Le velenose polemiche sull’IMU e sul valore delle aree fabbricabili a Benevento

- Opinioni di Franco Bove

Credo di aver innescato una velenosa polemica politica col mio articolo sulle alte tariffe che a Benevento il Comune esige dai proprietari delle aree fabbricabili (clicca qui e leggi Il Vaglio.it del 23 marzo scorso). Non era nelle mie intenzioni, tantomeno mi proponevo di accusare qualcuno di essere il responsabile dell’insostenibile stato di fatto. Sono convinto che avventurarsi lungo la strada delle recriminazioni personali risulti ogni volta noiosamente improduttivo. Oltretutto i lettori non sono così sprovveduti come gli esponenti dei partiti sembrano spesso presupporre, addebitandosi vicendevolmente le responsabilità degli errori. Ammetto, tuttavia, di aver drammatizzato il problema commettendo un involontario errore di calcolo, poi corretto nel testo, della percentuale di applicazione della tariffa. Ma spero che non sia stato questo particolare a suscitare la reazione dell’assessore Antonio Reale e dell’ex sindaco Fausto Pepe. Sarebbe parva materia.

In realtà scopo del mio intervento era di focalizzare l’attenzione su una questione di più ampia portata che riguarda il rapporto tra pianificazione urbanistica, gestione amministrativa, con le intuibili ripercussioni sul bilancio, e fiscalità locale. L’argomento sembra essere stato finora accuratamente eluso dai contendenti e ciò è davvero sconcertante, soprattutto dopo il documentato e, come al solito, acuto articolo sul Vaglio.it di Pompeo Nuzzolo sulla TARI.

C’è un’indiscutibile relazione tra le politiche attuate dalle Amministrazioni comunali negli ultimi quaranta anni e le alte imposizioni fiscali. Quando, infatti, Pepe afferma che l’indebitamento del Comune, motivo dell’innalzamento tariffario, debba farsi risalire a tempi lontani dovrebbe anche spiegarne le cause e indicare le ragioni per cui in seguito la patologia si è cronicizzata. Una cospicua parte di questa pesante eredità, indipendentemente dall’inevitabilità o meno del dissesto, deriva dagli espropri effettuati nel passato o più di recente in esecuzione delle opere previste dal Piano Regolatore, quindi dalla sottovalutazione dei costi dell’espansione urbana.

In proposito va ricordato che da diversi decenni la popolazione beneventana non registra alcuna significativa variazione di numero, eppure gli strumenti urbanistici utilizzati in successione hanno sempre puntato ad ampliare il perimetro della città, aumentando la lunghezza delle strade, dei sottoservizi a rete e delle strutture in generale, incrementando gli oneri realizzazione, di gestione e di manutenzione delle infrastrutture, con le relative indennità di esproprio da pagare. Tutto questo senza preoccuparsi di verificare la disponibilità dei fondi di bilancio necessari a costruire tale fantastico scenario, senza aver risposto all’autentica domanda di mercato e senza aver elaborato soluzioni progettuali congruenti con il sistema economico del territorio. E’ come se in una famiglia dal reddito non elevato, residente in area geografica marginale, uno dei membri volesse irragionevolmente costruirsi una villa hollywoodiana e a tal fine vessasse gli altri componenti pur di procurarsi le risorse indispensabili al raggiungimento del dispendioso scopo. Un simile, ingiustificabile paradosso si ritrova anche nei piccoli centri abitati. Possiamo permetterci questo andazzo?

Certamente no, anche perché oltre a svuotare le casse dei Comuni provoca effetti negativi di non poco conto. Porta alla svalutazione progressiva sia dell’edilizia preesistente, sia di quella nuova e sia dei suoli inclusi nel perimetro cittadino, implica l’abbandono dei centri storici e il degrado delle periferie, è causa della disfunzionalità dell’organismo urbano, disincentiva gli investimenti e fa elevare la spesa corrente della Pubblica Amministrazione, insieme ai costi a carico delle famiglie residenti.

E’ finita l’epoca del “mattone” ma si fa fatica a prenderne atto. Si consideri che in Benevento a fronte di circa sessantamila abitanti sono stati programmati alloggi per oltre centomila residenti, vale a dire per più di un terzo del fabbisogno dell’intera popolazione provinciale. Intanto la città ha perso il suo potere attrattivo e si è ruralizzata. Circa il 40% delle famiglie residenti vive nelle contrade di campagna o nelle case sparse sulle colline e lì resterà perché non è in condizioni di disagio. Dunque sono solo 36.000 gli individui che vivono entro il perimetro urbano e per questi è stata prevista una superficie di circa 1.063 ettari. Ciò significa che ogni cittadino fruisce virtualmente di circa 300 mq. e ne sopporta, ovviamente, il peso economico di gestione. La densità è di 35 abitanti per ettaro, tre volte inferiore al rapporto minimo suggerito dalla pratica di pianificazione.

Si ricordi che nella Benevento del XIX secolo vivevano 20.000 abitanti in appena 90 ettari. Se, inoltre, consideriamo che almeno 1/5 della superficie urbana individuata dal PUC (Piano urbanistico comunale) è priva di sufficienti infrastrutture e utilizziamo un basso parametro di costo per la sua urbanizzazione primaria perveniamo alla sbalorditiva cifra di circa 170 milioni di euro. Chi li tirerà fuori nei prossimi dieci anni?

In questo contesto le aree per l’industria, il commercio e l’artigianato, sono nettamente sovradimensionate. Lo sono dagli anni novanta del Novecento, quando fallì il tentativo di attrarre imprenditori dal centro e dal nord Italia mediante gli incentivi finanziari previsti per le zone terremotate e dopo che è risultato vano unificare in un unico sito gli insediamenti per le attività produttive, nonostante i pericoli derivanti dalle inidoneità ambientali.
Nel nostro paese i problemi restano irrisolti, ma gli enti strumentali, le società miste e i consorzi messi in piedi per superarli si moltiplicano e continuano a esistere contro ogni convenienza. Oggi non c’è più motivo di conservare questo assetto urbanistico pletorico e, del resto, anche i Piani Territoriali di Coordinamento, regionale e provinciale, impongono la riduzione delle zone C e, in particolare, di quelle D. Se, poi, queste ultime dovessero divenire insufficienti (eventualità molto remota) e capitasse una grande opportunità di lavoro per operai e tecnici si potrebbe far ricorso allo sportello unico e a una semplice conferenza di servizi. Perché, dunque, far pagare ai proprietari dei terreni le conseguenze del fallimento di una stagione di eccessive speranze?

D’altro canto non è vero che tutti i suoli inseriti nella zonizzazione urbanistica siano effettivamente e immediatamente edificabili, nonché commerciabili. Gli atti di programmazione di valenza triennale limitano a poche, fortunate zone questa possibilità. Dunque si prevede molto e si concede poco, ma tutte le zone sono ugualmente gravate dal balzello. Le zone D di contrada Olivola sono, inoltre, soggette a esproprio e assegnate con bando pubblico ai richiedenti. Quindi il proprietario di una particella di terreno non è abilitato a insediarvi impianti produttivi di qualsiasi genere. Deve attendere pazientemente che il suo destino si compia. Intanto è costretto a pagare senza ricavarne alcun vantaggio e la cessione dei suoi diritti diventa operazione del tutto velleitaria. A chi protesta si risponde, non senza una dose di cinismo, che questa è la legge. Tuttavia, in merito, sarei curioso di conoscere quali siano stati negli anni scorsi i prezzi pagati per l’esproprio dei terreni vincolati a uso pubblico e se questo dato sia stato preso in considerazione nel corso del procedimento di stima dei valori.

Si è detto, poi, che la microzonazione introdotta dalla passata Amministrazione abbia in qualche modo riconosciuto le disparità di valenza economica dei luoghi e rimediato alle ingiuste equiparazioni tariffarie. Ma a ben vedere ha introdotto anche disparità di trattamento poco comprensibili. Per le zone F destinate ad essere espropriate si prevede, ad esempio, un abbattimento tariffario del 50%. Ma a queste zone si attribuisce, ormai da anni, una suscettività edificatoria non dissimile dalle zone B e C, attuabile attraverso la perequazione e il comparto. Perché, dunque, concedere tale vantaggio?

Forse una strategia si riesce ad intravedere in questo quadro confuso e poco equo. Forse si tende a incentivare interventi edilizi di elevata qualità in pochi, circoscritti, privilegiati luoghi che offrano sicurezza, qualità e servizi esclusivi, mentre il resto della città resterebbe abbandonato a se stesso perché impossibile da gestire. Sta accadendo anche in altre città e le tristi vicende della Spina di servizi del rione Libertà sembra suggerire questa prospettiva.

Ma attenzione a limitare alla sola reiterazione dei vincoli la variante al PUC. L’operazione darebbe la possibilità ai proprietari delle zone vincolate di pretendere un’indennità separata da quella di esproprio e attribuirebbe al Comune la legittimazione passiva. Un’altra pesante tegola per l’esausto bilancio comunale.