Lettera aperta - "Sono in terra sannita, 'agenzia sterile' per immettere posti di lavoro"...

- Opinioni di Daniela Tagliaferri

Egregio Direttore, desidero parlarle di un argomento che mi tocca personalmente: il lavoro. Vivono in un'istantanea senza tempo i cercatori del lavoro che si contendono gli occhi dei cercatori di consensi travestiti da giocolieri dell'economia in quel girotondo di visibilità. Ho terminato i quarantaquattro anni di età e provo ancora a piantare la radice della mia libertà, il lavoro. La mia voce si fa irriverente verso chiunque getti la parola speranza in discorsi o discussioni ostativi al buon senso o che depredano le menti della voglia di continuare a spingere la stessa giostra …

Sono una questuante del lavoro in un Paese invecchiato e snaturato, monco di una forza motrice lungo il binario del rilancio sociale. Mi cerco in questa Nazione, ancor più cerco la mia Nazione, ma assisto ad un accattonaggio di fallimento sulla pelle di chi non ha la scelta di reinventarsi con giochi di ricostruzione o recupero di sé, dunque mi ritrovo orfana di me, inesistente in quanto invisibile.

La percezione costante è quella di sentirsi parcheggiati sul piazzale dell'indefinito come una chiazza di colore in un dipinto astratto. Ho inseguito per decenni un'identità professionale, oggi mi rivedo in un lungometraggio di esperienze che hanno fatto quadrato attorno alle sevizie della tassazione, nel mio caso la cancellazione dall'albo degli avvocati ha significato mettermi in salvo dalla bruciante strozzatura della cassa forense passando per l'uscita di emergenza.

Non sono una tesserata al club dell'amico con aderenze, quello che ti permette di salire sul carretto dei segnalati dalla politica nella ricerca di un'occupazione e che suona per te al citofono di banche, assicurazioni, poste, patronati, aziende private a vario titolo e atenei.

Sono in terra sannita, "agenzia sterile" per immettere posti di lavoro" e, allora, ci si impacchetta per emigrare fuori regione, in terra d'altri, ma l'età anagrafica, quando aggancia gli "anta", è una carta d'identità che mette all'angolo, "invalidata" da un mercato che fa riserva di caccia ai giovani.

E questa è una pandemia su cui si fa scendere un tono basso, nei "codici dell'offerta" è l'appendice che fa pressing con le leve acerbe che impugnano la bandierina del marketing.

Resta sempre aperta la corsa al pubblico impiego, la ruota della fortuna più girata dalla massa e da sempre, lì dove si baratta l'impotenza alla libera gestione delle proprie ambizioni con un ingaggio assolutorio di sé, sebbene si tratti di una pesca a quel che capita e a quel che resta e sempre che si riescano a superare gli impervi giri nella pista dei concorsi.

È qui che tanti si ingraziano la sorte guardandola rimbalzare da un bando all'altro, è qui che l'orgoglio plana sulle incertezze di un sistema che non si fa garante di implementare un progetto occupazionale ad ampio raggio perché affanna dietro le macro distorsioni di una politica che irrompe sotto una consumata finzione di infruttuoso assistenzialismo rendendosi complice, in taluni settori, di tutt'altro genere di "ragion di Stato", quella onnipresente del malaffare. Questo Paese è un treno ad alta velocità parcheggiato sull'ultimo binario morto di una stazione di invisibili, il più grande recinto di rottamazione di ex giovani che indossano la maglia della disoccupazione.

Anch'io sono ancora dietro i tornelli di quella stazione. Ciascuno ha una sua storia, qualcuno prova a raccontarsi, la massa si lascia trascinare dagli eventi, pochi eletti dal caso riescono a far rumore.