La democrazia diretta sì, ma all'incompetenza dell'uno vale uno: come far lievitare la mediocrità a scapito della virtù del sapere

- La libertà basta volerla di Teresa Simeone

La parola democrazia è certamente una delle più abusate nel nostro linguaggio. La traduciamo con governo del popolo e questo per molti dovrebbe bastare; la questione, invece, è un po’ più complessa e l’intenso dibattito filosofico-politico che ha percorso la storia lo dimostra. Intanto basta sostenere che è il governo della maggioranza? No, non basta, dal momento che una maggioranza potrebbe addirittura scegliere, democraticamente, un governo antidemocratico. Di solito i cardini di una forma di governo democratico sono il suffragio universale, l’adozione di una carta costituzionale e la separazione dei poteri. Eppure ad Atene, la patria della democrazia, dalle elezioni erano escluse categorie importanti: le donne, gli schiavi e gli stranieri. Naturalmente anche il resto mancava.

Ci sono voluti secoli di analisi e formulazioni teoriche, tra Montesquieu e Tocqueville, Rousseau e Stuart Mill, Popper e Kelsen, perché si arrivasse a comprendere l’impossibilità di una semplificazione a pochi caratteri definiti. Per quanto la democrazia sia, con Churchill, la meno imperfetta tra quelle sperimentate e dunque la più auspicabile, essa necessita, in realtà, di qualcosa di fondamentale e non scontato: una salda cultura democratica. Richiede competenza civica e maturità. Il dibattito odierno è sempre più incentrato sulla forma di democrazia diretta. La nostra, però, è una Repubblica parlamentare, il che significa che predilige la forma di partecipazione indiretta, pur consentendo alcune possibilità come i referendum (abrogativi), le petizioni e le proposte di iniziativa popolari. La Costituzione del ’48 che, ricordiamo, è rigida proprio per essere sottratta alla volubilità delle maggioranze parlamentari che si susseguono nel tempo, nell’articolo 1 afferma: “L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Il secondo comma stabilisce, dunque, che la sovranità popolare non è assoluta. E questo per evitare la menzionata dittatura della maggioranza e per ribadire che il cittadino è soggetto al rispetto dei principi e dei diritti inviolabili sanciti dalla stessa Costituzione.

Con il voto ciascun cittadino elegge i rappresentanti che, con la delega ottenuta, non lo espropriano della sua sovranità, ma si occupano degli affari pubblici per suo conto. È difficile, al di là della sua incostituzionalità, comprendere, inoltre, come possa essere applicata la democrazia diretta in uno Stato che non sia un piccolo paese di pochi abitanti anche in presenza di un web che, secondo i suoi fautori, dovrebbe sovvertire l’impossibilità fisica di recarsi alle urne. Almeno non convince sui tempi brevi.

Il punto, però, non è questo; almeno non solo: la nostra Costituzione, infatti, fa esplicito riferimento all’esistenza dei partiti politici che, quantunque creazioni umane e come tali finite e fallibili, garantiscono la dialettica democratica e impediscono forme di manipolazione già vissute nella storia. La democrazia diretta, infatti, spalanca, di fatto, il paese al populismo, ponendo un rapporto immediato tra leader politici (pochissimi) e cittadini che annullerebbe corpi preparati, sotto il profilo politico, a filtrare le intemperanze emozionali e impedire che le masse, sapientemente sedotte, possano essere manovrate dal capo carismatico di turno. I corpi intermedi, invece, come rappresentanze sindacali, sociali e politiche, per loro natura sono diversi e plurali: devono necessariamente confrontarsi, dibattere, argomentare, usare la ragione, porre questioni, sublimando pulsioni elementari e arginando la completa deriva in senso demagogico.

È vero che, a detta di molti politologi, tali corpi intermedi sono ormai lontani dalla gente e non riescono più a interpretarne i veri bisogni; piuttosto che sconfessati del tutto, dovrebbero, però, essere rinnovati, rigenerati, riformulati. Abbandonare il paese a chi, in nome dell’antipolitica, progetta di consegnarlo all’incompetenza dell’uno vale uno, significa annullare il peso della cultura, il valore della competenza, la virtù del sapere. Non si tratta di proporre la sofocrazia che richiamava Platone o l’epistocrazia di cui parla provocatoriamente Brennan: sono, queste, soluzioni estreme, finalizzate a stigmatizzare come il destino di un popolo sia nelle mani di chi, a volte, non ha nemmeno gli elementi basilari di educazione civica e vota per il meno competente ma più capace di trascinare o, peggio ancora, perché vi si riconosce e vi si identifica. Si tratta, piuttosto, di rivendicare la necessità di informarsi, di impegnarsi e, soprattutto, di riconoscere la legittimità politica di capacità e conoscenze. Mai si vorrebbe tornare a un passato in cui il diritto di voto fosse privilegio di pochi, ritenuti per nascita, censo, genere i migliori, gli unici adatti ad amministrare. Troppe lotte ci sono volute per evitare discriminazioni in tema di diritti civili e politici. Sudore e sangue è costato il suffragio universale, soprattutto per chi apparteneva a una minoranza.

Ciò che però è essenziale è che si torni a fare politica, a riorganizzarsi in associazioni o partiti dove si studi, ci si confronti, ci si prepari a quello che è il più alto dei compiti: guidare uno Stato. È necessario tornare a dare valore all’impegno, all’approfondimento, alla visione complessa di una società che non può essere lasciata all’improvvisazione dello slogan, al mordi e fuggi di un twitter, al vuoto di una promessa che, nel momento in cui la si sta facendo, è già priva di un qualsiasi contenuto, affondata nella melma della propaganda e lasciata all’illusione ingenua di chi ascolta. È necessario che si riaffermi il senso dei settori di competenza in cui ciascuno svolga il ruolo che il suo percorso di professionalità gli affida: un premio Nobel di economia non può avere la stessa autorevolezza di una casalinga o di un padre che deve gestire una famiglia, checché ne dica qualcuno, sapendo di dire una grossa corbelleria, né un epidemiologo la stessa credibilità di chi affida al contagio tra cugini la battaglia contro malattie terribili, non ancora del tutto debellate.

Ritorniamo alla cultura, ritorniamo alla competenza, ritorniamo allo studio. Solo in questo modo potremo salvarci ed evitare quell’oclocrazia che già nel II secolo a.C. lo storico greco Polibio definiva la peggiore forma di democrazia, quella in cui governa non la vera volontà del popolo ma l’istinto di una folla manipolata da demagoghi che la strumentalizzano a fini di potere e la titillano nelle più primitive risposte emotive, trasformando la libertà, consapevole e solidamente fondata, in una bandiera ideologica sventolata per dare al popolo l’illusione di essere lui a decidere. È una libertà torbida, inconsistente, pericolosa quella che si affida all’esibizionismo di leader, serrati in una campagna elettorale continua, che bombardano di twitter gli elettori per dare loro una falsa percezione di vicinanza e di somiglianza emotiva, che compattano il gruppo creando, di volta in volta, nemici esterni, che attaccano la magistratura, assaltano la stampa libera, che spingono a non istruirsi perché è inutile, perché l’ignoranza è democratica mentre il sapere è aristocratico. Perché, è chiarissimo, ciò che si vuole è livellare verso il basso le intelligenze, disprezzare il merito, banalizzare la cultura, annullare la fatica individuale, semplificare ogni discorso complesso, ridurre le parole e limitare i pensieri. È così, infatti, che i mediocri si elevano. Non è così che si eleva un paese.