Le leggi dello Stato violate e insultate: l’invettiva del papa sull’aborto e i carabinieri accusati per la morte di Cucchi

- Opinioni di Giovanni Festa
Ilaria Cucchi
Ilaria Cucchi

C’è una categoria sociale, gli ingenui, che prova un non vago senso di vertigine dinanzi a ciò che viene avvertito solo come una curva che movimenta un po’ il percorso rettilineo di rassicurazione spirituale e materiale di due soggetti oggi sui giornali e sulla bocca di tutti: la Chiesa e l’Arma dei Carabinieri. Sull’una gravano le parole di inusitata durezza pronunciate da papa Bergoglio, sull’altra gravano le parole sull’inusitata violenza esercitata su un soggetto in custodia pronunciate nell’aula di un tribunale.

La dolce, e suadente, cadenza del Pontefice si abbatte come una mannaia sull’aborto. Nel corso di un dialogo con i fedeli ci si inerpica fino alla vetta di qualificare come ‘sicario’ chi opera nel pieno rispetto di una norma di legge vigente e della professione. Come nella più tradizionale delle trame di un noir, alle spalle della figura del ‘killer’ non può non stagliarsi quella del mandante, nascosto in senso lato dal cappuccio di una sigla numerica: 194. Individuabile, pertanto, in un organo democratico, il Parlamento italiano, il più alto fra le istituzioni del paese, e nei milioni di cittadini che, chiamati anche alle urne, ne hanno poi sostenuto e confermato l’operato. La visione profetica del sole dell’avvenire che sorge oltre il Tevere si squaglia come sempre nella prevedibilità della Chiesa, nel suo essere inemendabile nel riconoscere i diritti delle donne. Nel rifiuto ideologico di valutare che la legge sull’aborto è intervenuta a spezzare l’economia di sangue di un mercato nero; che non induce affatto all’aborto come contraccettivo; che è dolorosamente necessaria; che è una legge di civiltà. Beati gli ingenui, quindi.

Se il verbo pontificio ha valore per l’intera comunità cattolica senza impedire però l’esercizio della critica, gli atti di sopraffazione fisica il cui racconto è riecheggiato fra le pareti di un luogo di giustizia, hanno goduto a lungo, nove anni, della insindacabilità. Combattuta, su tutti, con testardaggine da una donna (non a caso, vedi sopra…) alla costante ricerca di una verità di Stato che collimasse col senso dello Stato. Da anni Ilaria Cucchi (e la sua famiglia) conduce una battaglia, che è stata, è e sarà sempre una battaglia di civiltà, quella avvertita a pelle dalla coscienza e dalla consapevolezza di una comunità democratica; quella soffocata a lungo da un compatto muro istituzionale. La sua è un’istanza divenuta collettiva tesa a ristabilire un ordine naturale delle cose, in cui le Forze dell’Ordine non sconfinino nell’arbitrio. Beati sempre gli ingenui, quindi.