Convincono e divertono i Menecmi di Tato Russo in scena al Massimo di Benevento

- Cultura Spettacolo di Antonella Russo
Tato Russo in Menecmi
Tato Russo in Menecmi

Penultimo appuntamento del cartellone di Palcoscenico Duemila, al teatro Massimo di Benevento. Protagonista, anche stavolta, il teatro napoletano con Menecmi per l’interpretazione di Tato Russo. L’attore regista partenopeo ha rielaborato l’opera di Plauto per riflettere e ironizzare sull’ambiguità e sugli equivoci che adornano l’esistenza umana.

Come in un gioco di specchi, “come due gocce d’acqua che si inseguono nell’oceano”, l’attore protagonista (Tato Russo nei panni dei Menecmi), ha rappresentato la dualità in una unità implosiva. Tra lazzi e risate crasse sono riemersi i desideri inconsci di una vita insoddisfatta, la voglia di fuggire da una realtà che opprime e debilita.

Da venticinque anni Russo porta in scena Menecmi, ormai suo cavallo di battaglia con più di seicento repliche all’attivo. Conservando tutti i caratteri del teatro popolare e tutto il plebeismo del testo originale realizza un bell'esempio di comicità. Molti anche i riferimenti alla Commedia degli errori di Shakespeare, ma se nel Bardo il doppio simboleggia l’identità perduta e poi ritrovata, in Plauto e in Tato Russo l’equivoco rappresenta la fuga verso ricchezze sempre ricercate e raggiunte finalmente con lo scambio d’identità.

L’affluenza del pubblico si è presentata da subito ridotta e quando si sono spente le luci in sala molte erano le poltrone in platea e in galleria vuote. Ad affiancare il versatile attore c'erano Renato De Rienzo, Marina Lorenzi, Clelia Rondinella, Massimo Sorrentino, Rino Di Martino, Antonio Rampino, Giorgia Guerra, Ashai Lombardo Arop, Eva Sabelli, Olivia Cordsen, Davide Sacco. La regia è stata affidata a Livio Galassi.

Le maschere del teatro antico sono riemerse dagli abissi del tempo e preso forma, come le pantomime e le sirene ammaliatrici. La scena spartana con colonne e busti diroccati è stata resa visibile già dal momento dell’ingresso in platea, il sipario non si è chiuso mai, come in un anfiteatro greco, le quinte a vista, camuffate da due case, a rappresentare le maschere bifronti del teatro greco, la gioia e la tristezza, gli ambienti circoscritti in cui la trama si è svolta.

Nel prologo il racconto di una tragedia vissuta e non visibile, avvenuta in un mercato di Paestum e non di Siracusa come si è narrato (sono state rese esplicite le differenze con la commedia pluatina) .

Un mercante di Neapolis, padre di due gemelli porta in viaggio con sé uno dei due figli, che per un fato avverso non farà ritorno a casa perché smarrito. La sciagurata perdita troverà compenso nel dare all’altro gemello il nome del fratello disperso, Menecmo. Così quando, dopo quarant’anni, lo sventurato ritorna a Neapolis per ritrovare la sua famiglia, in scena si avvicendano due protagonisti che hanno però in comune non solo il nome ma anche il corpo, un’ombra e il suo riflesso.

In un continuo scambio di ruoli tra il Menecmo ritornato dal passato, becero contadino, e il gemello sempre vissuto nella città di Neapolis, infelice avvocato sposato, l’attore si sdoppia in continuazione tra il fratello aristocratico e benestante, e quello grezzo e plebeo. L’improvvisa presenza in città del doppio Menecmo scatena una girandola di avvenimenti esilaranti legati allo scambio di persona. Perché niente è come sembra in questa Neapolis, arcaica per usi e costumi ma contemporanea per le piaghe che presenta, poiché l’inganno viene premiato e il vizio ha la meglio sulla virtù fino all’agnizione finale dell’alter ego scomparso.
La performance degli attori ha convinto il pubblico presente che li ha salutati con un lungo applauso.