Il 'sistema scuola' non garantisce il rispetto delle raccomandazioni: meglio la chiusura e la didattica di emergenza

- Opinioni di Isabella Castelluccio
foto di repertorio
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Mi ero ripromessa di non intervenire, non aggiungermi ai tanti che in questi mala tempora, complici i social e l’estrema facilità di comunicare, si sentono in dovere di esprimersi su tutto con “sapienza e competenza”. Ma non riesco più a stare in silenzio leggendo tutto e il contrario di tutto su un tema che pare sia diventato improvvisamente oggetto delle discussioni più accanite delle ultime settimane: la scuola e la didattica a distanza.

Leggo sui social contrasti agguerriti e persone che si accaniscono in discussioni accampando le argomentazioni più “esaltanti” per sostenere la necessità del diritto allo studio e alla frequenza della scuola da parte dei ragazzi; genitori inviperiti che temono che i propri figli senza scuola possano andare incontro a cali di “socializzazione”, c’è chi paventa l’infausto miraggio di una futura generazione “senza cultura”. Io sono un’insegnante e nella scuola trascorro quotidianamente una parte della mia vita ed è solo per questo che mi intrometto in questo dibattito che a me appare surreale.

Ho vissuto i primi giorni di ottobre all’interno delle aule con i miei alunni e penso di avere una visione abbastanza concreta e documentata della situazione. Non credo che la questione vada posta così come si legge sui social o nelle varie “diatribe”: l’ “oggetto del contendere” non può essere il diritto allo studio, che è indiscutibile in una società civile e libera, né tanto meno la centralità della scuola che rimane l’ultimo ed unico baluardo di resistenza culturale aperto veramente a tutti. La scuola è il luogo dove ci si forma in quanto cittadini liberi e pensanti, è il luogo che ci rende uguali e che ci apre le porte della vita futura, ci accompagna nella nostra formazione di individui e di coscienze e non è assolutamente possibile, soprattutto fra la classe docente, che qualcuno possa pensare di sminuirne il valore (e se ciò è accaduto probabilmente bisognerebbe fare qualche passo indietro nel tempo fra i vari provvedimenti presi dai vari governi, quando nessuno, però, protestava per la continua “mortificazione” che scuola, insegnanti e “diritto allo studio” hanno costantemente subito).

Il punto è un altro: siamo in una situazione di pandemia mondiale. Riprendo dal “nuovo Zingarelli”: “pandemia”: epidemia a larghissima estensione, senza limiti di regione e di continenti, e siamo in una situazione di emergenza nazionale. In queste condizioni credo che la situazione vada valutata con calma e ragionevolezza. Se è vero, come ci ripetono in continuazione, che le uniche armi che abbiamo per il momento sono la mascherina, il distanziamento fisico, e l’igienizzazione delle mani è difficile porsi, relativamente alla scuola, qualche logica domanda e darsi qualche logica risposta?

E non pensiamo a ciò che si sarebbe dovuto fare e non si è fatto perchè in questo momento non serve a niente. Pensiamo “all’analisi reale della situazione reale”: tutte queste raccomandazioni possono essere rispettate completamente nelle nostre aule? Ed inoltre, il sistema scuola garantisce il rispetto di queste regole? La risposta mi sembra più che ovvia, banale: no.

E non è colpa dei dirigenti né degli insegnanti né tantomeno dei ragazzi che, compatibilmente con l’età che hanno che li porta “per natura” a socializzare, a cercarsi e a stare vicini, fanno del loro meglio per essere prudenti, ma delle “situazioni intorno”.

Le nostre aule sono piccole, i ragazzi sono tanti ed è inutile in questo momento ricercare le colpe di questo “smantellamento” che c’è stato negli anni della scuola, ora non serve.

Ora serve guardare alla realtà dei fatti. Poi, dopo, quando tutto sarà finito, si potrà parlare ampiamente di tutto ciò che manca, dei colpi che sono stati inferti al “diritto allo studio” e di ciò che un governo “serio ed efficiente” avrebbe potuto fare in questi sette mesi, ma ora bisogna pensare ad altro. Bisogna pensare a preservare i ragazzi, e non solo loro, da una situazione surreale nella quale si andrebbero a trovare, unico luogo dove sarebbe consentito trascorrere 6 ore ed anche di più, in 25/30 persone in una stanza. Bisogna pensare al “sistema scuola”, a tutto ciò che frequentare significa, perché il “diritto allo studio” non è solo essere in classe “in sicurezza” con mascherine (?) e disinfettanti, ma anche arrivarci a scuola stipati negli autobus perché non tutti hanno la fortuna di poter essere accompagnati in automobile.

Bisognava pensarci prima a tutto questo: verissimo! Ma non è stato fatto. Dunque? Polemizzare? In questo momento, ripeto, non credo serva.

Ora bisogna soltanto prendere coscienza di essere in una situazione d’ emergenza e adottare una didattica d’emergenza. Non è come andare a scuola, certo, chi più di noi insegnanti può rendersene conto e dirlo apertamente, non è assolutamente comparabile a ciò che si può realizzare ed ottenere stando in classe, ma è una didattica, appunto, d’ emergenza, da utilizzare come estrema ratio in situazioni complicate, e mi sembra che ci siamo.

Certo tutto questo innesca dei problemi altrettanto gravi ed importanti, da affrontare e risolvere immediatamente, in contemporanea all’attivazione della Dad, ed un governo “serio ed efficiente” dovrebbe subito pensare anche a questo e non lasciare i cittadini da soli. Un governo “serio ed efficiente”.