In memoria di Alfredo Dell'Oste: capitani si nasce e lo si è sempre

- Opinioni di Carlo Panella
Alfredo Dell'Oste
Alfredo Dell'Oste

In molti hanno scritto, in queste ore, addolorati per la prematura scomparsa di Alfredo Dell’Oste, per un decennio capitano della locale squadra di rugby, atleta di gran vaglia e brava e cordiale persona. E’ stato fatto anche stamattina, con belle e accorate parole, su questo giornale (clicca per leggerle). Ritengo di aggiungere al cordoglio unanime un mio ricordo che conferma fin nei dettagli la cifra dell’uomo e di un capitano in particolare.

Molti anni fa, di sera, nella struttura di Pacevecchia andavamo a fare un po’ di esercizio fisico anche noi non tesserati. Ma con noi c’erano anche altri illustri ex rugbisti, ne ricordo solo uno, un’altra bellissima persona che da un po’ di mesi pure non c’è più, Gerardo Furno.

Costituivamo quella che si dice una varia umanità: dal direttore di ufficio postale, al poliziotto, dal medico di nota famiglia locale, all’artigiano, all’impiegato, al giornalista appunto, e così via. Il clou della serata era una partitella di una sorta di basket rugbizzato. Della pallacanestro in realtà c’era solo la presenza due “squadre” che si scontravano per infilare il pallone di basket nei due opposti canestri del campetto annesso alla struttura rugbistica. Il contatto tra i giocatori, insomma, più che un caso fortuito era un evento cercato…

Gli atleti veri spesso assistevano alle gare per divertirsi, talvolta però qualcuno partecipava al gioco. Quella sera addirittura con noi si cimentò il Capitano. Lo conoscevo appena, ci si incrociava all’uscita degli spogliatoi, lui tornava a casa dopo l’allenamento vero, io mi accingevo con l’allegra brigata a “scendere in campo” …

Fui molto onorato dalla sua presenza nella nostra partita: dopo, avrei potuto dire, con sana autoironia, di aver giocato anch’io con Alfredo Dell’Oste, il Capitano!

“Le ammaccature” non erano rare e in quella partita proprio a me capitò che in un contrasto mi si spostò completamente il dito anulare dalla sua naturale posizione. Mi scappò un urlo. Data un’occhiata a ciò che mi era capitato, la cosa non destò negli altri molta attenzione. Ma a me il dito faceva male e non mi aiutava certo il vederlo così storto.

Ripresero a giocare solo per qualche secondo. Poi una voce disse: “Fermi, aspettate!”. Era Alfredo che, sorridente, venne verso di me e mi disse: “Non ti preoccupare, dammi la mano, ci penso io”. La prese nella sua e con l’altra diede un colpo secco riportando il mio dito nella posizione corretta. Lo ringraziai e restai interdetto, non sapevo se continuare o meno. Alfredo, si girò e mi disse; “Che fai? Mica vuoi fermarti. Tranquillo, ora è tutto a posto, continua”. Il tutto fece sempre con quel suo sorriso. Lui molto più giovane di me. Lui molto giovane allora.

Il sorriso che, da allora, mi ha sempre rivolto negli anni seguenti tutte le volte ci siamo incontrati e salutati calorosamente. Ricordavamo l’episodio e ci scherzavamo su. “Tutte a posto le dita?". E io a lui mostrando le mani aperte: “Tutte e dieci qui, grazie a te, Capitano”.

Un episodio minimo, quello occorsomi, un dettaglio, ma che dà la cifra di un vero Capitano, capace di esserlo in ogni circostanza, nella partita più importante del campionato come nella più grottesca delle partite (le nostre).

La sua capacità di cogliere lo stato d’animo di tutti quelli sotto i suoi occhi e non solo del proprio, quella autorevolezza nel decidere cosa dovesse avere la priorità, di prendere in carico i limiti di ognuno, di provare a capire e quindi a risolvere il problema, per andare avanti tutti assieme.

La cifra della sua vicenda sportiva e umana, una lezione di vita per me, ricevuta con quel suo sorriso con cui affrontava e avrebbe affrontato, prima in campo e poi fuori, le difficoltà dell’esistenza. Non poteva restare solo un ricordo tra lui e me, ora che non c’è più. “Capitano, grazie: tutte e dieci ancora qui, grazie a te”.