Lo sciopero dei dipendenti pubblici del 9 dicembre e il moralismo della pandemia

- Opinioni di Giovanni Festa

Lo sciopero è un diritto costituzionale. Non risulta che possa essere sospeso per opportunità, pur potendosi vantare, durante questa emergenza coronavirus, una sospensione (temporanea) di alcuni diritti: ma per eccezionalità. Lo sciopero il lavoratore lo 'paga' di tasca sua, con una sottrazione dallo stipendio ovvero con un “piccolo sacrificio economico”. Quindi, paradossalmente libera risorse. Magari se fossero in tanti a scioperare e si potessero destinare i risparmi dello Stato-datore a chi ne ha bisogno....

Lo sciopero è una forma di protesta impopolare, ma solo quando a essa ricorrono le categorie dei furbetti del cartellino o dei passacarte o dei nullafacenti, insomma quella sacca di non resistenti abbonata mensilmente al vitalizio. Non lo è quando le rivendicazioni (lavoro e salario) provengono da altre categorie, come quelle sanitarie ad esempio: guai a dir parola fuori posto di questi tempi.

Lo sciopero infastidisce il cittadino, incattivito dal romanzo popolare sui 'garantiti' scritto dalla politica e dai cattivi esempi (che risaltano sulle buone prassi, ovviamente).

Lo sciopero dei dipendenti pubblici del 9 dicembre - che non recherà alcun disagio,come è comprensibile (per via delle limitazioni Covid e della trasformazione diffusa delle modalità di un lavoro che invade case e tempo) - ormai è contro ogni buon senso, quello però dettato dal moralismo della pandemia: un buon motivo per non caricare sulle spalle (solo) dei dipendenti pubblici i mali del Paese, per sfidare i luoghi comuni, per non restare prigionieri di sensi di colpa indotti, per muoversi a testa alta sopra la linea del mare di fango che – sempre e comunque – tenta di sommergere il comparto, grazie alle analisi degli esperti sulle lotte altrui, alle severità a senso unico dei politici, ai pregiudizi dell'opinione pubblica.