Il reddito di cittadinanza, la povertà abolita e il paternalismo mascherato da giustizia sociale

- Effetti collaterali di Giovanni Barra

Il vicepremier Di Maio, dopo averci somministrato tonnellate di vaghezza, si è finalmente deciso a sciorinare qualche linea guida più chiara per aiutarci a comprendere in maniera adeguata la complessa attuazione del provvedimento del secolo: il reddito di cittadinanza. Ovviamente, le prime indiscrezioni riguardano il come, non il quando. Ma ci accontentiamo. Munito del solito ghigno rassicurante da upgrade di un personaggio di Lewis Carroll particolarmente ispirato e di quella sua immancabile espressione da affaticato frequentatore del pensiero abissale, si è espresso, in primo luogo, sull'importanza della tracciabilità del reddito. Il quale “sarà erogato su carta”, non tramite assegno, e potrà essere utilizzato solo per acquistare “beni essenziali” e sul “territorio italiano”. In sostanza, ha poi aggiunto Di Maio, non saranno permesse “spese immorali” perché il provvedimento, volto “all'abolizione della povertà”, va inteso come un “investimento sul sorriso degli italiani” e inquadrato nell'ottica di una ripresa dei consumi.

Quindi, ricapitolando: i poveri aboliti, gli ex poveri, potranno acquistare prodotti moralmente consoni con la loro tessera da poveri aboliti, con il loro certificato di povertà risolta. Certificato che, ne siamo sicuri, con inarrivabile “felicità”, condizione emotiva inalienabile per il credo politico pentastellato, potranno sventolare in ogni dove. Beh, non proprio in ogni dove.

In effetti, guai a comprare “sigarette” o “gratta e vinci”. Lo statuto del povero bonificato, di cui immaginiamo sarà garante una sottospecie di comitato di salute pubblica, catechizzerà ogni piccolo sperpero e “la finanza a casa” arriverà in un baleno.

Quindi, ri-ricapitolando: l'assistenzialismo moralizzante produrrà benessere, farà ripartire l'economia e limiterà i consumi viziosi. Una ricrescita felice, un trapianto collettivo di sorrisoni. Una vittoria senza macchie.

Tuttavia, qualche folle incontentabile - concependo Di Maio come uno statista di sventura più che di razza, la redistribuzione della ricchezza come un a priori della vita democratica e il reddito di cittadinanza come un diritto e non come una concessione - potrebbe contestare questa manovra storica parlando di stato etico, di pseudoprotezionismo mascherato da paternalismo, di paternalismo mascherato da giustizia sociale.

Tutti paroloni predigitali, pregiudiziali, inascoltabili per i sostenitori del bipensiero populista, festoso nel sapere le generazioni future ancora più indebitate di quelle precedenti, prive di lavoro, ma consumatrici virtuose.

Questi maledetti detrattori però potrebbero insistere con le loro farneticazioni filosofiche: un libro si può considerare un bene di prima necessità? E un film? Un giornale? Uno spettacolo teatrale? Una visita al museo? Un caffè? Un preservativo? Quali caratteristiche devono avere un'attività o un prodotto affinché siano giudicabili come moralmente consoni dall'assiologia pentaleghista? Sappiamo che i moralizzatori, in quanto moralizzatori – per (implicita) definizione al di là dell'etica e del principio di esemplarità –, possono risarcire lo stato moralizzante attraverso un piano di rateizzazione ottantennale, ma i moralizzati, o poveri aboliti, contempleranno l'azzardo morale nell'acquistare una birra?

Ri-ri-ricapitolando: lo stato conoscerà in maniera capillare le abitudini alimentari dei poveri bonificati, ma sarà pronto a ripristinare la povertà degli stessi qualora ci fossero delle violazioni e qualora questi ultimi rifiutassero eventuali “offerte di lavoro” (lavoro qualificato? Lavoro tout court?); i poveri bonificati figureranno nei manuali di sociologia pentaleghisti come “classe dei consumatori moralizzati”; il reddito di cittadinanza si chiamerà, dopo qualche emendamento, reddito di felicità vincolato a un consumo moralmente ineccepibile. Champagne! Anzi, vinaccio in cartone, più spartano, più italiano...