Dopo il caso della prof di Palermo, devo denunciarmi: anch’io insegno a praticare la libertà di pensiero a scuola

- Opinioni di Isabella Castelluccio

Forse è il caso che mi denunci. Ci pensavo stamattina mentre leggevo sui giornali la notizia della professoressa sospesa dal lavoro per “non aver vigilato” sull’elaborato dei suoi studenti. Il caso oramai è più che “famoso”, ma credo che sia bene riassumerlo perché ha dell’incredibile. In una scuola di Palermo gli alunni di una seconda superiore hanno svolto un approfondimento sulla questione dei migranti in Italia e fin qui niente di nuovo: l’approfondimento sulle “tematiche d’attualità” avviene in tutte le scuole della penisola.

I ragazzi, nell’affrontare l’argomento, hanno rilevato delle “somiglianze” con alcune tristi situazioni della nostra storia e hanno pensato bene di elaborare le loro ricerche in un video che hanno presentato a scuola in occasione del giorno della memoria. Anche questo è assolutamente in linea con il nostro modo di “fare scuola”: il video è molto vicino alla “sensibilità digitale” dei ragazzi e consente loro di approfondire gli argomenti e divertirsi nello stesso tempo. Il video, però, non si sa ancora come, è arrivato nelle mani di tal Claudio Perconte, attivista di destra, al quale non deve essere piaciuto granché poiché, e qui comincia l’incredibile storia che stento a credere sia accaduta realmente, ha addirittura ritenuto necessario informare dell’accaduto il ministro Bussetti inviandogli un tweet. A questo punto (al peggio non c’è mai fine) la sottosegretaria leghista ai Beni culturali Lucia Bergonzoni (senza aver visto il video in questione!) è intervenuta su facebook sostenendo che l’insegnante “andrebbe cacciata con ignominia e interdetta a vita dall’insegnamento”.

E l’iter del “grave reato” di cui si sono macchiati i ragazzi ma soprattutto la loro professoressa continua ancora perché è partita, a questo punto, dall’ufficio scolastico provinciale di Palermo un’ispezione che ha sottoposto a interrogatori la professoressa e gli alunni e che ha infine emesso il provvedimento di sospensione nei confronti dell’insegnante. L’incredibile storia sembra fin qui sufficientemente gonfiata e chiunque dotato di un minimo di buon senso ci avrebbe messo un punto. Ma, invece, nella nostra Italia del 2019, nella quale è lecito che il ministro dell’interno non venga sottoposto a processo, che “migranti” senza documenti vengano letteralmente abbandonati in strada, che si aggredisca una famiglia rom impedendole di esercitare il proprio diritto di destinatario di casa popolare, non è così: il 16 maggio arriva a scuola la Digos (riporto testualmente: Divisione Investigazioni Generali e Operazioni Speciali. Svolge attività investigativa ed informativa finalizzata a contrastare eventuali attività eversive dell'ordine democratico ed attività terroristiche) per verificare l’accaduto parlando con preside e professori. Al di là dello sbigottimento che un tale “fulmineo” susseguirsi degli avvenimenti provoca in chiunque conosca le lungaggini burocratiche della scuola, la prima domanda che sorge spontanea è: ma qualcuno prima di dar luogo a tutto questo caos aveva visto il video?
Poi, domande a seguire: ma veramente è successo tutto ciò che ho descritto e in relazione a quel video?
Un provvedimento disciplinare per un elaborato del genere? E arrivare a “scomodare” la Digos?
E con le domande mi fermo qui.

Mi limito a dire che mi sembra una situazione assolutamente surreale, ma se veramente è andata così, devo denunciarmi.
Video nei quali si affronta la realtà del momento ne ho prodotti anche io a scuola con i miei alunni. Costantemente li stimolo a interessarsi di ciò che accade intorno a loro, a informarsi leggendo dati e valutando situazioni oggettive, e credo che questo sia ciò che fanno tanti miei colleghi in una scuola che è rimasto l’unico luogo aperto a tutti nel quale ancora si parla di Costituzione, di diritti e di libertà.

Ascolto le loro impressioni e li spingo continuamente ad argomentare in modo che elaborino le proprie posizioni sulla base di un’analisi attenta di ciò che di volta in volta mi sottopongono. Cerco di abituarli a considerare i punti di vista molteplici ai quali necessariamente bisogna sottoporre la realtà. E ne vengono fuori idee profonde, intuizioni sorprendenti e non c’è affatto necesstà di “condizionarli” o “plagiarli” in alcun modo, riescono a elaborare autonomamente le proprie considerazioni più facilmente di ciò che si possa immaginare. Ed è per questo che mi convinco sempre più che devo necessariamente denunciarmi.

I prodotti dei miei alunni sono assolutamente “autonomi”, nascono dalla fatica quotidiana di chi crede ancora nell’insostituibilità del pensiero e dà a esso e alla sua più completa autonomia un valore fondamentale. E se e quando le conclusioni alle quali sono arrivati i ragazzi dopo un’attenta e seria valutazione del materiale non sono state in linea con il “pensiero dominante”, non ho mai pensato di intervenire, nel rispetto assoluto dell’opinione altrui e del diritto di ognuno di esprimersi liberamente. Non ho mai “vigilato” sui loro pensieri, ho tentato di comunicare loro l’importanza di documentarsi sempre in maniera precisa andando al fondo delle situazioni e, soprattutto, l’importanza assoluta della libertà e la necessità di preservarla rispettando sempre “gli altri punti di vista” nel valore indiscutibile del confronto.

Dunque, sono colpevole anch’io e, se insegnare e praticare la libertà di pensiero e il rispetto degli altri oggi è un reato, sono anche fiera del mio reato e sono fiera soprattutto dei miei alunni che in questi tempi tristi riescono ancora a sorprendermi con la loro “originale” libertà.