Finalmente la rappresaglia. Del nero, non del rosa. L'atto di accusa dalle cilene al resto del mondo

- Opinioni di Tiziana Nardone

Base elettronica ritmata, occhi bendati di nero, abiti rossi e neri.

E' la sequenza dell'inno femminista che, esploso globale, ha incendiato vene avvizzite, ha fatto tremare la carne.

"Un violador en tu camino", "uno stupratore sulla tua strada", il testo cantato nel flash mob (guarda il video) , a Plaza de Armas a Valparaíso, durante la giornata mondiale contro la violenza sulle donne, il 25 novembre scorso, è idea del collettivo cileno Las Tesis, basato sullo scritto dell’antropologa argentino-brasiliana Rita Segado, composto da un gruppo sparuto di donne: Sibila Sotomayor, Dafne Valdés, Paula Cometa Stange e Lea Cáceres.

Atto d’accusa contro lo Stato, contro gli agenti di sicurezza, è stato ripetuto con la stessa coreografia in diverse città cilene, a cominciare da Santiago in Plaza Dignidad (come è stata ribattezzata Plaza Italia) il 29 novembre. E dopo a Barcellona, Madrid, Oviedo, Parigi, Londra, Bristol, Berlino, Bogotà, Città del Messico. Il 7 dicembre, domani, sarà la volta di Roma.

Quando l'ho visualizzato per la prima volta è stata commozione: vita, rabbia, assenza di timore per violenza e morte, sfida. "Il nostro castigo è questa violenza - gridano le donne -. "Y la culpa no era mía, ni dónde estaba ni cómo vestía. El violador eres tú". "La colpa non è la mia, né di dove mi trovavo, né di come vestivo. Lo stupratore sei tu".

Si potrebbe propendere per un'accusa, circostanziata quanto logica, verso alcuni appartenenti alla categoria maschile. E no. Non è solo quello, non è "solo" quello.

E' un grido di liberazione dal senso di colpa: "Non mi sono saputa proteggere, non ho fatto in modo che non mi accadesse, non sono stata previdente. E' stata colpa mia". E' un abbraccio collettivo a difesa. Di tutte. Di chi non sa ancora preservarsi dall'idiozia del rosa e dell'azzurro. E' un grido di rabbia e di rappresaglia.

La rappresaglia, finalmente.
Me la auguro spietata, incapace di perdono del carnefice, incapace di dimenticare.
Capace finalmente di ricordare.