Sotto l'acqua di Roma

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“In questo progresso scorsoio non so se vengo ingoiato o se ingoio”. Erano da poco passate le 7 del mattino di giovedì 20 ottobre quando questi versi del poeta trevigiano Andrea Zanzotto, scomparso pochi giorni prima, hanno cominciato a “galleggiare” sui miei pensieri. Mi avevano particolarmente colpito, come l’auto-definizione di “veneto esiliato a Milano”, nella quale mi ero ritrovato, considerandomi un “campano esiliato a Roma”.

Da circa un’ora, un nubifragio si stava abbattendo su Roma, con lampi e tuoni da paura. Nonostante ciò ero uscito di casa alle 7, orario obbligato per anticipare il traffico e trovare un parcheggio. Sono bastate le poche centinaia di metri necessarie a raggiungere l’auto per inzupparmi. La successiva ora è stata un incubo. L’acqua, fuoriuscendo dai tombini, aveva invaso le strade, rendendo impossibile distinguere la carreggiata dai marciapiedi.

Ho cambiato più volte percorso alla ricerca di un “guado”, optando alla fine per Corso Francia. la strada con le statue che spesso si vede nei film ambientati a Roma, alla fine della quale (provenendo da Via Cassia, come il sottoscritto) si incontrano sulla sinistra l’Auditorium Parco della Musica e sulla destra lo Stadio Flaminio, sede delle partite del Sei Nazioni di rugby (precisazione superflua per i non pochi “lettori-rugbisti” del Vaglio).

I versi di Zanzotto sono riaffiorati proprio mentre “navigavo” Corso Francia, con l’acqua che nascondeva le ruote delle automobili e premeva sulla portiera. Ho avuto l’istinto di scendere, trattenuto dalla constatazione di assenza di “terre emerse”. Seguendo “la rotta” delle vetture che mi precedevano, sono finalmente giunto al lavoro, non prima di una ulteriore dose d’acqua. Ho trascorso la mattina con i vestiti inzuppati, senza scarpe e senza calzini, fino a quando una collega compassionevole si è recata a comprarmi dei ricambi.

Alla maggior parte dei romani è andata peggio. Metropolitana chiusa, linee di autobus cancellate, traffico paralizzato e, purtroppo, un giovane immigrato annegato nel seminterrato dove viveva.

Il sindaco Alemanno ha chiesto lo stato di calamità naturale. Le polemiche sono state violente, perché, se è vero che il nubifragio è stato di eccezionale intensità, è altrettanto vero che il più delle volte a Roma basta un temporale di intensità ben più lieve a paralizzare il traffico.

Potrà sembrare incredibile per una grande capitale europea del XXI secolo, ma è opinione comune che il problema risieda nella scarsa manutenzione dei tombini che per questo si intasano facilmente impedendo all’acqua piovana di defluire.

Altro elemento di polemica è stata la mancata previsione del nubifragio. Forse per evitare nuove critiche, la settimana successiva è stato annunciato con grande enfasi il verificarsi di un nuovo nubifragio per mercoledì 26 ottobre. Ma stavolta tutto si è risolto, almeno nelle zone di Roma dove vivo e lavoro, in un temporale per nulla paragonabile a quello della settimana precedente.

Eccedere in un allarme o non darne affatto è comunque un fallimento di un sistema di prevenzione. A volte ho la sensazione che in questo Paese non si riesca mai a informare in maniera misurata. Non si parla, se non dopo disastri, dei rischi connessi a comportamenti abituali e prevenibili (come evitare di costruire abusivamente in zone a rischio), mentre alcune trasmissioni televisive ipotizzano settimanalmente improbabili scenari apocalittici successivi a cadute di asteroidi, a tsunami, magari provocati da un’astronave aliena atterrata in uno specchio d’acqua per cercare il Sacro Graal.

A togliere ogni dubbio sul fallimento della programmazione sono bastate 24 ore. Ma di quanto accaduto giovedì 27 ottobre parleremo la prossima volta.
Anteo Di Napoli