Campione sul campo e nella vita, l'aquilone cosmico arrivato da un pianeta ignoto

- Cultura Spettacolo di Anteo Di Napoli

Da quando si è diffusa la notizia della morte di Maradona, sono stato sommerso da messaggi che hanno sostanzialmente lo stesso testo: “Sei stata la prima persona a cui ho pensato. Ti sono vicino”. Ne avevo ricevuto di simili solo in occasione della scomparsa dei miei genitori e come allora li ho apprezzati molto, perché veri e perché sinceri. Del resto i miei genitori, che mai si erano interessati di calcio, diventarono sfegatati tifosi di Diego.

Mia moglie mi ha detto: “È come se fosse morta una persona di famiglia. Da quando stiamo insieme – più di 22 anni – Maradona è stata una presenza visibile e costante nella nostra casa”.

Si riferiva, oltre che al poster a grandezza naturale (già citato nell’articolo che avevo scritto pochi giorni fa per il sessantesimo compleanno di Diego), alle videocassette allineate in bella vista, sulla libreria più vicina al divano, in alto, in modo che chiunque sappia qual è la gerarchia delle cose che contano per il sottoscritto. “Sei depresso, che ti è successo oggi?”, è la domanda che mia moglie mi rivolgeva quando mi trovava a visionarne una, sapendola terapia infallibile per risollevarmi dalle giornate più nere.

Il mio ultimo messaggio a Diego Armando Maradona è un semplicissimo “grazie”, per la felicità che mi ha regalato, ma anche anche per i tanti litigi per difenderlo dal più banale, per non dire stupido, dei giudizi: “Campione in campo, ma non nella vita”. Il riferimento è alla sua dipendenza dalla cocaina, che in verità lo accomunerebbe a una infinità di “pezzi da novanta”, a cominciare da figure quasi “iconiche” di questo Paese…

Maradona i suoi errori li ha pagati tutti, sempre in prima persona e la sua morte prematura ne rappresenta il tributo finale. Nel film-documentario di Emir Kusturica, Diego così si confessava: “D’altronde Emir, pensa cosa sarei stato se non avessi tirato cocaina, che giocatore che sarei stato, che giocatore che ci siamo persi”.
È davvero difficile immaginare come si possa essere meglio di Maradona. Una volta chiesero a Federico Fellini cosa avrebbe potuto essere la carriera di Totò se fosse stato diretto da grandi registi. E il Genio riminese rispose: “E cosa avrebbero potuto insegnargli?”.

Maradona per giudizio unanime di chi lo ha conosciuto è stato un uomo buono, di generosità assoluta, finanche eccessiva, che lo ho portato talora a riporre fiducia in chi non ha esitato a tradirlo e pugnalarlo una volta a terra. Non c’è avversario o compagno di squadra, anche semisconosciuto, che non ne sottolinei sempre la disponibilità, la semplicità, il non far pesare mai di “essere Maradona”, anche quando poteva permettersi di parlare di sé in terza persona.
C’è stato un tempo, infatti, in cui non era soltanto il più grande dei calciatori, ma l’uomo più famoso del mondo, più del Papa, più del Presidente degli Stati Uniti, come dimostrò anche un sondaggio planetario!

Non a caso L’Equipe, il più celebre giornale sportivo, quello che assegna il Pallone d’oro, trofeo al quale Maradona non ha potuto concorrere in quanto all’epoca riservato ai soli calciatori europei (per rimediare all’onta, per gli organizzatori del premio, s’intende, gli fu assegnato alla carriera), ha titolato: “Dieu est mort”.

Il mondo lo celebra, l’Argentina lo piange tributandogli onori da sovrano, Napoli ha acceso tutte le luci dell’altare da divinità pagana lo stadio ‘S. Paolo’ su cui lo ha collocato da sempre. Un’infinità di bambini, oggi adulti, portano il suo nome.

Lo stadio San Paolo, nel quale entrò per la prima volta il 5 luglio 1984 (stavo facendo la maturità), accolto da 70 mila tifosi accorsi solo per vedergli fare qualche palleggio, sta per essergli intitolato. Ovviamente. Non potrebbe essere diversamente per l’uomo che il 10 maggio 1987, alle ore 17,47, appose la sua firma sotto la “data scelta dalla storia” per la conquista del primo scudetto del Napoli.

Ma il tributo più bello, a mio parere, è stato quello degli avversari per antonomasia, la Juventus, che sul proprio sito ha pubblicato il video del calcio di punizione impossibile con il quale Diego, il 3 novembre 1985, vinse i bianconeri e soprattutto le leggi della fisica.

Diego Armando Maradona è stato molto di più che un calciatore immenso. I paragoni che talora si fanno con qualità tecniche di altri campionissimi, precedenti o successivi, impallidiscono se si considera la sua ineguagliata qualità: riuscire a trascinare e a innalzare il livello dei propri compagni molto al di sopra dei propri mezzi. Vincere due campionati del mondo con un’Argentina poco più che mediocre (aggiungo a quello del 1986 il titolo del 1990, scippato da un rigore regalato alla Germania in finale), due scudetti e una coppa europea col Napoli, cosa mai riuscita a nessuno, né prima, né dopo (anche per motivi che esulano dal merito sportivo degli azzurri), rappresentano imprese non confrontabili con successi ottenuti avendo come compagni altri fenomeni e giocando in squadre dalle disponibilità economiche infinite. Ma è proprio essere riuscito in ciò che era ritenuto impossibile a giustificare il titolo dell’Equipe.

Andando via dal Barcellona Maradona avrebbe potuto scegliere qualsiasi altra grande squadra europea. L’avvocato Agnelli gli offrì un assegno in bianco, ma lui scelse Napoli e vi restò sette anni. Una squadra senza blasone che – a volte - stentava a salvarsi dalla retrocessione.

E della città che lo ha incoronato si fece da subito paladino, denunciando ante litteram il clima di disprezzo, se non di vero e proprio odio, che accompagnava la squadra nel resto d’Italia. Clima testimoniato dal memorabile commento di Massimo Troisi che, nel giorno del primo scudetto, così commentò alcuni striscioni razzisti apparsi in diversi stadi italiani: “Meglio essere campioni del nord Africa che fare striscioni da Sud Africa” (allora paese dell’apartheid). Un’ostilità cresciuta proporzionalmente ai successi degli azzurri, culminata nella vergognosa bolgia della finale mondiale del 1990, con lo stadio Olimpico che fischiava l’inno argentino, mentre Maradona piangendo a dirotto urlava “Hijos de puta”. Ovviamente in Italia si stigmatizzò la reazione di Diego e non l’ignobile comportamento del pubblico.

Mettersi alla testa dei più deboli, dei sempre perdenti, scegliere il Sud geografico e metaforico del mondo, gli ha conferito una statura da leader che va ben al di là del calcio. Altro che “campione in campo, ma non nella vita”.

Una vita trascorsa a nuotare controcorrente, partito dalla miseria vera di Villa Fiorito, il sobborgo di Buenos Aires dove è cresciuto, per giungere a parlare da pari a pari coi potenti del mondo. Poteva farlo perché la sua era la voce di Maradona. Ma con i potenti non si è mai seduto a tavola e mai si è venduto. Avrebbe potuto farlo a peso d’oro e probabilmente avrebbe ricevuto in cambio anche quelle “coperture” che ad altri suoi colleghi sono state e sono concesse. Come accadde per i mondiali del 1994 negli Stati Uniti, manifestazione a rischio di fallimento totale. I padroni del calcio mondiale compresero che solo Maradona poteva evitarlo, ma era di fatto un ex calciatore, in sovrappeso di una ventina di chili. Precettato per lo spareggio che portò l’Argentina a qualificarsi in extremis, per perdere così tanto peso dovette necessariamente aiutarsi farmacologicamente, col consenso tacito della FIFA che lo voleva a ogni costo al mondiale. Ancora una volta Diego sbagliò a fidarsi e dopo il suo urlo in faccia al mondo, successivo al bellissimo gol con la Grecia (dopo il quale anch’io “gridai talmente forte che mi uscì il sangue dal naso”), si decise di fermarlo per non rivederlo sul trono e alla partita successiva scattò la trappola dell’antidoping.

Il coraggio e forse il gusto di sfidare il più potente hanno accompagnato tutta la sua esistenza, anche in scelte politiche a dir poco coraggiose, come l’ostilità plateale verso la superpotenza nordamericana e l’amicizia con un Fidel Castro declinante, che gli era stato presentato dal comune amico Gianni Minà, altra personalità assolutamente “immarcabile” e cantore di molti dei successi di Diego. Per una incredibile coincidenza Maradona è morto lo stesso giorno del “Lider Maximo” (e di George Best, altro “maledetto” del calcio).

Non provo neppure a mettere in fila l’infinità di ricordi personali, precisi, nitidi come se li avessi appena vissuti. Di ogni prodezza riproposta dal momento della sua scomparsa, anche un fugace fotogramma, potrei descrivere esattamente dove e come lo avevo vissuto allora, “in diretta”.

Ne scelgo uno, la sera del 22 giugno 1986. Si giocava Argentina-Inghilterra, la partita in cui Maradona regalò a un intero Paese la rivincita per una guerra perduta. “Para que el Pais sea un puño apretado gritando por Argentina”, (Perché il Paese sia un pugno chiuso che esulta per l'Argentina…) proclamò in diretta Victor Hugo Morales, commentando come posseduto dal demone della poesia il gol per antonomasia, quello che tutti sognano ma lui ha segnato. Seguì di quattro minuti quello non meno celebre della “mano de dios”. Vidi quella partita a Paduli, nella casa della mia infanzia e adolescenza, insieme ad Alfonso, l’amico del cuore. Seduti sul divano, nei 10 secondi della “corrida memorable en la jugada de todos lo tiempos” ci ritrovammo dentro il televisore, a bocca aperta, in silenzio, con i soli occhi a gridare il nostro infinito stupore. E le lacrime per le quali Morales ringraziò Dio dopo quanto aveva appena visto, sono di nuovo le mie, adesso che ha avuto definitiva risposta la sua celeberrima domanda: “¿Barrilete cosmico de que planeta viniste?” Aquilone cosmico da che pianeta sei venuto ?, Ti vorrò bene per sempre, Diego!