamente animato da buona volontà e, tuttavia, al contempo privo tanto di congruo bagaglio elettorale che di competenze specifiche (un po’ come nel Benevento calcio mettere Glik al posto di Viola!), al punto che le sue funzioni paiono essere state avocate di fatto dal dirigente al ramo, a sua volta scelto tra professionisti indigeni con criterio fiduciario, cioè della fedeltà politica, in perfetta continuità con la tradizione inaugurata dalla precedente amministrazione.

In tutto questo, il dramma per un’intera comunità del secondo dissesto in poco più di vent’anni, segno inequivoco della estrema difficoltà a far tesoro degli errori e assumere conseguenti seri rimedi.

Emblematico sotto tale profilo è ciò che accade, da tempo, nel Settore Legale.

Un Settore che - da luogo nevralgico della macchina comunale, da punto di riferimento degli uffici e snodo del traffico politico-ammnistrativo in ragione dell’attività di consulenza in fase procedimentale e in chiave precontenziosa cui sarebbe tenuto - si è ridotto in una prima fase alla mera gestione del contenzioso con massiccia distribuzione all’esterno, talvolta senza neppure il rispetto delle effettive competenze per materia.

Ne è conseguita una spesa eccessiva, divenuta negli anni incontrollabile e pesante voce della massa debitoria, a cui però si è riusciti in maniera geniale a trovare un “rimedio” persino peggiore del male. Difatti, attualmente, mentre in un’ottica di contenimento della spesa si sono imposti ai liberi professionisti - a cui si ricorre di solito per le questioni più rilevanti - compensi prestabiliti al di sotto dei minimi tariffari, per converso si è assistito all’aumento a dismisura del costo dell’avvocature interna!

Grazie infatti a un regolamento dalle maglie molto larghe - inerente i compensi per le cause vinte, aggiuntivi allo stipendio base - e a un’applicazione dello stesso in maniera ancor più larga, i cittadini beneventani elargiscono ai “propri legali” comunali, oltre al suddetto ottimo stipendio, onorari da autentici principi del foro.

Da ultimo, come si apprende dal sito web del Comune, con determina n.14 del 21/1/2021 il Dirigente del settore ha disposto l’impegno di una somma di oltre 21.000 euro (più o meno il guadagno medio annuo nel 2019 degli avvocati del Centrosud!) quale compenso per sé medesimo, a seguito di una causa conclusa con sentenza d’improcedibilità in ragione dell’intervenuto dissesto.

Secondo una prassi seguita in molte analoghe controversie, l’attività svolta dal legale civico sostanzialmente consiste ormai nella mera segnalazione dell’intervenuto dissesto, cosa della quale il Tribunale prende atto, per poi trarne le conseguenze fissate dalla legge, vale a dire l’estinzione del giudizio (o della procedura esecutiva) ma non del credito, della cui liquidazione si dovrà occupare per competenza l’Organismo Straordinario insediato presso il Comune.

Insomma un’attività seriale non proprio da studio matto e disperatissimo, che il bi-dissestato cittadino beneventano potrebbe pagare infinitamente meno se la si affidasse a un avvocato del libero foro o addirittura nulla, se solo si mettesse mano al generoso regolamento o se ne facesse un’applicazione diversa.

Ma il punto vero è che gli amministratori nulla fanno per evitare e sanzionare simili, intollerabili sprechi.

Il quadro meramente esemplificativo sin qui delineato ci rappresenta una sorta di continuum nell’agire amministrativo foriero di danni che a pagare, alla fine, sono i cittadini.

La soluzione di continuità di siffatto stato delle cose costituisce di per sé l’idea fondativa di un programma di governo della città, che dovrà trovare una personalità capace d’incarnarlo in maniera credibile.

Requisito del possibile candidato sarà la sua storia personale sotto il profilo umano, lavorativo, culturale, politico e d’impegno pubblico. Una storia che testimoni chiaramente la lontananza da un certo modo d’intendere la gestione della cosa pubblica e l’impegno istituzionale.

Diversamente si celebrerà il solito rito che darà corso a un mutamento di volti, forse, ma difficilmente dello stato delle cose.