In scena il delitto di Esther e l'impunità che riguarda anche la coscienza dei beneventani

- Solidarietà di Alessio Zarro Ievolella

A tre anni dalla morte di Esther Johnson, 36enne nigeriana di Castelvolturno assassinata a Benevento, dove si prostituiva, il Consorzio Sale della Terra e la Solot, Compagnia Stabile di Benevento, hanno proposto un atto di testimonianza civile che è allo stesso tempo un mea culpa: Ego me Absolvo” è il titolo dello spettacolo messo in scena ieri sera nel Mulino Pacifico di Via Appio Claudio, e che rientra nel più vasto progetto "Esther, per non dimenticare”, promosso dalla Curia di Benevento.

Scritta e preparata nell’ambito del laboratorio TeatroStudio Over 26 della Solot, a cura di Antonio Intorcia, Carlotta Boccaccino e Celeste Mervoglino, con gli allievi Carlo Maria Berruti, Antonella La Frazia, Sabrina Nicoloro, Giovanna Reveruzzi, Anna Aspasia Russo, Paola Tranfaglia e Nella Ventorino, per la regia di Antonio Intorcia, la pièce ha voluto mettere in crisi la coscienza (o incoscienza) dei beneventani rispetto allo sfruttamento della prostituzione - con particolare riferimento alla tratta delle ragazze nigeriane - e alle sue tragiche conseguenze.

Il punto è stato incrementare la responsabilità morale dalla parte del consumatore finale, denunciando la generale “indifferenza, quando non iattanza” con cui viene accolta tanta cronaca nera di questo tipo. Vicende che invece sembrano guadagnare un considerevole peso rispetto alle decisioni elettorali, ma purtroppo solidarizzando coi carnefici più che con le vittime, nel momento in cui c’è da sostenere “chi vuole erigere muri”.

Non si è trattato, comunque, di puntare il dito contro una malvagità generica, e nemmeno specificamente verso l’ignoto assassino di Esther, quanto di operare una sintesi di riflessioni, testimonianze e dati di fatto per restituire alla vicenda una concretezza che è forse l’unico riscatto a cui si può ambire.

E tale concretezza hanno cercato gli allievi della Solot, su un palco spoglio, dove il solo elemento scenografico erano gli abiti neri del lutto. Talvolta come un gruppo di amici che hanno subìto una perdita e che ricordano, pregano, celebrano, uniti nella rabbia e nel cordoglio; talvolta mimando alcune situazioni di strada, disavventure, soprusi, violenze a cui vanno incontro le giovani ragazze costrette o indotte a prostituirsi - fino a riprodurne, a squarciagola, il disperato grido di paura.

E ancora: gli stereotipi maschilisti sulle puttane - di cui il senso comune abbonda -, i pietosi inciuci di città che accompagnano la ricezione dei fatti di cronaca nera e l’ipocrisia di quei residenti che, pur clienti, si schierano contemporaneamente in prima fila per lo sgombro del proprio quartiere dalle lucciole.

Poi la ricostruzione della vita di Esther, tutt’altro che “decisa” o “scelta consapevolmente”, come spesso si ripete: dalla prima volta che fu stuprata a Roma, a 14 anni, fino al suo brutale assassinio nei pressi del Parco Cellarulo, ancora impunito. Ma impunita - è quanto emerge prepotentemente dallo spettacolo - resta soprattutto la coscienza dei beneventani, lesa proprio dall’autoassoluzione con cui ha voluto ripulirsi: “Una consuetudine diffusa, che crea uno scollamento dalla realtà. La rimozione del peso della memoria serve per santificare se stessi”. Ai beneventani impenitenti gli autori hanno dedicato alcuni spietati versi dell’evangelista Matteo: “Guai a voi, che somigliate a sepolcri imbiancati. All’esterno appaiono belli ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni marciume. Così anche voi, all’esterno apparite giusti davanti alla gente, ma dentro siete pieni di ipocrisia e di iniquità”.

Incisive sono state anche le parole di don Nicola De Blasio, direttore della Caritas di Benevento, in apertura, che colmano dei pesanti vuoti civili e laici: “Cos’è questo spettacolo non lo so, ma so da cosa nasce. Se noi guardassimo soltanto l’evento morte, è un qualcosa che ha inizio, ha fine, è la vita di ognuno; e potremmo chiuderla in questo modo. Ma c’è qualcosa che va al di là di ognuno, e non si tratta del solito ‘pippone’ religioso - ha scherzato don Nicola -. Si tratta semplicemente dell’amore, a-mors: alfa privativo e mors (morte, ndr).
Esther per noi è stato quel seme che ha sbrogliato le nostre coscienze. Questa è un'azione concreta per dire che qualcosa di diverso ci può essere”.

Poi il riferimento ai muri e alle barriere che si erigono, per paura dello straniero, in cui viene individuato l’elemento perturbante rispetto all’ordine sociale, dimenticando che “sono i clienti italiani che vanno da quelle prostitute, e sono le nostre aziende agricole che sfruttano la manodopera. Allora questo spettacolo vuole mettere in crisi i benpensanti, noi, perché forse Esther è morta in quanto l’abbiamo uccisa noi. Anzi - ha ribadito don Nicola - Esther è morta perché l’ho uccisa io”.
***
Il progetto "Esther, per non dimenticare” è finanziato dalla Conferenza Episcopale Italiana all'interno della Campagna "Liberi di partire, Liberi di Restare”, e gestito dal Consorzio Sale della Terra in collaborazione con Solot, Compagnia Stabile di Benevento. Punta a contrastare il fenomeno della tratta grazie al Centro Ascolto Donna e Vittime di Tratta della Caritas Diocesana ed ad una unità mobile psicopedagogica che da settembre girerà le periferie della provincia con il Camper #Ventotene per avvicinare le donne che vogliano liberarsi da questo assurdo giogo in cui entrano, secondo i dati dell'Organizzazione Mondiale delle Migrazioni, almeno l'80% di tutte le donne nigeriane migranti, spesso vittime di raggiri ed inganni che ne stabiliscono metodi e rotte di sbarco.

I laboratori teatrali condotti dalla Solot sono le prime attività del progetto. Altri due spettacoli saranno messi in scena domani e dopodomani, sempre al Mulino Pacifico e a ingresso libero:
15 GIUGNO ore 18.30 "...Non è il mestiere più antico del mondo" – Restituzione finale laboratorio di quartiere Centro Storico;
16 GIUGNO ore 20.00 "Esther" – Gruppo di giovani allievi TeatroStudio 2018/2019.