San Pietroburgo - Gli infiniti rimandi di storia e arte e il Palazzo d’Inverno, quello preso davvero…

- La Botte di Diogene di Anteo Di Napoli

Erano più di trent’anni che sognavo la “Prospettiva Nevski” di San Pietroburgo cantata da Franco Battiato, con gli affascinanti versi “il mio maestro mi insegnò com’è difficile trovare un’alba dentro un imbrunire”. Credo si riferisse alle “notti bianche” (il sole d’estate tramonta molto tardi a quelle latitudini), narrate nell’omonimo racconto di Dostoevskij, che lessi in un volume contenente anche “Il giocatore”, pilastro della mia inquieta giovinezza…

La “Nevskij Prospekt” (il viale della Neva) è la principale arteria cittadina, con maestosi palazzi e grandi negozi. Va percorso a piedi almeno il tratto, certamente non breve (in Russia tutto è smisurato), che attraversa il centro monumentale, dalla Guglia dell’Ammiragliato, a fianco della Piazza del Palazzo d’Inverno, fino al ponte Anickov sul fiume Fontanka. Meta obbligata per il sottoscritto, perché i quattro gruppi equestri in bronzo del ponte fanno parte di una serie di sculture di von Jurgensburg, di cui due (note come i Palafrenieri) sono poste nei giardini del Palazzo Reale di Napoli, dono dello zar Nicola I a Ferdinando II di Borbone, in occasione della visita del 1846.
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Il modo più veloce di visitare San Pietroburgo è fare un giro in battello lungo la Neva e i suoi affluenti, la Mojka e la Fontanka, che cingono concentricamente il centro. La città va scoperta come in un gioco di specchi, incrociando le vedute da un’isola a quella di fronte.

Ogni angolo rimanda a memorie storiche e letterarie: Piazza del Fieno, che non ha più nulla del quartiere equivoco, “ventre di San Pietroburgo”, descritto da Dostoevskij; la Mojka, dove si affaccia la casa di Puskin in cui spirò per le ferite riportate in duello nel 1837; lo stesso fiume in cui nel 1916 i congiurati affogarono Rasputin (sopravvissuto a cianuro e revolverate); il canale Griboedov dove, sul luogo dell’uccisione dello zar Alessandro II nel 1881, fu costruita la Chiesa del Sangue versato, con aspetto “più russo” della stessa Cattedrale di Sant’Isacco. Il più autentico sentimento religioso russo lo si scopre invece tra la folla di fedeli (ai quali ci siamo uniti) in coda per venerare l’icona della Madonna di Kazan, nell’omonima cattedrale sulla prospettiva Nevski.
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Probabilmente questo carico di storia fa associare San Pietroburgo a un “mondo che fu”, al contrario di New York, identificata con la modernità e fondata invece un secolo prima. Un paradosso giustificato anche dai quattro cambi di nome: nel 1914 divenne Pietrogrado, perché Pietroburgo appariva troppo “tedesco” allo scoppio del primo conflitto mondiale; Leningrado dal 1924, dopo la morte di Lenin; di nuovo San Pietroburgo nel 1991, al crollo dell’Unione Sovietica, credo per sottolineare la volontà di ridare alla Russia un ruolo imperiale (specie nell’era Putin).

San Pietroburgo fu fondata il 27 maggio 1703, giorno della posa, sull’isola delle lepri, della prima pietra della Fortezza di Pietro e Paolo, progettata dall’italiano Domenico Trezzini. Nella cattedrale dei Santi Pietro e Paolo sono sepolti tutti gli imperatori Romanov, da Pietro I fino a Nicola II, sepolto nel 1998 (con la moglie e i cinque figli), dopo il ritrovamento dei resti ottant’anni dopo l’uccisione da parte dei bolscevichi.

Pietro il Grande individuò come luogo adatto per una nuova capitale, che fosse la porta della Russia verso l’Europa, dal punto di vista militare, commerciale e culturale, lo sbocco della Neva sul Baltico, sfidando una natura a dir poco ostile. Il colossale monumento equestre allo zar, in piazza dei Decabristi, posto su un’enorme roccia protesa verso il mare, sintetizza plasticamente la volontà del fondatore. È chiamato “Cavaliere di Bronzo”, dal titolo del poema di Puskin dedicato alla fondazione della città, in termini di grandezza russa, ma anche dalle conseguenze funeste per la gente comune, soprattutto per le tremende inondazioni della Neva.
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San Pietroburgo fu realizzata soprattutto da architetti italiani. Oltre a Trezzini, Bartolomeo Rastrelli, Carlo Rossi, Giacomo Quarenghi. A Rastrelli, creatore del barocco elisabettiano russo (dal nome della zarina Elisabetta I, sua principale committente), si devono capolavori assoluti come il Palazzo d’Inverno e il Palazzo di Caterina I (Palazzo d’Estate) che si trova a Carskoe Selo (letteralmente il Villaggio degli Zar, oggi villaggio Puskin), a una trentina di chilometri da San Pietroburgo. Ne consiglio la visita, non fosse altro che per ammirare la leggendaria “camera d’ambra”, già detta ottava meraviglia del mondo, donata da Federico Guglielmo I di Prussia a Pietro il Grande nel 1716. I pannelli d’ambra, scomparsi durante l’occupazione nazista, sono stati ricostruiti identici agli originali e ricollocati nel Palazzo di Caterina nel 2003.
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Il Palazzo d’Inverno, insieme ai quattro edifici dell’Ermitage (Piccolo, Grande, Nuovo e il Teatro), costituisce un complesso museale tra i più importanti e visitati del mondo che raccoglie le straordinarie collezioni d’arte degli imperatori russi, soprattutto a partire da Caterina II la Grande. Si è calcolato che se ci si soffermasse per un minuto davanti a ciascuna delle opere dell’Ermitage sarebbero necessari sette anni per completare il percorso museale!

In città e nei dintorni sono molti i monumenti che ricordano l’assedio nazista dell’allora Leningrado, durato 900 giorni, dall’8 settembre 1941 al 27 gennaio 1944, costato oltre un milione di morti, per lo più civili, e la distruzione di gran parte della città. Hitler, inferocito dall’inattesa resistenza, aveva proclamato: “L’eventuale offerta di capitolazione non dovrà essere accettata. Ho deciso che Leningrado sia cancellata dalle cartine geografiche. Non è affar nostro nutrire la popolazione”. Non riuscì a prendere la città, stremata da bombe, fame e freddo, nella quale però i teatri restarono aperti, tanto che sotto i bombardamenti fu eseguita la settima sinfonia di Shostakovic, detta “Leningrado”.
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Sorprendentemente, il ricordo della Rivoluzione d’Ottobre è molto meno palpabile. È affidato all’incrociatore Aurora (un suo colpo di cannone diede il via alla Rivoluzione), alla fonda sulla Neva, ma che è poco più di un’attrazione per pochi turisti. Ho visto un paio di colossali statue di Lenin, come quella alla stazione di Finlandia, dove giunse nell’aprile del 1917, al rientro dall’esilio di Zurigo. Anche la presa del Palazzo d’Inverno, resa mitica dal film “Ottobre” di Ejzenstejn, con la scena dell’assalto popolare attraverso il monumentale scalone degli ambasciatori, si scopre essere avvenuta da un ingresso secondario, con l’irruzione di un numero esiguo di bolscevichi che nella “stanza bianca” arrestarono i membri del governo provvisorio (episodio ricordato da una piccola targa su un camino).
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La crisi del mito è confermata anche da notizie di calciomercato, secondo le quali chi si era ritagliato il ruolo di Comandante dell’assalto al Palazzo, probabilmente vi entrerà come cortigiano di lusso: da Sarrismo a Zarismo il passo è breve…