Luigi, abbandonato a se stesso, che urla e gira per le strade di Benevento

- Solidarietà di Isabella Castelluccio

Vivo da tempo nella “zona alta” di Benevento, un palazzo immerso tra villette residenziali e di “edilizia popolare”, in un quartiere che, come tutti gli altri del mondo, è un microcosmo di abitudini, facce, rumori, voci, personaggi, situazioni. È il quartiere dei SUV parcheggiati davanti al cancello che ti bloccano l’ingresso al garage, ma è anche quello delle chiacchiere al supermercato, sempre le stesse e con le stesse persone, dell’edicola dove si riesce a trovare di tutto, della pizzeria a domicilio che ti viene in soccorso nelle sere “che proprio non ce la si fa nemmeno ad aprire il frigorifero”, e quello dei ragazzi radunati sulle giostrine “sgangherate” e di quelli che giocano a calcio in un campetto profondamente dissestato e, fino a qualche tempo fa, circondato da cavi di ferro arrugginito, e quello del parroco che ti chiede aiuto per “famiglie in difficoltà”: è il quartiere delle dissonanze, ma è soprattutto il quartiere di Luigi (nome di fantasia), che di queste dissonanze è l’emblema vivente.

Luigi è una persona (non saprei definirne l’età) che ci accompagna nelle nostre giornate da tempo immemore, lo conosciamo tutti, è una presenza costante della zona, ma credo che nessuno di noi sappia qualcosa di lui. È come gli alberi della zona (della cui sorte, però, più di qualcuno si è fatto difensore), come i podisti, come l’edicolante e come il karaoke del primo piano; al momento a loro non facciamo (tranne che per il karaoke), ma quando non ne avvertiamo più la presenza, comprendiamo che sono parte integrante del nostro microcosmo quotidiano.

Durante il lockdown, come per tutto il resto, non abbiamo più visto, né sentito Luigi e ci siamo chiesti in molti “che fine avesse fatto”, ora Luigi è ricomparso, il pezzetto del puzzle è ritornato al suo posto, e nessuno si chiede altro.

Ma Luigi è ricomparso in tutta la sua desolazione. Luigi girovaga per il quartiere senza meta, lo ha sempre fatto, qualche volta chiede soldi ai passanti, qualche altra li ignora, qualche volta non guarda in viso chi lo circonda, altre ti sorride benevolo perché ha bisogno di qualcosa. Spesso Luigi urla. Lo sentiamo arrivare da lontano, in preda a chissà quale triste pensiero, e, credo, urli tutta la sua rabbia di persona abbandonata a se stessa.
Luigi non ha nessuno, leggenda dice che lo assistano i servizi sociali, altri sostengono che nessuno si occupi di lui, ma da quando è riemerso dopo il lockdown, le sue urla sono diventate più disperate, e la sua schiena si è curvata.

Cammina velocemente guardandosi le scarpe e, soprattutto la domenica in cui siamo in casa, le sue urla arrivano a tutti. Scappa per le nostre strade e maledice tutti, con la sua voce disperata e il viso magro.

Sempre le stesse leggende dicono che sia dedito all’alcol, qualcuno si sbilancia e parla di stupefacenti, io non so se sia vero, non posso saperlo, ma vedo (e sento) una persona perennemente sola, in strada in tutti i momenti della giornata e in pessime condizioni fisiche: credo, urli anche il suo bisogno di aiuto.

Io mi limito a registrare questo dato e a ritenere che sia una situazione umanamente inquietante.
“Luigi sta morendo” mi hanno detto qualche giorno fa, mi sono meravigliata che quel pezzo di puzzle fosse diventato una persona per qualcuno e ho chiesto cosa si potesse fare per lui. Non ho avuto risposta, solo un’eloquente alzata di spalle.

Ora, con il sottofondo delle sue urla che mi arriva attraverso i vetri del balcone, provo a riformulare la domanda e a superare il microcosmo di “situazioni consuete” che ci circonda: “Si può fare qualcosa per Luigi?”