L’Italia patria dei nuovi analfabeti, tra chi l’ha capito e chi è diventato straniero

- Opinioni di Carlo Panella

Come ho scritto il 10 maggio, a proposito del caso-Sguera, comincerò a dare un primo giudizio sul governo gialloverde solo dopo l’approvazione della legge finanziaria. Non che quanto finora mostrato da quando Lega e M5S sono al potere non abbia fornito elementi, ma vi hanno fatto scudo la fase d’esordio (governa effettivamente dal 1° giugno) e l’essere sulla scia del governo precedente (il centrosinistra) di natura opposta. Decidendo loro come impegnare le risorse finanziarie dello Stato, i due partiti di maggioranza passeranno dalle parole ai fatti. Ci siamo quasi.
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Il campo delle opposizioni è diviso in due. Da una parte i partiti del centrodestra residuale (FI e FDI), in pratica ancillari nei confronti della Lega che, nei sondaggi, li soverchia. Blandamente, entrambi dicono che Salvini dovrebbe scaricare Di Maio, ma soprattutto lo pregano di non rompere le alleanze in sede locale con loro, perché comunque il centrodestra unito prevale sul centrosinistra, diviso più del solito.
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In quest’altro versante, appare chiaro solo lo smarrimento sul “Che fare?”(si perdoni la citazione che accosta l’alto speculare del pensiero politico ai bonsai attuali). Cosa fare, quindi, per rendersi di nuovo appetibili per l’elettorato italiano? Cambiare nomi? Cambiare dirigenti? Si resta, dunque, nell’ambito del marketing rudimentale. Lo scrivo senza ironia. Ma nessun attraente “prodotto-partito” o “prodotto-cartello elettorale” può essere realizzato se prima non si analizzano, attentamente, gli utilizzatori potenziali, la clientela (in termini mercatali) e, fuor di metafora, i cittadini, gli elettori. E qui appare enorme la lacuna dei capi della sinistra o del centrosinistra.
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Eppure è noto che gli italiani sono nella stragrande maggioranza, il 70%, analfabeti funzionali (80% per altre stime, si legga un articolo di Mimmo Candito sulla ‘Stampa’ che bene sintetizza). L’aggettivo ‘funzionale’ significa che essi sanno, sì, leggere e scrivere (il 5% nemmeno questo sa fare, a esser fiscali) ma poi non riescono a ricostruire quanto letto, ascoltato o visto sui media. Non raggiungono, cioè, il livello minimo di comprensione nella lettura o nell'ascolto di un testo di media difficoltà.
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Sorpresi? Non dovreste. In Italia c’è ancora un 25% della popolazione che ha come massimo titolo di studio la licenza elementare. Parliamo come minimo di 7 milioni di persone, non computando gli 8 milioni italiani da 0 a 14 anni compiuti che non hanno potuto, per età, ancora conseguire la licenza media inferiore. L’avere poi un diploma di scuola media, inferiore o superiore, può far sperare in una percentuale maggiore di alfabetizzati funzionali, pur negli sconfortanti dati complessivi della scolarizzazione: il numero degli italiani laureati e pari alla metà di quello dei paesi più sviluppati.
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L’inciso sul grado di scolarità è decisivo perché si può porre fine al percorso di distruzione in essere facendo leva sull’istruzione e sui suoi benefici: se mai verrà intrapresa, sarà opera lunga e difficile ma imprescindibile. Perché, e torniamo al dato complessivo sull’analfabetismo funzionale, nella più favorevole delle stime, per il 70% degli italiani (stiamo parlando 36 milioni di persone dai 15 anni in su) la capacità di comprensione di ciò che legge, vede o ascolta è solo elementare.
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Focalizziamo la cifra nel campo politico. Al netto del consenso familistico, clientelare o controllato illecitamente, da decenni il “voto libero”, quello di opinione, si determina perlopiù non al termine di analisi della situazione politico-economica che si sta vivendo, ma emotivamente. Sulla base cioè di quanto la propria esistenza quotidiana reale rimanda, ma non solo: anche sulla base della propria esistenza virtuale, quella vissuta sui social network soprattutto.

Gli utenti connessi a Internet nel mondo superano i 4 miliardi. In Italia sono 43 milioni di cui 34 milioni iscritti alle piattaforme social. Social network nei quali sono proprio la rabbia, la faciloneria, l’impulsività, la superficialità il principale pane quotidiano postato e dove, soprattutto, operano potenti sistemi organizzati per sostenere questi istinti, alimentando innanzitutto le paure: la Paura, quanto di più lontano dalla Ragione.
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Su tutto, l’imprescindibile contesto: tutto ciò sta accadendo nel decennio della crisi economica più grave vissuta e pagata da tantissimi con povertà, disoccupazione, emarginazione, ai livelli massimi. Un quadro fosco di suo e nel quale la contestuale ondata migratoria verso l’Europa ha finito per diventare un catalizzatore di dissenso e parimenti di costruzione di consensi fondati su un mix di odio e paura.
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Non si parla di queste decisive questioni nell’annaspante dibattito nella sinistra o centrosinistra che si vogliono rilanciare. Non solo, quindi, non sanno “Che fare?” e quindi quale nuovo prodotto proporre ma nemmeno c’è la prioritaria consapevolezza di come sono formati e informati nel 2018 i destinatari della politica e quindi di quali parole usare. E’ come se la sinistra fosse di un altro paese e parlasse un’altra lingua. Straniera nell’Italia sempre più xenofoba. Difficile fare peggio.