“Là dove si calpesta il pane si finisce per calpestare anche gli uomini”. L’azione romana: un macabro annuncio

- Politica Istituzioni di Carlo Panella

La frase che dà il titolo a questo articolo è una parafrasi di quella nota del poeta tedesco C. J. Heinrich Heine che recita: “Là dove si bruciano i libri si finisce per bruciare anche gli uomini”. Il letterato visse nella prima metà dell’Ottocento, circa un secolo prima delle Bücherverbrennungen, cioè, dei roghi dei libri organizzati nel 1933, sempre in Germania, dai nazisti al potere. Volevano eliminare tutto ciò che era contrario allo “spirito tedesco” e quindi in quei roghi i libri di: Hemingway, London. Einstein, Zola, Brecht, Marx, Kafka, Freud, Musil, Proust, Roth, Joyce, Hesse e tanti altri, compresi quelli dello stesso Heinrich Heine… Per i nazisti bisognava fare pulizia, la cultura e la nazione tedesche tenuta lontano dalle infezioni delle altre popolazioni. “Un atto forte e simbolico” disse al riguardo Joseph Goebbels, il ministro della propaganda del Terzo Reich.
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I simboli sono importanti. Ecco perché ho pensato che siamo giunti a un punto pericolosissimo, forse già di ‘non ritorno’ quando ho visto martedì le immagini televisive di una folla inferocita calpestare il pane, le porzioni di cibo destinato a una settantina di persone rom (di cui 33 bambini e 22 donne). I destinatari erano appena giunti in un centro d’accoglienza nella periferia romana di Torre Maura, là regolarmente inviate dal Comune Capitolino. La folla formata da alcuni residenti e da attivisti epigoni delle ideologie nazista e fascista non li voleva, si è mobilitata contro gli zingari e la loro presenza considerata “infettiva” per la zona; e, pur di cacciarli, ha incendiato cassonetti e auto, bloccando il rifornimento di cibo, calpestando il pane e urlando: “Dovete morire di fame!”
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Si prova a giustificare tale reazione dicendo che Torre Maura, come tante altre aree periferiche, è piena di problemi. Ad esempio, di case popolari che abbisognano di manutenzione pubblica e non ne ricevono; da qui l’esasperazione non solo nel vedere aiutati “gli altri”, ma nello specifico “gli zingari’ che “dove arrivano portano problemi e guai, a cominciare dai furti”. In merito dobbiamo dire che sicuramente era meglio distribuire i rom in piccole quantità in vari quartieri e non solo in quello per consentire la migliore integrazione. Decisione poi comunque adottata dalla sindaca Raggi, soprattutto per mettere al sicuro i 77 assediati (innanzitutto i 33 bambini).
Detto questo però si deve andare alla questione principale alla motivazione razzista che ha animato la vicenda: le 77 persone in arrivo erano ignote ai residenti, sono state aggredite solo per la loro etnia, in quanto rom. E va sottolineato perché qualcuno degli assedianti ha provato anche a dirsi non razzista, forse, per sottrarsi a qualche problema con la giustizia che intanto ha aperto un’inchiesta proprio sulla base della possibile commissione del reato di incitamento all’odio razziale come previsto e punito dal Codice Penale all’articolo 604bis. Ma qui non voglio dilungarmi sull’aspetto politico della questione, tanto meno su quello giudiziario, bensì su quello simbolico, sul fisico calpestare il pane come possibile macabro annuncio del calpestare le persone.
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E’ stato nella sua brutalità un gesto ancora più grave del bruciare i libri, nella cattolicissima Roma sede della Cattedra di Pietro. “Dacci oggi il nostro pane quotidiano” dice chi recita il Padre Nostro, la preghiera al Dio misericordioso che riassume proprio nel pane il quotidiano bisogno di nutrimento del corpo, oltre che dell’anima. E ancora la miracolosa moltiplicazione, altro simbolo della cristianità, è proprio dei pani ed è lunico miracolo raccontato dai quattro Vangeli. E, soprattutto, il pane – l’ostia - è il protagonista dell’Eucarestia, cioè del sacramento più importante, che va oltre il valore simbolico, costituendo la transustanziazione, cioè, il passaggio totale della sostanza del pane e del vino in quella del corpo e del sangue di Cristo.
E quanto altro ancora si potrebbe aggiungere ma, lasciando la dottrina, l’importanza non solo materiale dell’alimento pane nella storia dell’umanità, anche quella minima, domestica, la si può rintracciare ovunque. Fin da bambini ci hanno insegnato a rispettarlo, a non buttarlo mai, a usarlo anche se ormai duro. E, quando ormai era irrimediabilmente ammuffito, a baciare, rispettosamente, il pezzo di pane, prima di “doverlo” poggiare nella spazzatura.
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Ecco perché il vedere calpestato, volutamente, il pane destinato a chi ne aveva bisogno, per sfregio, con la speranza della morte per fame dei destinatari, segna un raggiunto punto di disumanità ormai pericolosissimo, se non proprio di non ritorno. Come purtroppo lo fu nella Germania nazista, dove prima bruciarono i libri poi gli ebrei, gli oppositori, gli omosessuali e… i rom.
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“Il sonno della ragione genera mostri” è il titolo di un’acquaforte del pittore Francisco Goya, datato 1797 (l’anno di nascita di Heine…). E questi mostri, queste azioni mostruose, illusoriamente, sono anche quelli che sembrano poter affrancare gli ultimi dalla loro condizione.
In quella zona di Roma, dicono, ci sono tanti problemi e tante carenze pluridecennali da non poter proprio essere scelta anche come luogo per accogliere, in un esistente centro comunale, 77 persone. Ma in tanti anni lì a nessuno è mai venuto in mente di incendiare cassonetti o auto per tale condizioni o di precarietà, né prendersela con chi esercita il potere o può avere concrete responsabilità per tale marginalità. Invece rabbia e frustrazione disagio e povertà, se individuano un debole capro espiatorio, con tanto di stigma sociale negativo addosso, trovano forza e coraggio per scatenarsi. La folla inferocita e fomentata oggi è arrivata prendere a calci il pane pronto per essere mangiato, la folla inferocita “ieri” fece mettere in croce il Pane della vita. Simboli.