L’incapacità del PD sannita di uscire dall’immobilismo e di fare i nomi di chi lo zavorra

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La sede del PD a Benevento
La sede del PD a Benevento

Inatteso quel tanto che basta per suscitare aspettative, plana sulle redazioni un commento articolato del capogruppo del Pd a Palazzo Mosti Francesco De Pierro, piuttosto silente nel recente (e magari anche lontano) dibattito politico cittadino – in chiave consiliare -, al punto da favorire un dubbio di rappresentatività sulla voce del centrosinistra visto l’attivismo, al contrario, di Italo Di Dio.
Al netto delle valutazioni inerenti gli ‘avversari’, sia sul piano nazionale che sul territorio, non fosse altro perché ‘dovute’ in rapporto alla carica di cui è investito, De Pierro non manca di sottolineare, sollecitare, in fondo accusare, il partito cui, dopo altre esperienze, di questi tempi appartiene, e cioè il Pd. “Che non può rinchiudersi nelle solite liturgie del suo ceto dirigenziale, con un territorio perennemente lasciato in balia di eventi o di personaggi non aventi alcun legame con la nostra comunità”.
E’ il consueto modo obliquo di affrontare un tema peraltro piuttosto importante, e qui sul Vaglio.it più volte affrontato: l’immobilismo – nel Sannio - del maggior partito di opposizione, legato a personaggi e schemi superati e sconfitti, incapaci di alcuna autoanalisi.
Soprattutto impossibilitati, quasi per natura si direbbe, a fare quel passo indietro che le batoste elettorali patite sul campo e quelle che si profilano nel futuro anche immediato (le Regionali) dovrebbero imporre loro per etica, prima ancora che per opportunità politica. Valentino, Mortaruolo, De Caro hanno ingessato i Democratici, in provincia e in città, condannandoli a un ruolo (oggi) marginale che, dall’alto dei loro scranni per cariche ricoperte e carisma, guardano con sufficiente distacco perché non intacca le loro personali ambizioni, né pregiudica alcunché della rendita derivante dalla posizione ricoperta. Ma quando De Pierro ritiene che “non è più rinviabile il tema della scelta di nuove ed autorevoli classi dirigenti capaci di interpretare i tempi nuovi della politica locale e nazionale”, il senso – vuoto e anonimo – delle sue parole favorisce l’ulteriore valutazione critica della necessità di destinare all’oblio elettorale anche chi della chiarezza invocata contro il “tatticismo esasperato” si fa interprete nebuloso.