Il Benevento ha perso meritatamente i playoff. Le responsabilità sono di tutti, presidente escluso

- Opinioni IlVaglio.it

La crudele bellezza dei play/offs ha irretito, alfine, il Benevento. Il canto delle sirene del Veneto ha ammaliato a tal punto il timoniere del bastimento giallorosso che nel viaggio verso casa lo stesso è stato condotto a schiantarsi sui conosciuti scogli di Santa Colomba perdendo, stavolta in via definitiva, il carico di speranze legato alla post-season... dopo aver perso, nel medesimo luogo e con una condotta altrettanto dissennata, in precedenza il campionato. Tutto qui.

La capacità, poi, di reinventarsi sgomberando l'animo dalle scorie della prima parte della stagione, approcciando la seconda e decisiva con consapevolezza – nei propri mezzi -, serenità – nella gestione -, nervi saldi – nell'affrontare i momenti critici -, è svaporata negli indecenti, inguardabili, deprimenti novanta minuti della gara di ritorno col Cittadella, corollario solo più marcato dei segnali di pericolo di qualche giorno prima.

Quando, nel dopo-gara e nel tripudio di interviste, il tecnico dei veneti Venturato approda all'essenziale (“...abbiamo vinto giocando a calcio...”), enuncia non solo una verità, perché infligge – indirettamente – una punizione ancor più severa ai suoi avversari. Incapaci, appunto, di giocare a calcio nell'atto più importante della loro annata agonistica. Una conclusione degna. Sgomberiamo, infatti, subito il campo: chi ha vinto – peraltro sfatando anche la presunta logica delle statistiche (cinque volte in corso d'anno si sono affrontate Benevento e Cittadella e quest'ultima ha vinto solo una volta: la più importante) - ha meritato.

E aggiunto un ulteriore tassello al suo processo di miglioramento nella categoria con l'ammissione alla finale dei play/offs dopo le eliminazioni ai quarti (due anni fa) e in semifinale (l'anno scorso): ora sarà lecito anche sognare, ma il campionato è davvero vincente.

Chi ha perso, ha meritato: per la sua timidezza, il timor panico crescente e non governato e l'incapacità a reagire, il Benevento formato casalingo ha replicato, ma stavolta nell'ultimo atto, l'impaccio della stagione regolare a esprimersi con levità dinanzi al pubblico amico. Qui ha compromesso il suo cammino, per quanto – nel complesso – mai sia riuscito a offrire la solida immagine di un insieme “definito”.

In conclusione, ci si è nascosti dietro l'obiettivo 'alto' (la promozione in A) comunque raggiungibile, sia pure attraverso l'appendice dei play/offs, che – come è risaputo, ma evidentemente non a tutti - non fanno sconti sulla verità delle condizioni psichiche e fisiche. E in fondo anch'essi si sono rivelati una banale foglia di fico, insufficiente a nascondere i limiti di una compagine in balia di moduli tattici, i più variegati; formazioni diverse, le più variegate; carente nel carattere e priva di identità tecnica e, giocoforza, fermatasi al primo ostacolo.

In un Paese nel quale nessuno, in tutti i settori, si è mai distinto per assunzioni di responsabilità, chiedere che la regola si applichi anche al microcosmo del calcio beneventano è un po' troppo: ci saranno sempre motivi, e motivazioni, e limiti, e problemi, e infortuni, e assenze, e sfortune, e casi avversi, eccetera, eccetera a spiegare il senso di un inopinato stop pur avendo, incredibilmente, tutto dalla propria parte - fuorché la certezza di sentirsi davvero superiori agli avversari sul campo di gioco.

Questo aspetto, allora, non consente di affrontare l'analisi della stagione del Benevento col metro 'americano' di una stagione tutto sommato vincente (come quella del Cittadella, esito finale a parte) perché davvero è rimasto qualcosa di inespresso. Non verrà mai confessato, ma la responsabilità va distribuita – tenendo davvero fuori stavolta il presidente Oreste Vigorito, il quale in una recente intervista al suo canale televisivo (Ottochannel) ha ricordato che “tutto il movimento legato al Benevento è diventato maturo e questo ha permesso a un presidente di fare solo il presidente, e non come l'anno scorso anche il direttore sportivo dopo gli esoneri di Di Somma e Baroni" – fra chi ha lavorato dietro una scrivania (il direttore sportivo) e sulla panchina (l'allenatore), nonché su chi, poi, in campo (gli atleti) ha semplicemente riflesso queste debolezze, creando l'effetto speciale dell'illusione.